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Fantozzi su Netflix è un’ottima notizia, ma il vero Villaggio non è questo

Al di là della giusta riscoperta di una delle saga più iconiche e legate a doppia mandata alla nostra cultura condivisa, il terzo e il quarto capitolo raccolgono solo le briciole dell'Ugo-pensiero

Una delle funzioni più interessanti di Netflix, perlomeno per noi italiani, è il recupero di classici del nostro cinema messi a disposizione insieme alle nuove uscite. È ciò che, per esempio, è successo recentemente con Ricomincio da tre: da qualche giorno, noi che lo conosciamo a memoria possiamo rivederlo in tutta tranquillità, mentre un ipotetico pubblico di giovanissimi che – verosimilmente – ne ha a malapena sentito parlare dai genitori lo può scoprire per la prima volta. Niente da obiettare: è una manna. Sempre sulla scia di questa filosofia, dal 2 gennaio sono disponibili anche Fantozzi contro tutti (1980) e Fantozzi subisce ancora (1983), rispettivamente terzo e quarto capitolo della saga del Ragioniere ideata da Paolo Villaggio. Eppure, stavolta è un peccato.

È un peccato perché – al di là della giusta riscoperta di una delle serie più iconiche e legate a doppia mandata alla nostra cultura condivisa – sono capitoli che raccolgono solo le briciole del pensiero, della comicità e delle intenzioni della produzione originale. E il rischio, neanche a dirlo, è di far filtrare un’immagine sfocata del personaggio Fantozzi, o comunque mettere in catalogo un paio di pellicole non all’altezza neanche per i fan più affezionati. Ma andiamo con ordine, comunque.

La vulgata, in questo caso, non sbaglia: i “veri” Fantozzi sono i primi due, cioè Fantozzi (1975) e Il secondo tragico Fantozzi (1976) – entrambi capolavori. Non è questione di purismo, né di semplice “qualità”: è che rispetto agli altri otto (otto!) si trovano proprio su un piano diverso. Soprattutto perché, lo sappiamo, Paolo Villaggio è stato uno dei comici più neri, feroci e meno ruffiani che abbiamo avuto, ma solo gli episodi dei Settanta incarnano in pieno questa sua idea dell’umorismo. Si tratta, infatti, di lavori caratterizzati da un forte taglio politico, con i piedi ben piantati nei libri originali, e che usano il contesto dell’ufficio per una satira duplice: da una parte i “padroni”, i megadirettori galattici con i dipendenti che li legittimano con comportamenti al limite del servilismo, e che nuotano nel loro acquario; dall’altra i dipendenti stessi, subdoli e senza spina dorsale almeno quanto lo stesso Ugo Fantozzi, sfigato e vessato ma comunque pronto ad approfittarsi delle debolezze del prossimo. Il bersaglio, insomma, è l’impiegato x, l’italiano medio: mica il politico di turno, più facile da colpire.

Di più: l’ironia di Fantozzi è talmente ricca da muoversi su diverse chiavi di lettura. C’è quella semplicemente “fisica”, ovviamente, caratterizzata da tutte le gag violente di cui è vittima il protagonista, ma anche quella delle sfumature linguistiche, del “batti lei” figlio di una classe operaia che cerca il paradiso ma resta impigliata, o della signorina Silvani che non conosce Lorenzo Il Magnifico. E poi: l’esasperazione grottesca di dinamiche lavorative (le cene aziendali, i colloqui, le gerarchie), e soprattutto una clamorosa tristezza di fondo. Perché, sì, in quel “tragico” del Secondo tragico Fantozzi c’è davvero una componente drammatica, una risata amara che arriva non appena il ritmo forsennato delle gag rallenta, e dà tempo di riflettere sulla miseria quotidiana del ragioniere, del suo rapporto con la famiglia, i colleghi e il mondo circostante. E non è neanche un caso, quindi, che le scene più memorabili (leggi: divertenti) appartengano proprio a questi primi capitoli: la “Corazzata Kotiomkin”, la “Nuvola dell’impiegato”, la partita tra “scapoli e ammogliati”, il cenone di Capodanno. Ma non erano, appunto, solo una pioggia di sfighe, quanto il manifesto nichilista di un’epoca.

Al contrario, dicevamo, i capitoli successivi (con la regia che passa da Luciano Salce alla coppia Villaggio-Neri Parenti) segnano un calo della qualità e dello spessore, fino all’appiattimento degli anni Novanta. Al progressivo diventare più scuro del Villaggio-uomo (cupo nelle interviste, scontroso nelle opinioni, e che non ha mai fatto mistero del declino della saga), corrisponde un ammorbidimento – una semplificazione, diciamo – della sua satira, che parte proprio con Fantozzi contro tutti e arriva agli ultimi episodi. E il punto di svolta, dal 1980 in poi, è l’unione del personaggio di Fantozzi con Fracchia, dal quale il ragioniere eredita una certa ingenuità di fondo, oltre a un aspetto più goffo e ridicolo. Insomma: il protagonista malizioso degli esordi, l’arcitaliano grottesco e negativo, si deteriora soppiantato da quello che a tutti gli effetti è un idiota di cui ridere a mo’ di zimbello, e non come di una proiezione dello stesso impiegato medio che gli aveva garantito l’exploit al botteghino nel 1975.

Chiaro, non si tratta (ancora) di lavori da buttare: soprattutto il terzo capitolo, che in prospettiva è quella che sfigura meno davanti ai giganti iniziali, ha ancora dei momenti iconici, come la presunta relazione extraconiugale della moglie Pina con finale tristissimo – e, per questo, fantozziano al 100%. Ma sono sprazzi isolati, a fronte di un’ironia qualunquista e liofilizzata, senza i vertici di ispirazione e ferocia dei primi film. Le gag linguistiche che iniziano a ripetersi, quelle “sociali” che non hanno – e non vogliono avere – l’impatto originale; resta solo un ragioniere goffo, senza guizzi satirici, che già vive di rendita dentro una comicità “fisica” semplicistica e fine a se stessa. Una macchietta, insomma, candida e buona. E l’accanimento delle sventure nei suoi confronti, a quel punto, perde tutta la connotazione politica e tragica, diventando semplice intrattenimento di basso livello.

L’equivoco, adesso, sarebbe quindi tramandare ai posteri un personaggio – scialbo, privo di contraddizioni e artigli – più vicino al pessimo Fantozzi dei vari Fantozzi alla riscossa (1990) e Fantozzi 2000 (1999), che alla maschera politica e negativa dei libri e degli esordi televisivi. Non è un dramma in sé e, ribadisco, alcuni momenti di questi due capitoli messi in streaming sono anche godibili: ma la creatura di Villaggio non è quella di Fantozzi subisce ancora, anzi rappresenta un messaggio diverso, che è importante distinguere. Poi chissà che Netflix, pensandoci, non ci faccia il regalo di recuperare anche roba tipo Il secondo tragico Fantozzi. Per ricordarci davvero che razza di arido stronzo fosse, Fantozzi.

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