Home Opinioni Opinioni Cinema

‘Easy Rider’, cosa rimane di noi 50 anni dopo la fine dell’American Dream

Il road movie manifesto della contro cultura usciva il 14 luglio 1969. Il giorno della Bastiglia, ma nell’anno del sogno di Woodstock e dell’incubo di Altamont. Nulla sarebbe più stato come prima, per il cinema e per l'America

Peter Fonda, a sinistra, con Dennis Hopper in 'Easy Rider'

In sella ai loro chopper, verso una frontiera che non era più a Ovest ma a Est (o sulla Luna?), fatti di coca, erba o acidi (a seconda delle occasioni) Billy, cowboy hippie, e Wyatt, novello Captain America, mostravano il dito medio a ogni reazionario che li guardava storto. Intanto la contro cultura faceva lo stesso con la cultura di sistema, impossessandosene. Easy Rider arrivava nelle sale il 14 luglio del 1969. Sì, lo stesso giorno della presa della Bastiglia, ma nell’anno del sogno di Woodstock e dell’incubo di Altamont.

Il 18 agosto Jimi Hendrix avrebbe incendiato con la sua chitarra il festival dei festival, tre giorni di pace, amore e musica, fuoco d’artificio della rivolta giovanile. Il 6 dicembre, durante il concerto dei Rolling Stones, a pochi passi dal cuore hippie di San Francisco, il diciottene afroamericano Meredith Hunter sarebbe stato ucciso a coltellate dal violento “servizio d’ordine” della gang di motociclisti Hell’s Angels, mentre si avvicinava al palco con una pistola. E nel frattempo gli omicidi della Manson Family avrebbero scosso Los Angeles dalle fondamenta, calpestando una volta per tutte le speranze del flower power, che restava con un pugno di droghe e di violenza, mentre la nazione era spezzata dall’odio razziale, dalla guerra del Vietnam e dal desiderio di cambiare, senza però sapere come.

We blew it, abbiamo fallito”, ripete il Captain America di Peter Fonda, che del personaggio di Stan Lee ha l’idealismo patriottico ingenuo, lo stesso affanno per la libertà, la stessa riflessiva purezza. Che poi è esattamente ciò che dirà John Lennon in un’intervista a Rolling Stone: “Il sogno è finito. Non sto parlando solo dei Beatles, sto parlando della nostra generazione”.

Di quella generazione disillusa, spedita forzatamente a combattere contro i Vietcong, Easy Rider è il manifesto cinematografico, musicale, ma soprattutto culturale e politico: “Non è mai stato un film sulle moto per me”, aveva dichiarato Dennis Hopper, che lo ha diretto e interpretato. “In gran parte riguardava quello che stava succedendo nel Paese”.

Perché i nostri eroi, personificazioni moderne di Wyatt Earp e Billy the Kid, non sono certo convenzionali: si sono comprati le moto trafficando un carico di cocaina dal Messico. Ma non cercano guai, inseguono solo la libertà. Eppure sulla strada trovano violenza sotto forma di conservatorismo senza cervello. L’American Way of Life distrugge chi non si adegua. L’alternativa alla brutalità della polizia e al rancore dei redneck ubriaconi sono un hippie fumatissimo e la sua comune, due prostitute e un avvocato figlio di papà (Jack Nicholson) alcolizzato, simbolo della crisi della borghesia che morirà (per primo) proprio perché ha cercato di assaporare lo spirito selvaggio dell’America innocente. Come Il laureato aveva sdoganato il desiderio sessuale, Easy Rider fa lo stesso con la droga, ma sottolinea che nemmeno quella è la soluzione, visto come va a finire il trip di LSD per i protagonisti. Alla fine del viaggio sull’asfalto c’è solo morte: la bandiera a stelle e strisce brucia con l’American Dream, nessun riscatto è possibile per una società che non sa più essere libera.

Al mito del road movie per eccellenza, in cui Jack Kerouac incontra John Ford e anche Il Sorpasso di Dino Risi (il cui titolo in inglese è The Easy Life), hanno contributo in maniera essenziale la fotografia luminosa del geniale László Kovács e, ovviamente, la colonna sonora. Easy Rider è stato il primo film ad utilizzare pezzi già esistenti nel montaggio. Dennis Hopper ci ha visto lungo e per i diritti delle musiche ha speso quasi tre volte il budget delle riprese, selezionando le canzoni che ascoltava alla radio. Il risultato è un album rivoluzionario che include il biker-rock di Steppenwolf (da Born to be Wild in poi), il rock country dei Byrds e l’inno di Jimi Hendrix If 6 Was 9. Sconvolto dal finale terribile senza speranza, Bob Dylan era riluttante a cedere i diritti della sua It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding), ma poi venne raggiunto un accordo per utilizzare la cover della canzone eseguita dal frontman dei Byrds Roger McGuinn. Dylan scrisse anche il primo verso di Ballad of Easy Rider e poi disse: “Date questo a McGuinn, saprà cosa farne”. Saggiamente, le canzoni della colonna sonora sono state sequenziate nello stesso modo in cui appaiono nel film. Sì, Dennis Hopper aveva capito tutto.

Easy Rider ha mostrato il dito medio anche agli studios hollywoodiani, che si sono dovuti strofinare gli occhi davanti a un film indie fino all’osso prima che indie volesse dire qualcosa (e poi di nuovo nulla), prodotto dallo stesso Peter Fonda, che pagava vitto e alloggio alla crew con la sua carta di credito. Un progetto costato 400 mila dollari (più un milione in licenze musicali per la colonna sonora), che di milioni ne guadagnò 60, dimostrando che da film a basso budget realizzati da registi d’avanguardia si poteva ricavare una fortuna. Il film da vedere nell’estate del 1969, possibilmente fatti.

Un’opera che – finalmente – parlava di giovani, ai giovani, con il linguaggio dei giovani. Mettiamola così, se non ci fosse stato Easy Rider (insieme a Il Laureato e Bonnie & Clyde) a cambiare l’atteggiamento delle major nei confronti di una nuova generazione di autori (e di pubblico), probabilmente non esisterebbero i vari Coppola, De Palma, Scorsese, Altman, Lucas. In una parola non ci sarebbe la New Hollywood. Lo aveva capito Cannes che (più all’avanguardia e lungimirante ieri di oggi) ha premiato il film come miglior opera prima, lo aveva capito l’Academy che ha nominato Easy Rider per due Oscar: migliore sceneggiatura originale (buffo perché il copione veniva improvvisato giorno per giorno sul set) e Jack Nicholson come attore non protagonista, primo passo che lo avrebbe portato a diventare il mostro sacro che conosciamo.

Proprio al George Hanson di Nicholson vengono affidati due dei passaggi più fulminanti: la riflessione sui venusiani e il dialogo sulla paura insieme a Dennis Hopper, che racconta il potente messaggio di non conformità e angoscia esistenziale del film sul potenziale perduto dell’America. Roba che 50 anni dopo, tra i proclami trumpiani di Make America Great Again e il reazionarismo di ritorno, mette gli stessi brividi.

George: Una volta questo era proprio un gran bel Paese, e non riesco a capire quello che gli è successo
Billy: È che tutti hanno paura ecco cos’è successo […]

George: Si ma non hanno paura di voi, hanno paura di quello che voi rappresentate.
Billy: Ma quando… Per loro noi siamo solo della gente che ha bisogno di tagliarsi i capelli.
George: Ah no… Quello che voi rappresentate per loro, è la libertà.
Billy: Che c’è di male nella libertà? La libertà è tutto.
George: Ah sì, è vero: la libertà è tutto, d’accordo[…], ma quando vedono un individuo veramente libero, allora hanno paura.

Billy: Eh la paura però non li fa scappare!

George: No, ma li rende pericolosi.

Leggi anche