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E se Trump fosse davvero un pazzo?

È il quesito alla base di ‘#Unfit – La psicologia di Donald Trump’, il documentario che indaga sulla mente del ‘commander in chief’. Ma forse è l’intera storia degli States a dover essere messa sul lettino

Foto: Saul Loeb/AFP via Getty Images

Il presidente è un pazzo. Lo abbiamo sentito dire moltissime volte riguardo a Donald Trump. Ma un conto è sentirlo da un avversario politico, che magari ha usato le stesse parole in passato per George W. Bush o John McCain. Se a dirlo è uno psicologo come John Gartner, la cosa assume un altro spessore. Questa è l’ipotesi di fondo di #Unfit – La psicologia di Donald Trump, documentario scritto e diretto Dan Partland dove si inizia con i requisiti che sono richiesti al personale dei Servizi Segreti addetto al trasporto di testate nucleari. Cose non assolutamente richieste a chi viene eletto alla presidenza, come ad esempio l’assenza di infedeltà matrimoniali. E il pensiero non corre solo a Donald Trump, ma anche a Bill Clinton. Ma poi arriva la diagnosi di uno psicologo con tanto di dottorato, John Gartner appunto, il quale ci fornisce una diagnosi ben precisa sull’attuale presidente: è un narcisista maligno. E avverte: stavolta non è come nel 1964 con Barry Goldwater, quando 1189 psicologi americani accusarono il candidato repubblicano alla presidenza di avere delle tare mentali irrisolte. Goldwater fece causa al magazine Fact, che aveva ospitato l’articolo, e vinse un risarcimento pari a 500mila dollari odierni: da allora si considera inopportuno e professionalmente scorretto analizzare un paziente senza vederlo. Questa volta, spiega Gartner insieme ad alcuni colleghi psicologi, c’è una diagnosi più precisa di quelle fatte a Goldwater, viziate dalle sue posizioni politiche estreme su scontro con l’Unione Sovietica e sui diritti civili per gli afroamericani. Trump sarebbe un narcisista maligno.

Le caratteristiche ci sono tutte: mancanza di empatia, comportamento manipolatorio, paranoia e, ovviamente, narcisismo estremo. Il documentario poi prosegue accomunando il presidente ai numerosi leader autoritari che sono stati eletti in questi anni: Rodrigo Duterte nelle Filippine, Jair Bolsonaro in Brasile e Vladimir Putin in Russia. La storica Ruth Ben-Ghiat traccia una linea che risale a Mussolini, dipingendo però un quadro con due errori marchiani: definisce l’Italia pre 1922 «una democrazia limitata dove potevano votare le donne» e chiama Giacomo Matteotti «il leader del Partito Socialista». Invece sappiamo che le donne ottengono il voto soltanto nel 1946, e che Matteotti era capogruppo alla Camera del Partito Socialista Unitario, la scissione moderata guidata da Filippo Turati contro il massimalismo del Psi ufficiale.

Possiamo sostenere che questo legame diretto di Trump con il fascismo è assai meno convincente della diagnosi psichiatrica (che avrebbe comunque bisogno di qualche prova in più), e non perché Trump non abbia tendenze autoritarie, ma sono molto legate al contesto americano. E ci sono moltissimi esempi: a partire dal Sud schiavista, dove un’élite di proprietari terrieri in South Carolina aveva ridotto l’esercizio democratico al voto per i soli maschi bianchi per la legislatura statale che avrebbe scelto sia le cariche federali come deputati e senatori sia quelle esecutive come il governatore. Ma anche a fine ‘800, quando, per la precisione nel 1898, una milizia razzista armata, le Red Shirts, assaltò a Wilmington in North Carolina le case degli eletti della coalizione interrazziale populista che minava le basi del potere dei democratici segregazionisti dello Stato.

Anche a livello di violenza, gli Stati Uniti hanno poco da invidiare allo squadrismo fascista: secondo i dati del Tuskegee Institute, dal 1882 al 1968 sono state linciate pubblicamente 4743 persone nel Sud degli Stati Uniti, vittime di violenza politica e razziale. C’è anche un vero e proprio eccidio perpetrato ad opera del Ku Klux Klan, quello di Tulsa in Oklahoma nel luglio 1921, e così ben raccontato nella serie tv Watchmen, con una stima di 300 morti tra gli abitanti del ricco quartiere nero di Greenwood. Insomma, l’autoritarismo ha radici profonde anche negli Stati Uniti. Per quello appare ancora più stridente l’intervento di Bill Kristol e Richard Painter, due alti funzionari dell’amministrazione di George W. Bush che, accusando Trump, sembrano voler cancellare le gravi violazioni dei diritti umani avvenute durante la guerra al terrorismo successiva all’11 settembre 2001.

Trump quindi non è «un malanno nel corpo sostanzialmente sano della democrazia americana», per parafrase un ragionamento di Benedetto Croce su Mussolini. Ma l’effetto di un’involuzione del Partito Repubblicano e di una progressiva polarizzazione che vede nel controllo delle leve del potere l’unico obiettivo. Basti pensare ai tweet controversi del senatore repubblicano Mike Lee sulla democrazia. Insomma, l’autoritarismo trumpiano ha radici molto più profonde di quello che sembra a un’analisi superficiale, ma ciò non appare in #Unfit. E questo è un tentativo perduto per meglio comprendere chi ha consentito la sua elezione. Ci fornisce un piccolo suggerimento l’ex capo della comunicazione della Casa Bianca Anthony Scaramucci, che sostiene che «Trump non è un razzista, è solo uno stronzo». Verrebbe da riflettere su chi ha consentito che arrivasse fino al vertice del Paese, e con quali reconditi obiettivi.

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