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È Giorgio Strehler che vi parla

Lo fa davvero, in un documentario – ‘Essere Giorgio Strehler’, presentato alla Festa del cinema di Roma – che usa le sue stesse parole per raccontare il grande genio del (Piccolo) teatro. Evitando la retorica delle solite biografie

Un giovane Giorgio Strehler tra le sue maschere

Foto: press

Quando si omaggiano personaggi che nel loro campo hanno fatto la storia e che con le loro opere sono riusciti a lasciare un segno indelebile, è molto facile cadere nella cronaca didascalica. Con il documentario Essere Giorgio Strehler, prodotto da 3D Produzioni in collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano per il centenario della nascita del grande regista teatrale, gli autori Matteo Moneta e Gabriele Raimondi (il secondo anche al montaggio) e la regista Simona Risi hanno scelto di dribblare questo rischio eliminando la voce fuori campo e lasciando la parola al diretto interessato. «Sono Giorgio Strehler che vi parla, tra gli scettri e le corone, tra i ventagli e le spade…»: inizia così, con un rarissimo audio di una mostra dedicata a Strehler quando era ancora in vita, un’opera che proprio perché incentrata sulla sua voce, e nella fattispecie su una serie di interviste risalenti ai primi anni ’90, si presenta come un racconto intimo, personale. Un ritratto impreziosito da materiali d’archivio, riprese, fotografie, spettacoli, documenti provenienti dalle teche dell’Istituto Luce, dal Piccolo Teatro e dal Museo Teatrale Carlo Schmidl, in cui ciò che emerge con forza è lo speciale temperamento che caratterizzava lo Strehler uomo e artista, il suo sentirsi irrimediabilmente attratto da quella che in più punti definisce “la magia del teatro”. Irrimediabilmente, perché a certe chiamate interiori non si sfugge, perché non puoi fare a meno di trasformarle in un percorso di vita che condiziona ogni tua scelta, ogni passo, ogni azione.

Nel documentario presentato alla Festa del cinema di Roma questo weekend e dal 13 novembre su Sky Arte e NOW questo aspetto legato all’ineluttabilità di certi destini è il più intrigante e affiora via via dalla bocca dello stesso Strehler quando, per esempio, ricorda con tenerezza il se stesso bambino che nel buio della sua cameretta non ha paure perché rassicurato dalle musiche suonate dalla madre violinista e dal rumore dei passi di un porcospino domestico, Spiridione. O quando rammenta il momento della folgorazione per il teatro, a Milano, dopo aver assistito per caso alla messa in scena di un testo di Goldoni, Una delle ultime sere di carnovale: quell’estate uno Strehler ancora giovanissimo rinunciò alle vacanze per soddisfare il bisogno impellente di andare a teatro tutte le sere, fino a decidere di iscriversi alla scuola dei Filodrammatici e di fare di quella sua nuova passione una missione.

Senza dimenticare quando, parlando del suo rapporto con il mondo esterno, il regista e attore triestino torna con la mente a un momento privato, ma significativo, della sua carriera: «Mi sono trovato in questo teatro, una sera, seduto sdraiato, dentro a un giardino immaginario, che era il giardino de Il gabbiano di Čechov e mi sono sdraiato per terra, nel semibuio, non c’era nessuno, era finita la prova e guardavo in alto, questo teatro con questi alberi, e mi figurano che questo fosse più bello in fondo, che stare in un prato con degli alberi veri». È la realtà che si fonde con la fantasia e che in quel fondersi consente una dimensione esistenziale letteralmente straordinaria perché intrisa di un istinto fanciullesco irrefrenabile.

Foto: press

Non che tali elementi non siano sottolineati anche da altre voci che si affiancano a quella del cofondatore, con Paolo Grassi, del Piccolo Teatro. C’è la scrittrice Cristina Battocletti, che di recente ha pubblicato per La Nave di Teseo la biografia Giorgio Strehler, il ragazzo di Trieste – Vita, morte e miracoli. Ci sono il regista Stefano De Luca, che di Strehler fu allievo, e l’ex sovrintendente della Scala Carlo Fontana. Ci sono anche le attrici Giulia Lazzarini e Ottavia Piccolo, il regista Lluís Pasqual, lo scenografo Ezio Frigerio, la costumista premio Oscar Franca Squarciapino e un’altra attrice, Andrea Jonasson, che Strehler sposò nel 1981 e che rimase al suo fianco fino alla morte di lui, il 25 dicembre 1997. Tutti questi contributi non sono, però, strutturati come le classiche interviste esplicative che compongono la maggior parte dei documentari: se l’io narrante è lo stesso Strehler, gli altri interventi sono trattati come note a piè pagina, scelta sottolineata da una regia che evita di inquadrare in primo piano gli intervistati per seguirli mentre camminano, si muovono nello spazio, maneggiano oggetti. I loro commenti aiutano a completare il ritratto di un uomo che per il teatro “si dimenticava di vivere”, ma sono le parole dello stesso regista a restare cruciali insieme con i retroscena, con le molteplici immagini che ci mostrano Strehler mentre prova con i suoi attori o dà consigli agli allievi della Civica Scuola d’Arte Drammatica del Piccolo, altra sua creatura: che fosse collerico o meno – in questi anni sono in molti ad averlo descritto così –, ciò che si può osservare in questi frammenti è, da un lato, la totale immedesimazione di Strehler con ciò che di volta in volta portava sul palcoscenico, dall’altro, un’energia torrenziale, inesauribile e per questo sempre al limite, capace di tramutarsi in furia, istrionismo, gioco o poesia nel medesimo istante.

«Prova tu a vivere con Van Gogh», dice a un certo punto Jonasson a proposito dell’irrequietezza che attraversa immancabilmente le vite dei grandi artisti e pure quella del Maestro, come tanti amano chiamarlo. Parla di “genio”, l’attrice. Si potrebbe anche definirla follia, in fondo non è folle pensare che sia più bello riposare sotto a un albero di legno che sotto a una vera pianta? O credere, come lo Strehler più politico credeva, che anche il teatro con la sua materia viva e sempre cangiante può contribuire a cambiare l’umanità? Le tragedie di Shakespeare, i moniti di Brecht, le maschere di Goldoni erano il suo regno, il suo cibo, il suo universo parallelo, e il merito di Essere Giorgio Strehler è di evocare questa materia viva anche attraverso la ricostruzione di alcune scenografie degli spettacoli del grande regista realizzate ad hoc dai tecnici del Piccolo.

Luci e ombre, del resto, si intrecciano nella vita di tutti e Strehler, nel suo incontro/scontro con la realtà, non ebbe sempre la meglio. Nel documentario si torna, allora, alla rabbia che provò quando nel 1968, in un clima di proteste, fu contestato da gruppi di giovani sostenitori di una gestione collettivista del teatro come fosse una sorta di despota. Si evita – va detto – di entrare nel dettaglio delle vicende politiche di Strehler, che come sappiamo si unì alla Resistenza e negli anni ’80 fu europarlamentare per il Partito Socialista, poi senatore indipendente nelle liste del Partito Comunista, e che si espresse in più sedi contro la società dei consumi e l’idea di un marketing culturale che sottomette l’arte alle leggi del mercato. Allo stesso modo, si accenna soltanto alle frizioni con le giunte comunali milanesi che gli avrebbero provocato non poco stress nel decennio successivo, prima della sua dipartita.

Ciò che si rende evidente, nello scorrere di immagini sullo schermo, è il valore di un uomo che mettendo l’etica al centro si era assegnato il compito di narrare l’umanità nella sua bellezza come nel suo orrore e di promuovere un teatro per tutti, non solo per le élite. E che durante questo percorso, di tanto in tanto, si appuntava su dei fogli ritrovati tra i suoi effetti personali le “cose da fare” e i suoi pensieri più bui. Chissà cosa avrebbe detto in quest’epoca di pandemia, dopo quasi due anni in cui i teatri sono stati quasi sempre chiusi. Non possiamo saperlo, ma in Essere Giorgio Strehler si fa largo una domanda che il grande regista teatrale si poneva nel suo costante tentativo di unire rigore e poesia: «Oggi si parla di civiltà dello spettacolo, ma di quale spettacolo?».