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Dal libro al film: ‘Uomini e topi’, il romanzo che visse quattro volte

La versione cine-teatrale firmata James Franco è la sintesi degli adattamenti del capolavoro di Steinbeck, tra gli autori che hanno cambiato per sempre l’America (e la sua rappresentazione anche visiva)

James Franco, nella foto con Chris O’Dowd, ha portato prima a teatro e poi al cinema ‘Uomini e topi’

Foto: Walter McBride/WireImage via Getty Images

L’ultima rappresentazione di Uomini e topi riprende la pièce messa in scena a Broadway da Anna D. Shapiro. James Franco ne ha fatto una riduzione “film-teatro”. La matrice, è notorio, è il romanzo di John Steinbeck. Trattasi di uno dei testi fondamentali della letteratura americana del secolo scorso. Steinbeck fa parte di quella generazione di autori, nati intorno al 1900, che hanno trasformato la letteratura. Credo che non sia blasfemo se attribuisco a quel movimento l’eccellenza assoluta, pure a fronte di altre letterature importanti e decisive europee. È dunque doveroso tracciare, collocare, a linee grandissime naturalmente, le cifre di quel momento americano.

I nomi fondamentali: Sinclair Lewis (Strada maestra, Babbit), attento osservatore dell’americano medio, una sorta di iniziatore della letteratura satirica con uno stile diretto e giornalistico, premio Nobel; John Dos Passos (Tre soldati, 42° parallelo), che intendeva la letteratura in chiave soprattutto politica: rappresentò l’illusione e la degenerazione del Sogno Americano con una critica quasi feroce al capitalismo; Erskine Caldwell (La via del tabacco, Piccolo campo), abrasivo narratore della miseria e dell’ignoranza di una fascia prevalente dell’America degli Stati del Sud; William Faulkner (L’urlo e il furore, Santuario, Luce d’agosto), aristocratico del Sud, autore che si può definire “borghese”, interessato al sociale e all’esistenziale ma anche alla ricerca del linguaggio, premio Nobel; Ernest Hemingway, certo autore sociale, avventuroso, non squisitamente proletario, anche lui “borghese” e testimone profondo di vicende individuali e collettive come le guerre, e anche lui “Nobel”; Francis Scott Fitzgerald rientrava in una cultura e in una tradizione diversa, evocava i percorsi di un Marcel Proust e di un Henry James, con le loro storie dell’alta borghesia, dei salotti frequentati dall’intelligenza elegante, magari distratta e nociva, ma certo ricca di segnali.

C’era tutta la “geografia americana”, autori dell’Est, del Sud, dell’Ovest e del Midwest. Ciascuno raccontava la propria etnia. John Steinbeck (Furore, Pian della Tortilla, La valle dell’Eden) è un altro autore “sociale” legato alle storie, soprattutto californiane, della grande crisi, attraverso una ricerca mitigata dalla sua attitudine romantica. Premio Nobel. E con Steinbeck i “Nobel” sono quattro, una ragione ci sarà. Uomini e topi venne pubblicato a New York nel 1937, nel decennio figlio della Grande Depressione, nel segno di una dolorosa e profonda coscienza dell’ingiustizia sociale, della fioritura di una cultura di sinistra e di una vasta proposta narrativa realistica, di denuncia e azione politica. Il racconto di Steinbeck rappresentava una provincia che la letteratura non aveva quasi toccato.

Tutti questi autori sono stati “filmati”, con alterne fortune. Perché il rapporto letteratura cinema è complesso. Comunque i grandi romanzi sono diventati, magari più volte, film. Titoli come I miserabili, Anna Karenina, Madame Bovary, La morte a Venezia, Il signore degli anelli, Gente di Dublino, Addio alle armi, Il grande Gatsby, Il gattopardo. E poi Shakespeare, i grandi giallisti, e  così via. Qualche eccezione esiste, anche importante, quasi misteriosa. Il giovane Holden o Cent’anni di solitudine sono rimasti… libri. E tutto sommato non è un brutto segnale: la letteratura si è difesa, ha difeso la propria identità. E qui si inserisce Uomini e topi, libro diventato film, teatro, e poi film/teatro. Ha “vissuto quattro volte”: se non è un record…

Il contesto del romanzo è dunque la California dei “paisanos”, degli operai costretti a viaggiare per trovare lavoro. George e Lennie sono due braccianti che lavorano in un ranch della vallata del Salinas. Lennie ha un cervello infantile e una forza che non riesce a controllare. George cerca di tutelarlo togliendolo dai guai che la sua condizione continuamente gli procura. Lennie viene sedotto dalla moglie del figlio del padrone. Senza rendersene conto la uccide. Interviene ancora George, che, per salvare l’amico dal linciaggio e da una morte peggiore, lo uccide.

Romanzi come questo e il suo “gemello” Furore diedero dell’America, in quella stagione drammatica, un quadro politico che sarebbe rimasto nella memoria di tutte le fasce. Gli USA non erano solo il Paese dell’accoglienza e del sogno, ma anche quello dei disperati costretti a gesti estremi, dei padroni che non avevano pietà, delle istituzioni che ti lasciavano solo. Uomini e topi, nelle sue quattro vite, lo ha detto e ribadito.

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