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Dal libro al film: ‘The Dead – Gente di Dublino’, grande letteratura e grande cinema

Il capolavoro di James Joyce è anche un capolavoro di John Huston. Che, alla vigilia della morte, ha adattato la più ‘filmabile’ delle opere dell’autore irlandese per fare i conti con sé stesso. E la propria poetica

Anjelica Huston in ‘The Dead – Gente di Dublino’ di John Huston (1987)

Foto: Lions Gate

Era doveroso dedicarmi a James Joyce, uno dei più importanti scrittori del Novecento, grande inventore. Dici Joyce e in automatico emerge Ulisse, il romanzo identitario dell’autore, testo complesso e difficile. Joyce non è uno scrittore facilmente “filmabile”, alla Hemingway, giusto per citare un modello esemplare. Joyce è letteratura pura. Col suo celeberrimo Ulisse, e ancora di più col successivo Finnegan’s Wake, aveva stravolto i concetti del racconto, non più logico e conseguenza di fatti ma di parole, con assonanze, analogie, memorie improvvise e atemporali. In tutto questo, non molto spazio per le immagini.

Ci sono dei film derivati dai romanzi di Joyce, lo stesso Ulysses ha due versioni, inglesi, mai arrivate da noi. Anche Ritratto dell’artista da giovane è diventato un film, ma non in edizione italiana. Ma nel 1987 venne distribuito in Italia The Dead, un episodio del testo Gente di Dublino, scritto da Joyce nel 1914, prima che si dedicasse alla ricerca e alla rivoluzione dello stile. Trattasi, comunque, di grande romanzo. Con una caratteristica non banale: è… filmabile.

The Dead ha una storia particolare, artistica e umana. Il regista John Huston finì di dirigerlo pochi giorni prima di morire, sapendo di dover morire e rappresentando, con un coraggio più che umano, il mistero che andava incontrando. Il cinema aveva già affrontato monumenti inattaccabili, come Mann, Kafka e Proust, riuscendo faticosamente ad aderire a storie e significati. Autori cinematograficamente difficili, specie gli ultimi due. Furore può anche essere condiviso da Steinbeck e Ford, e Il gattopardo da Tomasi di Lampedusa e Visconti, ma La montagna incantata continua ad essere di Mann, non di Geißendörfer, Il processo è di Kafka e non di Welles, e Un amore di Swann è di Proust, non di Schlöndorff.

The Dead (I morti) è l’ultimo dei racconti di Gente di Dublino. La storia. Nel 1904, le sorelle Morkan danno un ballo annuale. È invitata la buona borghesia. Ci va Gabriel, con sua moglie Gretta. Si fa musica, c’è una cena, si parla di tutto: pettegolezzi, arte, il tempo, la politica. Prima di lasciare la casa, Gretta sente una canzone che letteralmente la sconvolge. La donna ammutolisce, chiude gli occhi, dolorosamente. Il marito se ne accorge. Lei gli racconta che quella canzone era cantata da un ragazzo, Michael Furey, morto a diciassette anni di polmonite, perché era rimasto sotto la pioggia per salutare lei che stava per partire. Gabriel è a sua volta sconvolto: non ha mai conosciuto davvero sua moglie, era all’oscuro di una vicenda tanto importante. Di notte, con Gretta che dorme, Gabriel pensa alla morte. Parla a sé stesso guardando il buio oltre la finestra.

Joyce conclude il racconto così: «Neve cadeva su ogni punto dell’oscura pianura centrale, sulle colline senz’alberi; cadeva lieve sulle paludi di Allen e più a occidente cadeva lieve sulle fosche onde rabbiose dello Shannon. E anche là, su ogni angolo del cimitero deserto in cima alla collina dov’era sepolto Michael Furey. S’ammucchiava alta sulle croci contorte, sulle tombe, sulle punte del cancello e sui roveti spogli. E l’anima gli svanì mentre udiva la neve cadere stancamente su tutto l’universo, stancamente come se scendesse la loro ultima ora, su tutti i vivi e i morti».

Ma Huston non se la sente di far morire il protagonista, e queste parole le fa dire a lui. Il film dunque interviene sulle straordinarie parole di Joyce con due licenze: un finale diverso e soprattutto le immagini. Huston mostra il buio, la neve sui vetri, un campanile nero, il ghiaccio sul fiume. La morte secondo le immagini del cinema. Grande cinema e grande letteratura: un soccorso reciproco e tempestivo.

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