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Dal libro al film: l’‘Urlo’ di Allen Ginsberg, che ha stravolto tutte le regole

Il film con James Franco mescola biopic romanzato e versi originali. E celebra il poeta della Beat Generation che attaccava e ribaltava il Sistema, inventando nuovi codici. Validi ancora oggi

Aaron Tveit e James Franco sono Peter Orlovsky e Allen Ginsberg in ‘Urlo’ di Rob Epstein e Jeffrey Friedman (2010)

Foto: Fandango

Il canale 23 della Rai spesso sta attento alla cultura. E così, a 25 anni dalla morte, ha ricordato Allen Ginsberg proponendo il film Urlo, tratto dalla sua lirica fondamentale. Val bene un racconto. Il padre di Allen era poeta e insegnante, la madre era un’ebrea russa, comunista militante, ospite permanente di ospedali psichiatrici, lobotomizzata, morta suicida. Allen si scoprì omosessuale. Tutte premesse per un destino che non poteva che essere il suo, diventare un poeta che attaccava e ribaltava, stravolgeva regole e codici. Scioccava. E poi quegli amici, poeti e scrittori, come Kerouac e Burroughs. E Ferlinghetti, il suo editore. Quelli della cosiddetta Beat Generation.

Nel 1955, alla Six Gallery di San Francisco, Ginsberg recita per la prima volta i versi del suo Howl. Così comincia Urlo, il film di Epstein e Friedman del 2010. Ginsberg era spietato col suo Paese, santificava (letterale, in un suo canto) i diseredati, i drogati, gli emarginati, i diversi, con arroganza e violenza. Il suo è un urlo di rabbia, un’esplosione che arriva dal cuore, che non fa prigionieri, senza filtri, senza mediazioni, senza traduzioni. «Io sono questo, se mi vuoi capire mi capisci». Ma non tutto è comprensibile. E quando la popolarità del poeta fu tale da diventare pericolosa, il Sistema drizzò le orecchie e apprestò una difesa, un attacco, un processo.

Il processo è un altro segmento del film. Accusa e difesa si scontrano sui versi, sul linguaggio, sulla filosofia, sulla morale e sulla censura. Prevale la tesi che il linguaggio di Ginsberg non poteva che essere quello. «Egli non parla», dice il difensore, «ai clienti del Waldorf Astoria o del Four Seasons, ma agli sconfitti, agli arrabbiati, ai diversi nei loro ambienti». La sentenza che proclama il giudice è un appello alla libertà. «L’America è un Paese liberale, un riferimento del mondo, aperto a tutte le intelligenze. Non ci devono essere limiti, non ci deve essere censura. Il poeta si è valso del proprio linguaggio, che è pertinente ai contenuti che ha voluto esprimere».

Gli autori del film, Epstein e Friedman, hanno lavorato a incastro con la poesia che viene detta e lavorata, tagliata e ricomposta, analizzata come un tumore o un miracolo. Ginsberg non è un poeta perfetto, non è un legislatore come Neruda o Eliot. È un imperfetto felice di esserlo. Perfetti o imperfetti che fossero i “beat”, certo quel gruppo era la forca caudina più abrasiva e seduttiva. Passarci sotto ti faceva soffrire, ma ti eccitava. Erano quei magnifici anni Cinquanta, il decennio di punta del secolo. Dopo la guerra, tutte le pagine di tutti i Paesi dovevano girare. Chi studiava, chi cresceva, chi viveva, chi sentiva, chi apprendeva e chi insegnava.

Ginsberg e gli altri non potevano non essere toccati. Hanno certo avuto parte nell’educazione del sentimento e della cultura del momento, con altri movimenti riconosciuti: l’America delle due coste, gli arrabbiati dell’Actors e gli arrabbiati inglesi amici di Osborne, Evtušenko e i compagni dissidenti, Bergman dei posti e dei sigilli, Fellini delle strade e delle notti. E altri. E Naturalmente quell’Holden Caulfield di un Salinger che era arrivato prima di tutti. Anche Urlo di Ginsberg arriva prima di Berkeley, della Sorbona, della Statale e di Woodstock.

Alcuni versi: «Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche / trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa / hipster dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste / con la dinamo stellata nel macchinario della notte / che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale / di soffitte a acqua fredda fluttuando nelle cime delle città, contemplando jazz…».

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