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Dal libro al film: l’Algeria ‘interiore’ di Albert Camus (e Gianni Amelio)

Nell’anno in cui il Paese nordafricano celebra il 60esimo anniversario dell’indipendenza dalla Francia, ricordiamo ‘Il primo uomo’, dal romanzo postumo dell’autore della ‘Peste’. Un cinema rigoroso che sa parlare anche a noi e all’oggi

Jacques Gamblin nel film ‘Il primo uomo’ di Gianni Amelio (2011), dal romanzo postumo di Albert Camus

Foto: 01 Distribution

Comincia ad essere il momento dei promemoria dell’Algeria. Sessant’anni fa il Paese stava superando gli ultimi ostacoli in vista dell’indipendenza, che ottenne il 3 agosto del 1962. I primi segnali importanti di insofferenza coloniale, chiamiamola così, si ebbero in Algeria nel 1911 con la nascita del partito dei Giovani Algerini. La traiettoria indipendentista prosegue con la fondazione a Parigi, da parte degli emigrati algerini, del movimento Stella Nordafricana, nel 1923. Nel ’42 ad Algeri – la Francia è occupata dai nazisti – si costituisce il governo provvisorio della Francia libera. Molti algerini si uniscono alla resistenza.

Recentemente, Edgar Morin, il grande intellettuale francese ospite a Milano, ha ricordato quell’episodio: «Gli algerini si unirono ai francesi, molti morirono e alla fine della guerra, invece di essere loro riconoscenti, continuavamo a trattarli come una colonia». Morin ha parlato con cognizione di causa, era là. Nel ’43 Ferhat Abbas, che identifica insieme a Ben Bella e ad altri la lotta algerina, pubblica il Manifesto del popolo algerino e proclama la fine del regime colonialista. Seguiranno rivolte e repressioni, anche durissime, morirà un milione di algerini su dieci milioni di popolazione, ci sarà nel ’57 la famosa battaglia di Algeri, prima di arrivare, nel 1962, alla firma di un armistizio con la Francia e all’indipendenza.

Questa è la premessa storica opportuna per assumere la vicenda narrata ne Il primo uomo, firmato da Gianni Amelio. Il film, del 2011, si rifà al romanzo postumo di Albert Camus. Si racconta la vicenda di Jean Cormery, che alla fine degli anni Cinquanta ritorna in Algeria dov’è nato, alla ricerca del suo passato. Cormery è semplicemente Camus. Le loro storie sono simili. Camus nacque nel 1913 in Algeria. Studiò là in condizioni non certo facili. Si trasferì a Parigi, partecipò alla resistenza, nel ’42 scrisse un libro importante, Lo straniero, che sarebbe diventato un film di Visconti nel ’67. Nel ’47 firmò uno dei romanzi fondamentali del Novecento, La peste. Dieci anni dopo si vide assegnare il premio Nobel. Morì nel 1960 per un incidente automobilistico. Stava lavorando al Primo uomo, appunto.

Il codice della narrativa di Camus è l’insoddisfazione, l’incapacità, da parte dell’umano, di trovare una giustificazione al vivere, e la coscienza dell’assurdo. E dunque, visto che il nodo non lo si può sciogliere, tanto vale dedicarsi a un compito, a un’azione, una qualunque purché sia un impegno profondo. Per lo scrittore, quell’azione era il suo Paese. “Assurdo” può significare la sua condizione di intellettuale francese ma che sempre rivendicò la sua radice nordafricana. Il protagonista Jean ritrova sua madre, sempre analfabeta ma positiva e saggia com’era da giovane. E corrono i ricordi, soprattutto della nonna, dura e basica, ma certo importante in quel contesto così difficile.

Durante la sua visita, Cornery-Camus assiste a un Paese in apnea, certo non felice, non ancora libero. Il centro del ricordo sono gli anni Venti, quando Jean è alle medie, il tempo della formazione. È intelligente, più di tutti. E questo gli assegna di fatto, non cercato, un privilegio, una borsa di studio che gli permetterà di continuare, approfondire, diventare in giorno… Camus. Fra flash e presente, Jean cerca anche di approfondire sé stesso, di capire se il germoglio si è poi sviluppato secondo speranza e destino. Ma c’è davvero poco di felice intorno a lui e dentro di lui. E poi l’incontro più importante, col professor Bernard, ormai vecchio, al quale Jean deve quasi tutto, per cominciare la cultura del Marocco, la coscienza della condizione di colonia. E poi i grandi princìpi che, da uomo, Jean svilupperà: la libertà e l’azione.

Camus, purtroppo, mancherà per due anni il grande momento finale. Non vedrà realizzati compiutamente il Paese e sé stesso. Magnifica storia, romanzo in sonno (cinematografico) che Gianni Amelio ha affrontato e assunto, scrivendo la sceneggiatura. Ottimi gli attori, con un Jacques Gamblin che riesce ad assomigliare al Camus “originale”. Amelio presenta il suo stile scarno e rigoroso, non ci sono impennate, invenzioni e accelerazioni. È il solito Amelio di sempre, esegue bene il compito che si prefigge. Ma con questa operazione si accredita di una grande benemerenza, in un momento, italiano, dove il cinema tocca argomenti diversi dalla cultura e da un respiro che non sia autoctono. Amelio sapeva in partenza che il film sarebbe stato apprezzato da pochi, e così è stato. Ma quei “pochi”… sono buoni.