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Dal libro al film: la lezione del ‘Gattopardo’ (e della sua grazia ancora intatta)

Inauguriamo questo nuovo ‘filone’ di storie dalla Storia del cinema con una delle opere più amate di Luchino Visconti, tratta dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Capace di superare qualsiasi prova del tempo

Alain Delon e Claudia Cardinale nel ‘Gattopardo’ di Luchino Visconti

Foto: Sunset Boulevard/Corbis via Getty Images

Il rapporto fra cinema e letteratura è sempre stato stretto e tormentato. Stretto perché non c’è romanzo importante, salvo rare eccezioni, che non abbia avuto la sua brava versione cinematografica, tormentato perché le due “arti” hanno regole molto diverse. Il cinema ha toccato tutti gli autori, tutti i giganti. Da Omero a Shakespeare ad Agatha Christie, da Goethe a Grass, da Flaubert a Balzac, da Manzoni a Tomasi di Lampedusa, da Hemingway e Scott Fitzgerald a King, da Dickens a Kipling, da Tolstoj a Solženicyn a Kafka a Joyce, a Joseph Roth a García Márquez. Tutta gente che, citata naturalmente con arbitraria e dolorosa selezione, ha contribuito a formare la nostra educazione sentimentale e intellettuale. Si tratta di accettare due termini: licenza e contaminazione. Il cinema ha tutti i diritti alla licenza, la letteratura avrebbe tutti i diritti alla salvaguardia della propria identità. Va anche detto che alla fine, “pesando” licenze e contaminazioni, nell’insieme della collaborazione, il barometro volge al bello. Fra libri e film si è instaurato un rapporto di mutuo soccorso che naturalmente ha favorito il cinema. Il codice primario della letteratura è la cultura, quello del cinema è lo spettacolo.

Va rilevata una differenza. Alcuni autori sono “filmabili”, altri sono ostici. Ma se un film, magari imperfetto, trasmette l’idea che cambia il mondo, che rende migliori e più liberi, è perché “prima” c’è un libro. La scrittura – quella vera, grande – ha responsabilità maggiori, è univoca nella verità. Il cinema può commettere errori, magari volutamente, può vivere senza verità, ti chiede minore applicazione e, anche per questa ragione è… più divertente. Nei miei libri e nei miei master universitari ho affrontato questo “felice strabismo”, lavorando su centinaia di romanzi e di film relativi. La prima proposta è certo importante. E ci riguarda: Il gattopardo. Grande romanzo e grande film.

Quando la Titanus e la Cineteca di Bologna, con la collaborazione di Martin Scorsese («Non sarei Scorsese senza Il gattopardo», dice il regista newyorkese) e di Gucci, hanno restaurato Il gattopardo, sono tornato al cinema a rivederlo. Molti ne hanno parlato. A posteriori, come sempre accade, si innescano le cosiddette revisioni, riletture, omissioni, ripensamenti. E si impone, purtroppo, la politica. Girano anche sequenze che Visconti, certo dopo ragionamenti opportuni e sofferti, tagliò. Si racconta dell’intervento di personaggi importanti del Partito Comunista di allora, che avrebbero suggerito, magari cercato di imporre al regista certi contenuti graditi a Mosca. Nel quadro di un paradosso interessante: Luchino Visconti votava PCI e tutti lo sapevano.

Il modello che aveva confuso tutte le idee era Fabrizio di Salina, un principe che accetta il nuovo status della Sicilia che diventerà parte del Regno d’Italia, con un nuovo re, un Savoia, Vittorio Emanuele II, al posto di un Borbone. Dunque un principe “rivoluzionario”. Non ortodosso, incomprensibile, rispetto all’ideologia marxista. Visconti, che certo conosceva le misure esatte dei contenuti e dello spettacolo, usò le forbici. Una sequenza che tagliò è quella che propongo. Assolutamente politica. Il protagonista è Don Calogero Sedara (Paolo Stoppa), un ricco, furbo possidente che intuisce quanto sia meglio stare dalla parte dei nuovi venuti, a cominciare da Garibaldi. Dice a un contadino: «Se uno non possiede niente non può votare». Contadino: «Se questo asino fosse mio, potrei votare». Sedara: «Invece è del padrone, è lui che vota». Contadino: «Allora, se ho capito bene, è l’asino che vota… io non so leggere né scrivere, il nuovo re non mi interessa, mi interessa la terra». Sedara: «Abbiamo fatto la rivoluzione, adesso faremo le nuove leggi e avrete la terra, ma l’avrete perché l’avete aspettata, non come quelli di Girgenti che l’hanno occupata con la forza e marciscono in galera. Anche il principe di Salina, che è un gentiluomo, voterà sì per l’Italia».

È utile anche un piccolo focus sulla situazione della cultura italiana ai tempi del Gattopardo-film. In quell’anno prese vita un movimento letterario, il cosiddetto Gruppo 63. Ne facevano parte personaggi di levatura importante delle lettere e della cultura, fra questi Achille Bonito Oliva, Furio Colombo, Umberto Eco, Giorgio Manganelli, Edoardo Sanguineti. Il movimento faceva propria l’ideologia marxista, le storie narrate dovevano essere, tutte, in quella chiave. Scrittori che si occupavano dell’animo individuale, diciamo così, come Cassola, Bassani, Berto e Pratolini, venivano messi all’indice. In questa ottica di lettura e revisione risultava, per esempio, che il Risorgimento (secondo Il gattopardo) fosse un’occasione mancata di rivoluzione. Poi naturalmente c’erano le letture contrapposte. E come quasi sempre accade, a fronte di due spinte opposte, il “corpo” finiva per rimanere immobile. In questo clima è chiaro che Visconti dovesse fare molte valutazioni. Ma possedeva una base granitica grazie a Tomasi di Lampedusa e… a Visconti. E non era davvero semplice cercare di non fare di quel titolo un capolavoro. Che adesso rivediamo nelle sale, nel ruolo, lo ribadisco ancora, di pietra di paragone col cinema attuale, che… non ne esce bene. La sala, l’Anteo di Milano, era gremita di giovani. All’uscita rilevavo nei loro occhi qualcosa di imprevisto, e di attonito. Anche se la tua educazione estetica e sentimentale parte da modelli come Pulp Fiction e si struttura coi blockbuster americani oppressi da effetti speciali, Il gattopardo rivela una qualità, una grazia che, anche se non sono abituali e sono magari misconosciute, si impongono ugualmente, anche se la tabula è rasa. E i ragazzi lo intuivano.

Una citazione indispensabile: l’attore protagonista Burt Lancaster. Chi mi legge conosce la mia attitudine alla selezione che, di getto, la memoria riesce a comporre senza ricerche o richiami, che poi è la più vicina alla sostanza. Non ricordo una performance di quella forza, forse Daniel Day-Lewis che fa Lincoln. E così mi espongo, dichiaro un assoluto: Burt Lancaster è il più grande attore (di cinema) di sempre. E porto le prove, ricordando semplicemente alcuni ruoli. Lancaster fa il gangster ne I gangsters da Hemingway; l’uomo del West in Sfida all’O.K. Corral; vola sui pennoni del galeone nel Corsaro dell’isola verde; è l’acrobata (senza controfigure) in Trapezio; il detenuto-scienziato ne L’uomo di Alcatraz; e poi il principe di Salina, appunto, e ancora, con Visconti, il magnifico, triste professore di Gruppo di famiglia in un interno. E molto, moltissimo altro. Nessuno, lo riaffermo, possiede tutti quei registri. E così in alto.

Ho scritto sopra di scrittori e di opere che i film hanno rispettato tenendo alta la qualità. Il gattopardo si adattava alle due discipline. Tanto che la sua paternità può essere attribuita (quasi) alla pari fra Tomasi di Lampedusa e Visconti.

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