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Dal libro al film: il mondo cinematografico di Gabriel García Márquez

Tanti adattamenti e un documentario, ‘Gabo’, celebrano il più grande scrittore colombiano. Ma il suo romanzo più celebre, ‘Cent’anni di solitudine’, non è mai stato portato sullo schermo

Lo scrittore e giornalista colombiano Gabriel Garcia Marquez nel 1972

Foto Katherine Young/Getty Images

È prezioso il documentario Gabo di Justin Webster (2015), inglese che vive a Barcellona, che racconta la vicenda umana e professionale di Gabriel García Márquez (1927-2014), lo scrittore colombiano Premio Nobel autore di uno dei romanzi apicali del Novecento, Cent’anni di solitudine (1967). Ricordano García Márquez i fratelli, il biografo, il politico, l’amante, gli amici. Emerge subito la radice e il destino. Gran parte della materia di Cent’anni viene dai nonni materni, che raccontano le guerre, le magie e le superstizioni. Sulla base di due sentimenti primari che sono la solitudine e la nostalgia.

Il mondo di Macondo, che è l’estensione di Arataca, il paese vero di Gabriel, contiene le vicende dei Buendía attraverso un secolo, con esempi e simboli che non fanno prigionieri: come le 32 guerre civili combattute e tutte perse dal colonnello Aureliano, padre di 17 figli illegittimi. La storia di quella famiglia, attraverso metafore di infinita fantasia, è semplicemente la rappresentazione dell’anima dell’America Latina, che non può che essere tragica e mai determinata da volontà e impegno. Nessuno è mai padrone del proprio destino, laggiù.

Certo sono terre propizie per la scrittura e per il dolore relativo necessario. Sono i Paesi delle rivoluzioni, delle dittature e delle guerre civili. I Paesi di Castro, Guevara e Allende. Tutte ispirazioni irresistibili per un artista che, peraltro, c’era in mezzo. E non è un caso che un altro grande sudamericano, Neruda, anche lui “in mezzo”, fosse così politicamente appassionato e attivo. García Márquez ha certo ha avuto dei detrattori, perché il mondo ideale degli artisti non trova riscontro nel mondo reale, della politica e dei compromessi.

Cent’anni è stato il Big Bang della letteratura sudamericana. Ha dato un imprinting dal quale non si è più potuto prescindere. Nel documentario qualcuno dice che era il libro più importante del mondo, così come García Márquez era lo scrittore più importante. Quel libro lo abbiamo letto tutti, studenti, borghesia, antagonisti. Popolo e cultura. E non è improprio se scrivo che è omologo di certi testi patrimonio dell’umanità, di Dante, Cervantes, o Joyce. Che non si limitano a raccontare storie, ma sono grandi architetture, pianeti coi loro satelliti, che creano un loro mondo. Un dato decisivo: Cent’anni è uno dei rarissimi grandi romanzi non filmati. Un altro è Il giovane Holden di Salinger. García Márquez ha concesso al cinema altri titoli (L’amore ai tempi del colera, Cronaca di una morte annunciata, Nessuno scrive al colonnello). Cent’anni lo ha preservato: letteratura pura, non contaminata dal cinema.

Personaggio centrale del film è Bill Clinton, che ama profondamente García Márquez. Parla del suo romanzo con la competenza di un critico, soprattutto rileva come lui, presidente, abbia molto imparato sugli esseri umani, e non solo. Arriva a dichiarare: «Se fosse dipeso solo da me avrei riallacciato i rapporti con Cuba e tolto l’embargo». Scrittore di idee e di azione, non è sempre così, García Márquez raccontava e poi girava il mondo, incontrava i capi, che lo ascoltavano, a volte gli davano retta. È nota la sua amicizia con Fidel Castro. Nella dialettica dopo la morte del dittatore cubano, se Gabriel fosse stato vivo lo avrebbe difeso a oltranza.

Anche se poi era il primo a condannare le prigioni, le torture eccetera. E nel film lo dice, dal vivo, a Castro, che col sorriso gli risponde: «Sei un genio, Gabriel, ti amo e mi migliori, ma… lasciami governare, io so come si fa». E quando, sempre con sorriso adeguato, gli dice: «Io sono come Gesù, lascia i tuoi averi e seguimi». García Márquez gli risponde: «Ti seguo, ma i miei averi me li tengo». Una giornalista cubana ricorda Hemingway e il suo amore per l’isola e gli chiede: «Lei è il nuovo Hemingway?». Risponde: «Preferisco essere il vecchio Hemingway».

Gabo si chiude con un pensiero dello scrittore sulla morte: «Non mi piace, è l’unica volta che un essere umano non ha la possibilità di scegliere, di opporsi, deve solo subire. No, proprio non mi piace».

Finisco con una proposta dovuta, l’incipit di Cien años de soledad, che è fra i più belli della letteratura contemporanea: «Muchos años después, frente al pelotón de fusilamiento, el coronel Aureliano Buendía había de recordar aquella tarde remota en que su padre lo llevó a conocer el hielo. Macondo era entonces una aldea de veinte casas de barro y cañabrava construidas a la orilla de un río de aguas diáfanas que se precipitaban por un lecho de piedras pulidas, blancas y enormes como huevos prehistóricos. El mundo era tan reciente, que muchas cosas carecían de nombre, y para mencionarlas había que señalarlas con el dedo».

In traduzione: «Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito».

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