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Dal libro al film: ‘Il giovane Holden’, l’unico grande romanzo americano mai arrivato sullo schermo

Ci hanno provato in tantissimi: da Billy Wilder a Steven Spielberg, da Jack Nicholson a Tobey Maguire. Ma il capolavoro di J.D. Salinger è rimasto ‘infilmabile’. Perché?

Nicholas Hoult è il giovane J.D. Salinger in ‘Rebel in the Rye’ (2017)

Foto: IFC Films

Il pozzo e il pendolo (Poe) Moby Dick (Melville), Huckleberry Finn (Twain), Giro di vite (James), La lunga estate calda (Faulkner), Il grande Gatsby (Fitzgerald), Il grande sonno (Chandler), Addio alle armi (Hemingway), La valle dell’Eden (Steinbeck), Colazione da Tiffany (Capote), Il nudo e il morto (Mailer), Lolita (Nabokov), Il crogiuolo (Miller), Un tram che si chiama desiderio (Williams), Tarzan delle scimmie (Burroughs), Jurassic Park (Crichton), Shining (King). Trattasi di romanzi e drammi teatrali fondamentali, così come le firme. Americani. La selezione è naturalmente parziale e arbitraria. Il concetto è “a campione”. Questi romanzi e questi drammi sono diventati film. L’assunto è: tutti i grandi romanzi americani sono diventati film. Tranne uno. Perché?

Una corrente di giudizio, autorevole, ritiene che Il giovane Holden di J.D. Salinger sia sul podio dei romanzi americani del Novecento. Non è facile attribuire una classifica, nell’arte e in letteratura non ci sono misure esatte, naturalmente. Tuttavia, se un romanzo ha inquadrato un sentimento e poi lo ha scomposto e trasformato, quello è certamente Il giovane Holden. È la storia di un adolescente a disagio, che contesta tutto ciò che gli sta intorno. A cominciare dai genitori. La cosiddetta rivoluzione giovanile, attraverso corsi e ricorsi del secolo scorso, non può non riconoscere in quel breve romanzo una sorta di primo motore. La genesi, la scrittura, il destino di quel testo; e poi l’autore, personaggio complesso e misterioso: se il termine “mito” ha un senso, ebbene tutto si è mosso in quella direzione. La storia ci dice che il mito c’era e c’è, ed è sacrosanto.

Per il cinema si sono mossi mossi, nei decenni, Samuel Goldwyn, Billy Wilder, addirittura Jerry Lewis, e poi Spielberg, Jack Nicholson e Tobey Maguire. Inutilmente. Salinger ha respinto tutti, con perdite gravi. Ma perché tanta popolarità e leggenda? Qual è il sortilegio che appartiene a quel libro? Prima di tutto lo stile: niente, proprio niente di letterario. L’incipit vale più di tutte le analisi. “Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio di infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto”.

Holden Caulfield parla come un ragazzo. Salta all’occhio. E poi: qual è la struttura della storia? Quali sono le avventure mirabolanti che scuotono tanto in profondità la coscienza del lettore fino a insinuarsi nel suo tessuto genetico? Niente di mirabolante. Trattasi di piccole vicende quotidiane: Holden viene espulso dal collegio; litiga con un compagno; fugge durante la notte: una piccola sbornia; il primo approccio (non consumato) con una prostituta; la fuga dai genitori; il guantone da baseball-feticcio ricordo del fratello morto; l’affetto per sua sorella che fa da mediatrice; il vecchio insegnante ritrovato; il progetto di fuga totale; il ripensamento finale grazie alla sorella. Vicende minime, ma decisive e perfette, necessarie e sufficienti. A tutto questo naturalmente si lega l’incanto non definibile che produce il fenomeno. Il ragazzo Holden semplicemente assumeva tutti i sentimenti dei suoi pari: si chiama identificazione. Da allora, fino a oggi, quel modello è vivo e presente, si fa vedere e sentire, non gli sfuggi.

Il libro è del ’51. Poco dopo il cinema produce i suoi nuovi eroi giovani, James Dean in testa, portatore di ogni disagio e rivendicazione, ribelle totale. È anche la stagione inglese degli arrabbiati (angry young men), rappresentati dal teatro di John Osborne, “quelli che odiavano tutte le convenzioni”. I ragazzi che diedero vita ai movimenti americani ed europei degli ultimi anni Sessanta sono certamente amici di Holden. E, risalendo nei decenni, si fa notare River Phoenix, giovane dolente e difficile, anche lui vicino alla famiglia degli Holden e dei Dean. Anche i nostri Muccino (Silvio) e Scamarcio giovani possono essere eredi non lontani del ragazzo di New York. Un’ultima citazione: Into the Wild di Sean Penn, vera storia di Christopher, in pieno disagio famigliare, che si immerge nella natura selvaggia. È ancora il tema della fuga, il tema di Holden. Sì, il ragazzo non molla mai.

Un eroe e un romanzo “capostipiti”. E un film-capostipite mai fatto: che assurdità. La ragione sta nell’autore. Salinger (1919-2010) non era un carattere semplice. Va detto subito, ed è notorio, che lo scrittore dal 1965 ha vissuto rinchiuso letteralmente nella sua tenuta di Cornish nel New Hampshire, senza avere rapporti col mondo. “Offeso” dall’essere identificato quasi “soltanto” da quel romanzo. Lui che ha scritto tanto altro. E poi il cinema, che amava. Ma nel ’49 Hollywood devastò un suo racconto, Uncle Wiggly in Connecticut, con un film dal titolo Questo mio folle cuore. Ne rimase così deluso, e arrabbiato, da decidere che mai più si sarebbe concesso al cinema. E così è stato. Solo qualche titolo a raccontare la sua storia, anche recente: Rebel in the Rye (2017), con Nicholas Hoult a impersonarlo, e Un anno con Salinger (202o), dove Sigourney Weaver e Margaret Qualley lo ricordano “a distanza”.

Il giovane Holden manterrà quel distacco esclusivo. Anche questo è mito e continuerà, sempre, a nutrire il romanzo. La letteratura che difende la propria identità e la propria purezza. Nessuna licenza e contaminazione. “Niente cinema per il romanzo più grande e cinematografico”: alla fine, per una volta, è una magnifica didascalia.

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