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Dal libro al film: ‘Harry Potter’ è la saga del terzo millennio, punto

È l’unica definizione possibile per il colosso firmato J.K. Rowling, che dalla pagina allo schermo ha mantenuto intatta la magia. A undici anni dall’ultimo episodio cinematografico, un’analisi del perché non ha eguali

Emma Watson, Daniel Radcliffe e Rupert Grint in ‘Harry Potter e i doni della morte – Parte 2’ (2011)

Foto: Warner Bros.

Harry Potter, la saga per eccellenza del terzo millennio, è fermo dal 2011. Sul “fenomeno maghetto” è già stato detto tutto. Ormai siamo alle sintesi, che sono queste: sette romanzi che hanno venduto circa 500 milioni di copie nel mondo, film relativi che hanno incassato 5,4 miliardi di dollari. Quando si dice saga del terzo millennio, e si dice “sintesi”, e si privilegiano i numeri, ecco spiegato con un dato esatto perché Harry Potter è un fenomeno, anzi, il fenomeno. Anche riferendosi all’autrice J.K. Rowling, fra i personaggi più “scritti” del mondo, bastano alcune sintesi. Il magazine Forbes stilò a suo tempo una classifica importante: la Rowling sarebbe la donna più influente del Regno Unito davanti a Victoria Beckham e alla regina Elisabetta.

Al di là di questo riconoscimento popolare, mediatico, diciamo così, ce n’è uno più prezioso: secondo il quotidiano Daily Telegrah, Harry Potter e i doni della morte, settimo capitolo della serie del maghetto, sarebbe non solo una pietra miliare, ma il titolo assoluto della letteratura nell’arco di tempo 1999-2009. Significa non contestualizzato (spettacolo, o fantasy, eccetera), proprio “assoluto”. Significa letteratura e cultura. Forse c’è un po’ troppo… entusiasmo. Tuttavia, al di là dei codici culturali di giudizio, suggestione o meno, ritorno alla definizione iniziale: Harry Potter il fenomeno del terzo millennio.

E certo è vero che Harry e la sua scuola di Hogwarts molto rappresentano. Le vicende sono un intreccio di significati, metafore, sentimento che alla fine tutto comprendono. Harry e i suoi sono personaggi e sono allievi, affrontano e imparano. La magia è certo un soccorso, ma più spesso è una responsabilità. C’è l’impresa, ci sono gli amici e i nemici, c’è l’ostacolo che può essere un muro, poi c’è il mistero e anche il dolore. E certo l’insieme, le indicazioni date dall’autrice sono importanti. Il modello è benemerito. È mia abitudine spesso omologare il grande e il piccolo schermo. Naturalmente la funzione didattica di Harry prosegue con l’home video, e tutte le altre piattaforme, dunque il confronto subitaneo, magari violento, con le proposte della nostra televisione è vivo e perenne.

Ci sono Potter e Hogwarts, e dall’altra parte ci sono Amici, Uomini e donne, Grandi fratelli, con giovani che litigano, con un incoraggiamento incalzante a contestare genitori e insegnanti, a perseguire modelli di vita volgari, tristi, senza cultura, senza profondità, senza niente. E così, meno male che un giorno la Rowling ha avuto quel pensiero. La domanda che si fa il mondo – non solo del cinema e delle lettere, ma proprio il mondo tutto – è se la striscia del maghetto continuerà. È una domanda che i media rivolgono a Joanne Kathleen Rowling quotidianamente. Le agenzie di recente hanno selezionato questa risposta: «Potrei scrivere in futuro un ottavo, o magari un nono libro della serie. Non posso escluderlo. Anche se non ne ho molta voglia. Credo di essere arrivata al traguardo con Harry Potter. Ma so anche che non bisogna mai dire mai».

Dunque può essere lecito aspettarsi l’ottavo capitolo “mai dire mai”. Per un autore che crea una piattaforma di successo planetario come la Rowling, è molto difficile rinunciare. Per cominciare hai la prospettiva, certo felice, di un abnorme ritorno economico automatico. Sai che l’editore ti darà un anticipo da record, sai che il meccanismo perfetto, editoriale, mediatico ti assicureranno il successo anche se il romanzo non riuscirà a mantenere tutte le qualità dei precedenti. Certo, quando la scrittrice dice “potrei”, “non ne ho molta voglia”, non è un bel segnale, significa che non ha sicurezze, che la parabola naturale non è più naturale, che va forzata.

 

 
 
 
 
 
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Non è paradossale dire che Harry Potter prosegua in parallelo con Daniel Radcliffe, il suo alter ego nei film. Abbiamo conosciuto Daniel bambino, poi adolescente, non vorrei che ce lo ritrovassimo… un vecchio. Harry Potter è un maghetto; se diventa un mago, in automatico (ancora) significherebbe che la saga è conclusa. Ma, come dico spesso, il cinema (e qui il cinema va di pari passo, in tutti i sensi, con la letteratura) ha tutte le franchigie. Trova subito i compromessi.

In soccorso di questa possibilità c’è un precedente, un altro fenomeno-gigante. James Bond, per i super-puristi, avrebbe dovuto concludersi con Connery, dopo il sesto episodio, Una cascata di diamanti, ovvero quando si esaurirono i testi di Ian Fleming e la produzione indisse un concorso di autori apocrifi che inventassero nuove storie. Invece la saga è durata 22 episodi, fino a No Time to Die (2021), con quel Bond-Craig al quale i primi produttori avrebbero dato il ruolo di bodyguard di Connery. Sono stato forse eccessivamente analitico e rigoroso (sono stato scrittore prima che critico) con la Rowling, che comunque ci ha concesso un incanto, ribadisco, al quale tutti dobbiamo molto.