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Dal libro al film: Audrey Hepburn fa sempre ‘Colazione da Tiffany’

L’adattamento del romanzo di Truman Capote ha (re)inventato la diva protagonista e conserva un equilibrio tra letteratura e cinema ancora oggi inalterato

Audrey Hepburn in ‘Colazione da Tiffany’ di Blake Edwards (1961)

Negli ultimi giorni del 2021 quasi tutti i Tg e i giornali hanno ricordato una ricorrenza del cinema: l’uscita, nelle sale di tutto il mondo, di Breakfast at Tiffany’s (Colazione da Tiffany). È un film da molte stelle, anche se non è un titolo che la critica pone nella storia nobile del cinema. In realtà Colazione è molto più di un film. È un modello-prodotto che fa parte delle storie, del costume, della cultura, del sentimento, del mercato, dell’estetica. Ed è un inventore. Holly Golightly, la protagonista del film, è Audrey Hepburn.

Oggi, se entri in una profumeria, o in una boutique, o anche in un ipermercato, oppure in un negozio di quadri e illustrazioni, non puoi non imbatterti nell’immagine della Hepburn: tubino nero di Givenchy, guanti neri lunghi, bocchino, diadema, collana di perle con fermaglio lavorato, capelli raccolti, eyeliner di quell’epoca. E il sorriso seduttivo Holly&Audrey. Forse solo Marilyn presenta quel segnale di divismo eterno. In chiave diversa naturalmente. Ma quel film aggiustò qualcosa che c’era ancora da aggiustare. Audrey era sempre stata un delicato gioiello da proteggere, senza sesso. I suoi partner – Astaire, Bogart, Grant, Cooper – avevano tutti l’età per esserle padri. La mondana Golightly amata dal giovane scrittore diventava un modello con un suo erotismo. Era particolare, era da scovare, ma il sesso c’era. Così il prodotto diventava prezioso e completo. Certo la Hepburn non sarebbe mai stata la Monroe, tuttavia il simbolo era stato rotto e arricchito.

Segnali visibili, eco ascoltabili, eredità spendibili. È questo il codice composto rispetto al quale io leggo un classico. E davvero non esiste un titolo che rappresenti meglio i tre segmenti. Soprattutto l’ultimo dello “spendibile”. Audrey-Holly era un progetto che qualcuno aveva disegnato e certo, in buona parte, si era autoprodotto. I creativi intorno non mancavano, tutta gente di vertice, legislatori nei propri campi. Per cominciare l’autore del romanzo, Truman Capote. Capote era “l’America”. Nome assoluto, appunto. L’ottimo Philip Seymour Hoffman ce lo ha reso familiare nella performance che gli ha portato l’Oscar: Truman Capote –A sangue freddo.

Nel 1958 lo scrittore era al vertice della popolarità grazie a Breakfast at Tiffany’s, appunto. Era la storia della ragazza Holly, di fatto una prostituta preziosissima, che andando a letto con questo e con quello cerca di fare il colpaccio, trovare il ricchissimo. Invece trova uno scrittore che non ha un dollaro. Cerca di prendere le distanze ma l’amore tutto può, e alla fine i due, dopo essersi scambiati frustrazioni, speranze, sogni possibili e impossibili, staranno insieme. Capote vendette il romanzo alla Paramount, che lo affidò a Blake Edwards regista e a George Axelrod sceneggiatore. Edwards era conosciuto ma non ancora affermato. Non aveva ancora firmato La pantera rosa e Hollywood Party, non aveva ancora inaugurato la proficua ditta con Julie Andrews, sua moglie. Axelrod era uno scrittore che sapeva adattare l’eccesso creativo di un romanziere, di un Capote figuriamoci, alle regole essenziali, soprattutto nel dialogo, del cinema. Fece un lavoro eccellente.

E poi Henry Mancini, il compositore. Non occorrono molte parole per illustrare Moon River. È una delle canzoni più popolari e più belle del Novecento. È puntualmente nelle selezioni dei cd, nei locali, dei complessini nelle feste private. Riproposta continuamente nei film, da un Almodóvar per esempio. Una delle solite classifiche di certi magazine americani la pone al primo posto fra “le canzoni dell’amore”, eletta da coppie di fidanzati da generazioni. A seguire Yesterday e What a Wonderful World. Mancini ebbe due Oscar, per la colonna e per la canzone. Holly, seduta sulla scala antincendio, canta Moon River con chitarra e con vocina dolce e aggraziata, la sua. Che tuttavia non le bastò, qualche anno dopo quando fece My Fair Lady, dove occorreva un canto vero, e la produzione la fece doppiare.

George Peppard era l’attor giovine. Anche lui in attesa di divismo e, nel tempo, sottovalutato. Nel film è troppo pettinato e troppo conscio del proprio charme, ma era una grande occasione e lui la colse. George (1928-1994) e Audrey (1929-1993) erano dunque divisi da un solo anno all’inizio, e lo furono anche alla fine, quando erano ancora abbastanza giovani. Il cast presentava altri grandi “caratteri”, come Patricia Neal, che mantiene il giovane scrittore Pappard, e poi Mickey Rooney, che fa un po’ se stesso quando era giovane, e ancora Buddy Ebsen, vecchia gloria del musical che si sarebbe poi riciclato nel celebre detective televisivo Barnaby Jones.

E naturalmente Tiffany. Non c’è agenzia al mondo capace di inventare uno spot come quello della Hepburn, al primo sole dell’alba, che mangia un croissant davanti a quella vetrina mitologica. La mondana reginetta della notte, rientrando da una festa, non manca mai di compiere quel rito. E con altro colpo di genio di marketing ti verrà spiegato che da Tiffany puoi anche comprare qualcosa che costa dieci dollari. Così potrai regalare all’amata quel marchio leggendario con quella spesa simbolica. La gioielleria dovette rivedere quell’iniziativa. Dopo l’uscita del film arrivavano giovani coppie da tutti gli Stati per spendere quei dieci dollari. Altro dato non banale. Grazie e quel film e a Audrey, Tiffany ha aperto negozi in tutto il mondo. Sì, tutto questo accadeva sessant’anni fa.