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Cosa c’è dietro il ritorno del musical sul grande schermo?

Da 'La La Land' alla rivoluzione di Lin-Manuel Miranda, fino alla versione di 'West Side Story' by Spielberg: analisi del rapporto tra Broadway e Hollywood

Anthony Ramos e Melissa Barrera. Foto: Macall Polay/Warner Bros.


Nel 2016 la giornalista Jennifer Ashley Tepper, autrice della serie letteraria The Untold Stories of Broadway ed ideatrice del Jonathan Larson Project, iniziò a domandarsi sulle pagine di Playbill, rivista di settore nel panorama di Broadway, se stessimo realmente assistendo ad una nuova Golden Age per il mondo del musical dopo la sua affermazione tra gli anni ’50 e ’60.

Con il successo di Les Misérables del 2012, vincitore di tre premi Oscar e trasposizione cinematografica dell’omonimo musical del 1980 (scritto dal compositore Claude-Michel Schönberg e dal paroliere Alain Boublil), sembrava piuttosto evidente un sostanziale ritorno alla perfetta egemonia tra Broadway e Hollywood che aveva contraddistinto l’iniziale epopea dei musical negli anni ’20.

Da sempre le due istituzioni per eccellenza del cinema e del teatro americani avevano collaborato a stretto contatto al raggiungimento di una perfetta congiunzione tra le due arti. Infatti il musical, agli albori di Hollywood, divenne non solo l’incipit narrativo dominante, ma anche il primo elemento per testare e implementare la nuova tecnologia del suono, tanto che le opere teatrali di successo diventavano film ancor prima della loro uscita.

Con la Grande Depressione del 1929, la situazione venne del tutto ribaltata. Dopo il crollo di Wall Street e la conseguente chiusura del Theatre District di New York, i principali studi di Hollywood inglobarono senza mezzi termini la maggior parte dei compositori e parolieri che lavoravano al servizio di Broadway assicurandosi anche le star del palcoscenico, come i fratelli Astaire, che divennero le figure centrali nella formazione dei film musicali. Il musical, come riportato dal giornalista Martin Chilton, divenne lo standard dell’industria cinematografica, tanto da segnarne la sua prima epoca d’oro.

Nonostante Hollywood fosse inizialmente impreparata all’allestimento tecnico di un musical – “Non esisteva una formula comprovata per il successo e nessun metodo consolidato per la realizzazione di film musicali, non c’erano ingegneri del suono né cineasti esperti di telecamere sonore” –, questa fase divenne l’occasione per sperimentate nuove tecniche di ripresa, ancora oggi presenti in film come La La Land, che permettevano per la prima volta di seguire armonicamente il movimento dei ballerini in scena, come ideato dal coreografo e regista premio Oscar Busby Berkeley, e di perfezionare il sincronismo tra suono e immagine.

La realizzazione di tali scoperte fece sì che i film musicali iniziarono a non basarsi più esclusivamente sulle trasposizioni teatrali di Broadway, ma divennero a tutti gli effetti un genere cinematografico a sé, con le proprie tecniche e convenzioni, basilari anche per il proprio risvolto sociale. Questi prodotti mettevano in luce gli aspetti positivi e di speranza della cultura americana, colpita dalla crisi economica del 1929, e il musical divenne l’elemento fondamentale per creare una perfetta alchimia tra il pubblico e le gesta morali e gloriose che venivano eseguite dai protagonisti attraverso le canzoni.

Ad esempio il significato di Over the Rainbow, scritta da Yip Harburg e interpretata da Judy Garland nel Mago di Oz del 1939, riuscì anche nel compito di rappresentare un messaggio di rinnovata speranza per la popolazione americana che si apprestava a uscire dal periodo della Grande Depressione.



Questo mutamento, nonostante la crisi del teatro, permise allo stesso tempo di mantenere in vita lo spirito di Broadway, che ritornò nel 1943 con il grande successo di Oklahoma!. Da lì in poi anche il musical teatrale inizierà a sua volta a prendere spunto dai grandi successi del cinema, ristabilendo una perfetta coabitazione tra le due funzioni artistiche.

Ma perché, negli ultimi due anni, tra trasposizioni teatrali e film musicali, sono stati prodotti sempre più musical per il grande schermo? A fine ’90 anni, il musical ha celebrato la libertà, l’espressione personale e la ricerca dei sogni attraverso le difficoltà della vita. E non è un caso che sia ritornato cinematograficamente in auge proprio in un momento storico dove “ci si sente sempre più disconnessi gli uni dagli altri”.

Tuttavia, come faceva giustamente notare Tepper nel suo articolo su Playbill, il ritorno del musical non è un trend attribuibile solamente al periodo storico corrente. Dopo il successo di Les Misérables e successivamente con La La Land, ad esempio, i produttori della NBC Neil Meron e Craig Zadan hanno reintrodotto la possibilità di assistere a musical dal vivo direttamente dalla propria televisione, cosa che non accadeva da settant’anni.

Gli stessi produttori hanno dichiarato: «Ci è venuta l’idea di tornare agli anni ’50 e fare un musical dal vivo in televisione con The Sound of Music Live! (Tutti insieme appassionatamente, nda) nel 2013, e guardate dove ci ha portato. Ogni volta c’era questa incredibile battaglia per convincere le persone a credere nel progetto, a credere che avrebbe funzionato, che avrebbe attirato pubblico. Con l’avvento di spettacoli come Il fantasma dell’Opera, Les Misérables, Rent, Wicked e altri, l’apprezzamento per i musical ha iniziato a coinvolgere più fasce d’età, e questi tour hanno coltivato un pubblico che poi ha sostenuto il teatro musicale in televisione».

Il progetto televisivo di Meron e Zadan ha dato modo a Broadway di crescere in maniera esponenziale sia in termini di pubblico che di interazioni da parte di una fascia di età ancor più giovane rispetto alla media. In questo ha giocato un ruolo fondamentale anche il rinnovamento compositivo dei musical che ha visto la sua nuova luce nel talento di Lin-Manuel Miranda.

Sia con In the Heights che principalmente con Hamilton, che ha incassato solo al suo debutto a Broadway nel 2015 ben 57 milioni di dollari, Miranda ha saputo interpretare i linguaggi musicali odierni ricordando a tutto il pubblico quale fosse il fine naturale di un musical, sia dal punto di vista artistico che sociale. Realizzare uno spettacolo basato sulla biografia di Alexander Hamilton, uno dei principali e dimenticati padri fondatori degli Stati Uniti, revisionandone la storia e ricongiungendola con la politica e società americana odierna, gli ha permesso di diventare il catalizzatore di un cambiamento culturale non solo per il mondo dei musical.

Jon M. Chu, regista della trasposizione cinematografica di In the Heights (da noi tradotto Sognando a New York), crede che l’ascesa di Miranda abbia fatto tornare le persone affamate sia della forma canzone che della danza: «Penso che Lin abbia aperto all’idea che i musical debbano essere un modo per dimostrare che la voce delle persone è diversa da quella che è stata costruita cinquanta-sessant’anni fa».

Nel novembre del 2015, l’album di Hamilton ha raggiunto il numero uno della classifica rap stilata da Billboard, cosa mai avvenuta per un progetto collegato a un’opera di Broadway. Le composizioni dello spettacolo uniscono il teatro musicale con il genere di musica che si ascolterebbe oggi, senza mai perdere di vista i suoi personaggi e il fine narrativo.

Il suo successo, oltre a rappresentare una vera rivoluzione per Broadway sia dal punto di vista comunicativo che interattivo, ha attratto nuovamente le attenzioni delle produzioni cinematografiche verso il musical, tanto che Disney a febbraio del 2020 ha acquisito la registrazione dello spettacolo originale, per la somma di 75 milioni di dollari, distribuendolo sulla propria piattaforma streaming a partire dal 4 luglio, giorno dell’Indipendenza degli Stati Uniti d’America.

Casualità ha voluto che, proprio due mesi prima dell’uscita di Hamilton su Disney+, il movimento Black Lives Matter avesse manifestato nuovamente contro il razzismo sistemico dopo l’uccisione di George Floyd da parte della polizia, adempiendo totalmente al messaggio rivoluzionario perpetrato da Miranda attraverso la linea narrativa della sua opera, tanto da trarne aspirazione ed attirare su di sé, ancor di più, le attenzioni di tutto il mondo.

Come riportato dal giornalista Chris Lindahl su IndieWire, secondo la società di analisi Apptopia i download dell’app Disney+ sono aumentati del 74% in quel periodo rispetto ai fine settimana precedenti. Gli spettatori hanno potuto godere di un’esperienza unica nel suo genere, che ha offerto una nuova prospettiva rispetto alla fruizione classica di un musical dal vivo. L’investimento di Disney, quindi, ha solamente preannunciato la tendenza a cui stiamo assistendo. Negli ultimi due anni sono stati prodotti sempre più titoli appartenenti allo schema narrativo del musical, e molti di questi proprio da broadcaster come Netflix, Amazon e Disney+.

The Prom di Ryan Murphy; Annette di Leos Carax con la musica degli Sparks; tick tick… BOOM!, omaggio di Lin-Manuel Miranda a Jonathan Larson, ideatore del musical contemporaneo e già vincitore di un Golden Globe (miglior attore ad Andrew Garfield, nominato pure dall’Academy), così come il remake di West Side Story nella versione di Steven Spielberg, anch’esso vincitore di un Golden Globe nella sezione miglior film commedia o musical e tra i titoli con più candidature agli Oscar.

E così Broadway ha cominciato a trarre spunto da successi cinematografici da trasformare poi in musical. In relazione ad un’inchiesta realizzata dal New York Times sulla congiunzione odierna tra Hollywood e Broadway, si stima che negli anni ’60 solamente il 5% degli spettacoli di Broadway provenissero dal cinema, ma già nel 2010 il numero è cresciuto fino a raggiungere il 41% della produzione totale.

Questo aumento dimostra come ci sia sempre più fiducia reciproca nell’investire nella realizzazione di un musical che, secondo il New York Times, si estenderà oltre la chiusura di Broadway dovuta alla pandemia, effetto peraltro già visibile nelle produzione cinematografiche del 2021. “C’è la crescente popolarità della Broadway di oggi, che batte costantemente i record nella vendita di biglietti e nelle presenze. Il nuovo sound dei musical, guidato dal jukebox e influenzato dal pop, non sembra più così retrogrado. E l’ascesa dei servizi di streaming è stata accompagnata da un desiderio apparentemente insaziabile di contenuti anche di nicchia”.

Come visto, sono molteplici gli aspetti che hanno riportato in auge il musical, sia sotto l’aspetto artistico che economico, ma la sua formazione ci ricorda come questo genere venga in soccorso in periodi di grandi depressioni e diseguaglianze sociali, e probabilmente la vera risposta sta nel fatto che “un musical dà al pubblico il permesso di rilassarsi, immaginare e non dover prestare attenzione in un modo così rigido perché la musica fa qualcosa che le parole da sole non possono fare. Siamo umani, abbiamo bisogno della musica. È uno dei nostri istinti più elementari. I nostri cuori battono al ritmo. Non so cosa possa essere più essenzialmente umano del ritmo e della canzone. I musical hanno il potere di incorporare generi musicali contemporanei e diversi che vanno solo a vantaggio del pubblico”. Queste parole sono di Quiara Alegría Hudes, drammaturga, librettista e vincitrice del Premio Pulitzer per la drammaturgia nel 2012.