Home Opinioni Opinioni Cinema

Compositori nei film: le invenzioni epiche di Miklós Rózsa

Il primo ‘episodio’ di questo ciclo sui più grandi autori di colonne sonore è dedicato al maestro ungherese celebre per ‘Io ti salverò’ e ‘Ben-Hur’. Ma è nel dimenticato ‘Ivanhoe’ che rivela il suo vero genio

Elizabeth Taylor e Robert Taylor in ‘Ivanhoe’ di Richard Thorpe (1952)

Foto: Mubi

Quanto sia vitale la musica nel cinema è risaputo. Un dato: la musica entrò nei film prima della parola, quando le sequenze mute venivano accompagnate da un pianoforte. Poi il matrimonio è diventato serio, indispensabile. I compositori di colonne sonore hanno assunto ruoli decisivi, anche se rispetto ai musicisti classici – quelli che compongono musica alta, nobile – erano considerati figli di un dio minore. Adesso fanno parte dello stesso cartello. È legittimo dire che un compositore da cinema deve attenersi a regole, schemi. Limiti che non condizionano chi si appresta a scrivere una partitura che lascia aperti tutti i registri di creatività. La creazione è più libera. L’artista agisce su uno spazio completo. Ma se ti chiama un produttore e ti dà un compito, allora devi creare, adeguare, sostenere, magari enfatizzare. E il foglio non è bianco, c’è già un genere predisposto, e i generi sono molti.

Devi saper adattare gli strumenti alla tensione, al sentimento, all’amore, al sesso, all’epica, all’azione e all’avventura, al sorriso e alla risata, all’horror e allo spy, alla famiglia e alle generazioni, agli scenari d’Oriente, dei deserti, di Parigi e di Manhattan. Devi musicare tutto. Davvero non è semplice, ma quegli artisti sono diventati protagonisti dei film solo una linea sotto il regista, spesso lo hanno affiancato sulla stessa linea, in lavori o capolavori. Se dobbiamo pensare a una colonna sonora della nostra vita, spesso deriva dal cinema, più che da sinfonie alte e nobili. Lo scritto che segue racconterà di questa musica e di questo cinema. Rózsa, Steiner, Tiomkin, Korngold, Prokofiev, Young, Barry, Bernstein, Mancini, Hamlisch, Previn, Hermann, Waxman, Friedhofer, Bacharach, Jarre, Newman, Grusin, Zimmer, Williams, Goldsmith.
Sono compositori nelle epoche del cinema, dall’età dell’oro ai giorni nostri. Sono loro gli artefici principali (ce ne sono molti altri), gli inventori della magica chimica fra l’immagine e la musica.

Che Miklós Rózsa sia il primo nome del “cartello” non è casuale. Nel 1950 la Metro-Goldwyn-Mayer acquisì i diritti di Ivanhoe, il romanzo storico di Walter Scott. Affidò la regia a Richard Thorpe, il ruolo di protagonista a Robert Taylor e decise di investire molto sul compositore. Intendeva affidarsi a qualcuno che sapesse “inventare” il Medioevo. E chiamò Miklós Rózsa (1907-1995), il musicista ungherese cui apparteneva la giusta cultura per un compito del genere. Rózsa aveva già composto sinfonie e balletti importanti prima di essere acquisito dal cinema nel 1937 con La contessa Alessandra di Jacques Feyder. Ivanhoe comincia col racconto fuori campo: al ritorno dalla terza crociata, re Riccardo Cuor di Leone viene fatto prigioniero da Leopoldo d’Austria con la complicità di Giovanni, fratello e reggente di Riccardo sul trono d’Inghilterra. Siamo alla fine del 1100. Il cavaliere Ivanhoe, fedelissimo di Riccardo, vaga di castello in castello alla ricerca del suo re, finché giunge in Austria.

La musica di Rózsa racconta l’epica del viaggio, il tempo che scorre, la devozione del cavaliere, gli amori e i duelli. La percezione è un vero sortilegio, ti sembra di entrare in quell’epoca: dolce e romantica, ma anche antica e guerriera è la ricerca dell’eroe cavaliere. Agiscono archi e oboe. Viene inquadrata una carta d’Inghilterra dell’epoca. L’attenzione va sulla foresta di Sherwood, regno di Sir Robin di Locksley, più conosciuto come Robin Hood. Strumento principe è il corno, altra epica etnica e geografica. Ivanhoe incrocia un gruppo di cavalieri normanni, lui sassone. Sono nemici, dunque. Protetto dagli alberi, Robin vede l’amico Ivanhoe dirigersi verso il castello di Cedric il sassone insieme ai nemici. Non riesce a darsi una spiegazione, ma ha fiducia in Ivanhoe. Rózsa riesce, con un fraseggio sospeso, di attesa, a dare la sensazione dell’episodio di avventura-mistero che sta per cominciare. Il nobile cavaliere arriva al castello e incontra Lady Rowena, la sua amata. Ed ecco il tema musicale, dolce e struggente: non si vedevano da tanto tempo. Comandano i violini. Sono quattro segmenti di musica perfetta come una sfera, armonie che possono raccontare solo quel tempo, solo quella storia, solo quei personaggi. Rózsa ha creato quattro sinfonie, rimanendo nei confini degli episodi, dunque con dei limiti precisi, ma valorizzando quei fotogrammi nel quadro di quell’epoca. Chi vede il film e non ha riferimenti musicali di quel tempo e di quella terra, sa che la musica di quel tempo e di quella terra è quella creata da Rózsa. Ivanhoe è un modello perfetto di colonna sonora, un precedente dal quale non si è più potuto prescindere.

Nel 1951 il musicista aveva fatto anche di meglio. Chiamato per la colonna sonora di Quo vadis?, aveva “inventato” la musica della Roma antica. Mentre per il Medioevo esistevano rari segnali dell’epoca, e comunque un rimando diretto di esecuzioni e anche di strumenti, la Roma di Nerone era davvero troppo lontana per lasciare echi musicali. E così l’ungherese si affidò alla propria discrezionalità. Che era l’unica ispirazione possibile. Ma Rózsa non è solo il maestro delle imprese e delle invenzioni impossibili, seppe anche adattarsi alle esigenze “normali” del racconto, valorizzare e definire il momento. Ha ottenuto in carriera ben sedici nomination, vincendo tre Oscar con Io ti salverò, Doppia vita e Ben-Hur, firmati rispettivamente da Hitchcock, Cukor e Wyler. Autori di cultura e stili diversissimi, ai quali Miklós Rózsa aderì secondo quello che era: un inventore di storia e di incanti.

Altre notizie su:  Miklós Rózsa