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Compositori nei film: ‘Il cantante di jazz’, primo motore di musica e parola al cinema

La prima opera sonora della storia è anche l’avvio definitivo del rapporto strettissimo tra immagini e colonna sonora

May McAvoy e Al Jolson nel ‘Cantante di jazz’ (1927)

Foto: Bettmann/Getty Images

Nella sua storia, il cinema ha vissuto momenti di cambiamento che ne hanno evoluto l’identità. Nel 1895 i fratelli Lumière lo inventarono, i primi filmati erano documentari rudimentali, poi un pioniere intuì la fiction, un altro le comiche, finché, negli anni ’20, il cinema divenne una disciplina importante, in attesa di diventare la più importante. Era il momento dei grandi inventori, registi che firmarono opere “mute” ancora presenti nelle classifiche nobili. Due nomi indispensabili: l’americano David Wark Griffith e il russo Sergej Ėjzenštejn. Poi fu la volta di Jack Warner, che, coi fratelli Harry, Albert e Sam, fondò la Warner Bros., rimanendone comunque il leader. Fu lui l’artefice della nuova invenzione che avrebbe prodotto una vera rivoluzione. Era il 1927. La sua intenzione era semplice e geniale: la parola. La Warner, precedendo le altre grandi case hollywoodiane, aveva messo a punto la tecnica per le registrazioni audio. Mise dunque in produzione un film parlato, anzi: cantato. Il cantante di jazz (The Jazz Singer), del 1927.

La sceneggiatura prevedeva per il dialogo i soliti cartelli, ma, per le canzoni, una presa diretta. Warner assunse Al Jolson, cantante e divo del musical quarantaseienne, il numero uno. Jolson aveva rivoluzionato lo spettacolo leggero americano, adattando certe novità (il palcoscenico in verticale, per essere in mezzo al pubblico) a certe regole intoccabili. Per esempio, riprendendo la secolare pratica dei menestrelli, si era dipinto la faccia di scuro. Guanti e polsini candidi, abito e faccia scura: ecco il personaggio leggendario che Jolson portò nel primo film “sonoro” della storia del cinema. Era figlio di un rabbino che lo avrebbe voluto cantore nella sinagoga. Era legatissimo a sua madre. Il plot del film era semplicemente la storia di Jolson. Dopo aver registrato la celeberrima canzone My Mammy alla presenza di sua madre, Jolson domandò: «Allora, mamma, ti è piaciuta?». La macchina registrò, e al visionamento la frase di Jolson fece impressione. Il cinema poteva parlare. E parlò.

Il cantante di jazz visto oggi, fuori dal quadro del suo tempo, risulta sentimentale, eccessivamente mélo e didascalico. Ma non è così che va visto. Rimangono le sue musiche e le canzoni, alcune della quali diventate dei classici. La storia. Un ragazzo ebreo destinato dal padre alla sinagoga fugge per cantare in un teatro. Cresce, passa attraverso varie forme di spettacolo, sfonda. Trova anche l’amore, ma la carriera ha la precedenza su tutto e il successo, si sa, è foriero di sacrifici e dolore. Solo la “mamma” è un valore inamovibile. La mamma sempre pronta a piangere durante gli spettacoli del figlio.

Al Jolson fu dunque, involontariamente, il fautore della rivoluzione del cinema. Dall’oggi al domani, attori che vivevano di sola presenza, che non sapevano recitare, ebbero la carriera stroncata: John Gilbert, per esempio. Lo stesso Chaplin fu il più accanito oppositore del “parlato”, e continuò a fare film muti ancora per una quindicina di anni. In Viale del tramonto Gloria Swanson, nei panni della diva del muto Norma Desmond, dice: «Io sono ancora grande, è il cinema che è diventato piccolo… ci bastavano gli occhi». Comunque, anche fuori dal suo tempo, Jolson rimane un grande interprete. Con una personalità, un timbro unico nella storia dei crooner.

The Jazz Singer è dunque un primo motore, l’opera che ha aperto la porta d’oro delle musiche nei film a quei grandi compositori che questa serie racconta. E poi, la parola. Dunque una rivoluzione ancora più grande, che accorpa la letteratura tutta. Grazie a quel titolo, il cinema si è visto attribuire un valore aggiunto enorme. Il cantante di jazz raccoglie firme prestigiose in assoluto. Una delle canzoni, Blue Skies, è fra le più nobili di quell’antologia: parole e musica di Irving Berlin, del quale George Gershwin, che se ne intendeva, disse: «Berlin è la musica americana». Anche la popolarissima My Mammy presenta firme rilevanti: Walter Donaldson alla musica e Sam Lewis e Joe Young alle parole.

L’invenzione di Warner costrinse le altre major a rincorrerlo. La più attrezzata fu la Metro, che un anno dopo realizzò il primo film “tutto musicato, tutto parlato”, La canzone di Broadway. Dopo la parola occorreva pensare al colore. Ad arrivarci fu la R.K.O., che non aveva i grandi mezzi, ma sapeva puntare alla qualità. Un titolo esemplare: Quarto potere di Orson Welles, considerato da una corrente prevalente il più grande film di tutti i tempi. La R.K.O. produsse il primo “vero” film a colori. La scelta era nei codici della casa: cultura e qualità. Il titolo era Becky Sharp, diretto da un maestro, Rouben Mamoulian, e tratto da un romanzo importante, La fiera delle vanità di William Thackeray. Protagoniste Miriam Hopkins e Frances Dee. Era il 1935. Negli anni ’40, in America la televisione era ormai padrona dell’intrattenimento.

Così il cinema pensò a un artificio di difesa e la Fox inventò il cinemascope. Il titolo era La tunica, il regista Henry Koster, il protagonista Richard Burton, l’anno il 1953. L’invenzione si rivelò decisiva. Il vecchio quattro terzi venne dimenticato. La parola, il colore, il grande schermo: il più era fatto. Poi i progressi ci sono stati, nell’audio e, esponenziali, negli effetti speciali. Ma un’altra evoluzione c’è stata. Un passo indietro, se vogliamo. Sono arrivate la piattaforme a pagamento, è arrivato Netflix. Ed è stata inferta una ferita a un’utenza, larghissima, e tradita. Per chiudere, Il cantante di jazz va riscoperto. E indico tre buone ragioni, tre canzoni: una è la già citata My Mammy. E poi Blue Skies e Toot, Toot, Tootsie.

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