‘Come un gatto in tangenziale 2’: analisi (sociologica) di un sequel che non fallisce | Rolling Stone Italia
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‘Come un gatto in tangenziale 2’: analisi (sociologica) di un sequel che non fallisce

‘Ritorno a Coccia di Morto’, secondo capitolo della rom-com con l’intellò Antonio Albanese e la borgatara Paola Cortellesi, dimostra che gli opposti si attraggono ancora. E che, tra comicità e impegno, possono attrarre il (grande) pubblico del precedente

Foto: Claudio Iannone

Come un gatto in tangenziale – Ritorno a Coccia di Morto esce oggi al cinema in più di 900 copie: 900 segnaposto rossi su Google Maps che stanno a indicare precisamente dove la commedia all’italiana dovrebbe andare se volesse restare culturalmente ed economicamente rilevante: verso tutte le possibili complanari tra sani princìpi produttivi ed effettivo gusto del pubblico. Dunque a metà strada tra il Paese illegale e quello reale.

I produttori di Gatto 2 dicono di aver voluto resistere alle lusinghe delle cifre delle piattaforme di streaming: «I soldi non sono tutto nella vita», ridacchiavano all’anteprima romana, memori comunque dei dieci milioni di incasso del primo episodio, ma consci anche del brillio che si rifletteva negli occhi degli spettatori dell’Adriano, luccicanti appunto come quelli di felinidi randagi, per troppo tempo senza fissa sala, e investiti finalmente dal fulgore dei fanali della macchina del cinema, lanciata a tutta velocità su di loro. La gioia di ritrovarsi di nuovo in un solo luogo a vedere, per giunta, un solo film era tale da suscitare negli astanti reazioni da proiezione dei fratelli Lumière delle prima ora, e ci si riparava come si poteva, ad esempio con gli incarti delle magliette in omaggio, dall’enormità e dalla potenza delle figure che dominavano lo schermo e le facoltà visive, dopo due anni quasi di succedanei lillipuziani e retroilluminati.

Da sinistra: Antonio Albanese, Paola Cortellesi, Claudio Amendola e Sonia Bergamasco. Foto: Claudio Iannone

Il neoplatonismo come unione di opposti in chiave rom-com, alla Grease, è ancora il collante principale delle vicende narrate nel Gatto 2: You’re the One That I Want, sembra cantare, prima della reductio ad unum, il nostro Giovanni (Antonio Albanese) alla sua Monica (Paola Cortellesi); solo che qui, invece che nella fusione di un chiodo nero e con una gonna a ruota, la sintesi finale consiste nella pacificazione tra la visione del mondo di un intellettuale di sinistra che non ha capito niente del popolo e una popolana che capisce sì che il suo sparring partner ha ‘na capoccia che je fuma, ma non gli affiderebbe neanche la salatura di un’amatriciana. Dunque è una versione riveduta e corretta del mito di Amore e Psiche, da cui guadagnano entrambi.

Giovanni e Monica sono due personaggi inconciliabili che si conciliano sì, come in ogni rom-com che si rispetti, grazie alla reciproca attrazione. La novità del Gatto 2 è che si conciliano ancora meglio perché uniti anche da una nuova missione comune, che prende il via dagli obblighi penali di Monica (il film si apre con la sua carcerazione, poi commutata, grazie a Giovanni, in lavori di pubblica utilità) e si sublima nella loro collaborazione al grande progetto culturale post-pasoliniano di Giovanni. L’uno continua a redimere l’ignoranza dell’altra, ma non solo: infatti, sebbene solo Giovanni abbia studiato alle scuole alte (o studiato in generale), l’intelligenza sociale e la sensibilità periferica di Monica saranno determinanti per il successo di due imprese parallele: risolvere del tutto la tensione sessuale tra di loro (con tanto di scena hot in convento) e almeno in parte quella socioculturale tra proletariato ed élite.

Il film, in sostanza, è quasi più impegnato che divertente. Il che è tutto dire, visto che vi appaiono, confermatissimi e sotto steroidi, alcuni degli elementi comici più esilaranti del primo episodio. Senza spoilerare troppo: 1) c’è una sequenza onirica memorabile in cui gli incubi di Giovanni diventano i sogni di Monica e viceversa, al cui centro esatto le due sorelle cleptomani di Monica, Pamela e Sue Ellen, appaiono sotto forma di gemelle di Shining. Più avanti, nel corso di un tour cittadino in stile Vacanze romane (a significare che i romani suburbani non sono meno distanti da certe bellezze del centro rispetto a una principessa straniera), estasiata davanti a un gruppo scultoreo del Bernini, Monica si rivolge a Proserpina, alle cui cosce Plutone sta infliggendo tutta la possenza delle sue ditate: «Non c’ha un filo di cellulite, mortacci sua».

La new entry Luca Argentero con Paola Cortellesi. Foto: Claudio Iannone

Queste due componenti del film, la responsabilità sociale e la comicità, non giocano l’una al product placement delle altre, ma sono organiche alla storia e abbastanza ben integrate nel testo. Su tematiche come l’emergenza abitativa, la violenza sulle donne, la condizione delle carcerate — tutte affrontate nel Gatto 2 — il lavoro di Riccardo Milani, che agisce sulla disinformazione come un cavallo di Troia con la pancia piena di guitti armati di senso civico, potrebbe essere efficace e persuasivo come e più di interi programmi di inchiesta. Nonostante facciano tutti ridere parecchio neanche uno dei personaggi del Gatto 2, perfino le comparse, risulta macchiettistico. Questo avviene anche grazie al fatto che molte di essere sono dilettanti estradati dalle periferie, proprio come nella più nobile e stracciona delle tradizioni neorealistiche).

Anello di congiunzione tra il cast professionale e quello di strada sono le strepitose Alessandra e Valentina Giudicessa. Proprio come in una delle loro tradizionali sessioni di “shopping compulsivo”, nel corso del film, le gemelle rubano la scena a tutti. E non lo fanno solo nel girato ma anche all’anteprima. Quando il presentatore ribadisce la data dell’embargo le gemelle esclamano all’unisono: «Vi tagliamo le mani!». Interrogate su quanto la loro vita sia cambiata dopo il debutto nel Gatto 1, sempre stereofoniche, rispondono: «Ce fermano per strada. Povere eravamo e povere semo rimaste. Fatece lavora così non andiamo più a rubà».

È azzeccata perfino la novità costituita dal personaggio di Luca Argentero: un prete bello e coi tatuaggi (a tema cristologico). Don Davide è frutto di un esperimento di ingegneria sceneggiatoria: due parti di Young Pope di periferia che resta umile e una di Che Guevara che battaglia per i parrocchiani di San Basilio. Ha il compito di procurare a Giovanni un piccolo dramma della gelosia a sfondo mistico e l’importanza di sporcarsi le mani anche se si sanno coniugare tutti i congiuntivi.

Il film è riuscito sia a grandi linee che nei dettagli. Una delle sue perle produttive è la precisione da trattatistica sociologica nelle scelte dei costumi, che vanno di pari passo coi registri linguistici delle varie caste rappresentate. È tutto perfetto: dal look radical di Luce, la ex di Giovanni interpretata da Sonia Bergamasco (più che mai in odore di comicità) a quello di Claudio Amendola che, dal canto suo, nei panni dell’ex coatto di Monica, conferma di star vivendo una vecchiaia da caratterista entusiasmante.

Il Gatto 2 è un lungometraggio che potrebbe essere in grado di salvare la comicità popolare italiana non solo dai mostri della ripetitività e dell’istantaneità (TikTok, c’è qualcuno?), ma anche dalla più recente ed efficace alternativa agli audiovisivi umoristici di lungo formato fornita dagli sketch show, il cui Dio mondiale sembra essere Tim Robinson e Valerio Lundini il suo profeta italiano. Questi show, pur eleganti nel concetto e spesso superbi nell’esecuzione, per forza di cose rappresentano la realtà in modo frammentato, lasciando al pubblico il compito sempre più difficile — per quanto appagante — di ricomporla o capirla.

Il limite vero del film è forse nel fatto che la parodia della politichetta pseudoculturale che inizialmente viene messa in bocca al personaggio di Antonio Albanese, alla fine dei conti, non è poi tanto differente da quello che realmente viene presentato come epilogo. Non pretendevamo di più: almeno è un inizio o, meglio, il sequel di un inizio.