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Come l’attore Clooney ha ucciso il sex symbol George

Il divo sbarca su Netflix con ‘The Midnight Sky’, di cui è anche regista. E che conferma il suo ‘vizio’: far dimenticare, quando è sullo schermo, l’allure da star Vecchia Hollywood. Sicuri che sia possibile?

George Clooney in ‘The Midnight Sky’

Foto: Philippe Antonello/Netflix

C’è una buona notizia. Tra pochi mesi George Clooney avrà sessant’anni ma è ancora figo. Li compie il prossimo 6 maggio, quando saremo tutti vaccinati (un’altra buona notizia). Non fatevi ingannare dalla magrezza malaticcia, dalla barba assurda, dalla voce spezzata che usa nel film The Midnight Sky (di cui è anche regista), su Netflix dal 23 dicembre. Clooney attore tende sempre ad ammazzare il Clooney sex symbol. Lo faceva anche quando era molto più giovane: in Syriana (2006) aveva una barba che lo trasformava in peggio, era pure appesantito; eppure, non a caso, ha vinto un Oscar, l’unico come attore (ne ha ricevuto un altro nel 2013 come produttore di Argo, diretto da Ben Affleck).

Dal 1997, anno del disastroso Batman & Robin, Clooney ha cominciato a costruirsi una filmografia ambiziosa da regista, da produttore e soprattutto da interprete. Vedi titoli come Paradiso amaro di Alexander Payne, altro film di quelli che spesso sceglie e con cui ha sfiorato un secondo Oscar da attore (gliel’ha scippato Jean Dujardin per The Artist). Mi diverte immaginare il cestino della spazzatura in cui devono essere finiti, uno dopo l’altro, tantissimi copioni di commedie romantiche. Tonnellate di carta. Dopo Un giorno… per caso, del 1996, non ne ha più fatta mezza: proprio lui, che sembrerebbe nato per tutte le varianti di tutti i film di Cary Grant. Tra l’altro, Un giorno… per caso era delizioso. (Si potrà ancora dire, adesso che le commedie, se non affrontano una qualche tematica di inclusione, sono trascurate come le scarpe con i tacchi durante la pandemia?)

Comunque, Clooney ha fatto sì che, per anni, il sex symbol George continuasse la sua vita parallela in pubblicità e storie da rotocalco, fino all’apoteosi di quel matrimonio a Venezia, unica commedia romantica a cui ci abbia concesso di assistere in questo secolo. Per il resto, filmografia impeccabile, di uno che vuol essere preso sul serio. A parte pochissimi scivoloni (il peggiore: Tomorrowland), è stato perlopiù un alternarsi tra fratelli Coen (quattro film), Steven Soderbergh (cinque), l’amico co-produttore Grant Heslov e altri nomi come Gilroy, Payne e il Cuarón di Gravity. Sapete quando, nelle interviste, gli attori dicono che non hanno scelto il ruolo ma il regista e la storia? Di solito, mentono. Invece Clooney lo ha fatto davvero, anche se nella storia dell’Uomo che fissa le capre dubito che ci abbia capito qualcosa anche lui.

Sapete quando gli attori nelle interviste dicono che vogliono rischiare, mettersi in gioco senza badare alle conseguenze e tutto il vocabolario da concorrente di X Factor? Di solito, mentono. Clooney lo ha fatto davvero. Quando fuggì dal suo primo vero successo (la serie televisiva E.R. – Medici in prima linea), scelse Dal tramonto all’alba di Robert Rodriguez, uno che si era fatto notare pochi anni prima per un film costato solo 7.000 dollari. Poco dopo, si è tuffato su una sceneggiatura che gli piaceva, Out of Sight. I produttori volevano Clooney, il regista no. Sosteneva che non era una star perché veniva dalla televisione (pover’uomo, non vorrei essere lui) e lasciò il film. Fu Clooney a chiamare in soccorso Soderbergh, allora enfant prodige sull’orlo di una crisi di nervi perché, dopo l’exploit di Sesso, bugie e videotape, si stava specializzando in cose molto strane e molto disastrose al box office.

George Clooney con Caoilinn Springall. Foto: Netflix

Da allora ci sono stati due Clooney. Da una parte quello raccontato dai giornali (ha milioni di donne! È gay! Compra una casa in Italia perché ha qualcosa da nascondere! Sta con la Canalis! Non sta più con Canalis! È un democratico impegnato! Si candida alla Casa Bianca! Amal First Lady, wow!), dall’altra quello che faceva cinema e si prendeva delle grandissime libertà. Ha girato molti ambiziosi insuccessi (In amore niente regole, 2008, con Bridget Jones: ve lo ricordate? Ecco, appunto) e azzeccato gli Ocean’s, reboot pieni di charme e nostalgia. Ha diretto Le idi di marzo (un film quasi perfetto) e Monuments Men (una noia abissale). Ultima star maschile che discende in linea diretta dai miti della Golden Age di Hollywood, Clooney ha usato la popolarità strepitosa, isterica, del Clooney dei rotocalchi per fare un po’ quello che voleva, dandoci l’impressione di divertirsi sempre e di essere convinto delle sue scelte. Non si può non volergli bene e non importa se quest’ultimo film, The Midnight Sky, benché elegante e pieno di buone intenzioni, non è un capolavoro.

Pandemia permettendo, ha due altri grossi progetti in preparazione. Uno è tratto dal bellissimo romanzo Il bar delle grandi speranze. L’altro è The Boys in the Boat, che dirigerà: un film sulla squadra di canottaggio dell’Università di Washington che andò a vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Berlino sotto il naso di Hitler nel 1936. Lo aspettiamo. Al cinema, sulle piattaforme, ovunque sarà. Se lo star system è morto, Clooney è vivo, equilibrista tra le sue due identità. Quella di un tale che teneva in casa il maiale Max e che oggi racconta dei suoi bambini che gli dicono in italiano “papà stronzo” e quella di un altro Clooney che sta ancora cercando, con straordinaria tigna, il Grande Cinema, fatto di sogni e idealismo.