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‘Collective’: in un’epoca di reportage dal divano, è ancora il cinema a insegnarci come si fa il giornalista

I tempi dei cronisti pieni di ideali alla ‘Tutti gli uomini del presidente’ sono lontani. Ma, mentre i giornali chiudono, arriva un documentario romeno (candidato all’Oscar) a ricordarci la grandezza di un mestiere ‘senza macchia’

Un’immagine di ‘Collective’ di Alexander Nanau

Due nomination all’Oscar, una come miglior documentario, l’altra come miglior film straniero. Il vanto di stare nella classifica dei film migliori dell’anno scorso secondo Barack Obama. Il film è Collective del regista rumeno Alexander Nanau e finalmente lo si potrà vedere, dal 18 febbraio sulla piattaforma streaming IWonderfull. Nanau prende spunto da una tragedia nazionale, quella dell’incendio di un locale di Bucarest, il Colectiv, avvenuta il 30 ottobre 2015: morirono 26 persone, quasi tutti giovani, più di un centinaio di feriti. Sul palco, suonava la band metalcore Goodbye to Gravity. I due chitarristi perdono la vita tra le fiamme quella sera stessa, una settimana dopo muore il batterista e qualche giorno dopo anche il bassista. Un solo membro della band è sopravvissuto.

Nei giorni e nelle settimane successivi all’incendio, il numero dei feriti che muoiono negli ospedali sale e supera la trentina, le famiglie delle vittime si insospettiscono, protestano, chiamano i giornalisti, in particolare quelli della Sports Gazette, un quotidiano sportivo che si era già fatto notare per le sue inchieste sulla corruzione nel mondo del calcio. Il reporter Cătălin Tolontan e i suoi colleghi cominciano a indagare. Il regista Alexander Nanau si unisce con la sua troupe, diventa la “mosca sul muro” che registra e racconta senza commentare. Show, don’t tell. In tempo reale, insieme ai giornalisti. Nanau aveva già fatto qualcosa di simile nel film precedente, Toto e le sue sorelle (2014), storia di bambini abbandonati in un quartiere degradato di Bucarest. Come allora, in Collective mette lo spettatore in condizione di appassionarsi al documentario come se fosse un thriller. Eppure non c’è mai nulla di romanzesco, è soprattutto una questione di (scusate l’espressione sconcia) “linguaggio filmico”.

Essendo vero, Cătălin Tolontan, stropicciato, poco loquace, immerso nel lavoro, non somiglia a nessun giornalista visto al cinema finora. Finora, i giornalisti raccontati erano simboli di un’ideale della professione: nobili, paladini della verità. E interpretati da attori geneticamente avvantaggiati. Sono Redford e Hoffman di Tutti gli uomini del presidente (Alan J. Pakula, 1976), Mark Ruffalo e tutta la squadra del Boston Globe nel Caso Spotlight (Tom McCarthy, 2015), Tom Hanks, capite?, Tom Hanks, il dolcissimo Tom Hanks (The Post, Steven Spielberg, 2017). Ma i giornalisti di Hollywood possono essere anche una sorta di ideale al contrario: cinici, che cosa non farebbero per uno scoop. Il migliore per me resta Kirk Douglas (L’asso nella manica, Billy Wilder, 1951), il primo a farci riflettere su quello che, ormai, in questo nuovo tempo, è un cliché: il circo mediatico.

Billy Wilder, si sa, ha firmato anche una delle versioni cinematografiche di Prima pagina, quella con Lemmon e Matthau. Qui il cinismo è stemperato nella commedia. Chiunque abbia fatto o voluto fare il giornalista sa (dovrebbe sapere) certe battute a memoria: «Non può lasciare il giornalismo, sarebbe come chiedere a un leopardo di togliersi le macchie». Abbiamo visto tanti film che spiegano il giornalismo come vocazione o missione, ma anche come una delle professioni più smaniose e autocompiaciute che esistano: lo rivelano tutte le storie di eroi del reportage di guerra, siano James Woods in Salvador, Paese e titolo (Oliver Stone, 1986), o Mel Gibson in Indonesia (Un anno vissuto pericolosamente, Peter Weir, 1982).

La fine dei giornali, per chi li ha amati, è talmente triste che fa venire nostalgia persino di film molto brutti (che mi stanno tornando alla memoria ma che qui non nominerò), di altri davvero grandiosi (Da morire di Gus Van Sant, con una Nicole Kidman più brava che mai) e di uno piccolissimo, visibile su YouTube, che mi ha letteralmente spezzato il cuore. Si intitola Final Edition – The End of a Newspaper, dura mezz’ora e racconta le ultime ore di vita del Rocky Mountain News, giornale che ha chiuso nel 2009 dopo 150 anni di vita.

I giornali sono finiti e sono finiti, probabilmente, i modi di raccontarli. Ma il giornalismo, quello no. Quello può sopravvivere a quasi tutto. Come ci spiegano gli intrepidi rumeni di Collective, leopardi che non ci pensano nemmeno a togliersi le macchie.

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