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Claudio Caligari, il regista d’attacco che ha rivoluzionato il cinema in Italia

‘Se c'è un Aldilà sono Fottuto’, presentato oggi a Venezia 76, è il film documentario con Valerio Mastrandrea e Alessandro Borghi che ripercorre la storia di un cineasta che ha sacrificato la propria vita all'arte, in continua lotta con la censura

Claudio Caligari

Foto stampa

Ora che Claudio Caligari è morto non si può fare a meno di ritornare con la mente alle immagini di morte e redenzione che popolano il suo cinema. Prima fra tutte quella, struggente e rivelatrice, che conclude Amore Tossico (1983): un uomo corre in preda ai suoi drammi personali, sullo sfondo di una Ostia notturna e irriconoscibile nell’inquadratura claustrofobica, simbolo non più soltanto di sé stessa ma di tutte le periferie suburbane nell’Italia di fine anni Settanta, dal cielo non arriva neanche un raggio di luce.

Uno sparo svela il tragico epilogo del nostro anti-eroe, Cesare (al secolo Cesare Ferretti, uno dei primi morti di HIV in Italia), e pone la chiave di volta su cui ruota tutto il cinema di Caligari. “Uccide più un colpo di pistola o entrare in una società che ti vuole in un determinato modo e non ti dà la possibilità di migliorare la tua vita?”. A spiegarlo/domandarlo, con la sua solita capacità di sintesi disarmante, è Valerio Mastandrea ad Alessandro Borghi nei primi minuti di Se c’è un Aldilà sono Fottuto.

Nato da un’idea di Marco DeAnnuntiis e realizzato da Simone Isola e Fausto Trombetta, il film documentario è stato presentato oggi a Venezia, in concorso per Venezia Classici. Non è un caso. Mastandrea infatti fu Remo, protagonista, anche lui colpito a morte, di un’altra folle corsa in una Roma stavolta luccicante dei quartieri bene, ne L’Odore della Notte (1998); Borghi è Vittorio, co-protagonista di Non Essere Cattivo (2015) di cui Mastandrea, divenuto oramai fraterno amico di Caligari, è stato valido aiuto alla regia nonché produttore. L’essenziale cinema di Caligari, che aveva una vera ossessione per l’estetica e le planimetrie dei luoghi, è tutto tessuto d’inquadrature così; illuminazioni mentali ancor prima che visive che fanno correre un brivido lungo la schiena. I suoi tre film sono poesia immortale, che rielabora in modo personale sia la poetica del neorealismo italiano che la dinamicità del cinema americano. Per questo tutto il mondo ora è più povero e solo.

A mo’ di chiosa sulle questioni tra cinema e documentario sollevate (a più riprese) su queste pagine, giunge questa toccante testimonianza filmata che si prefigge di offrire allo spettatore un excursus sulla vita e il cinema del regista di Arona. Un grande film, sia detto subito e a scanso d’equivoci che, se pur non giunge ai vertici di Filmworker, Che Strano Chiamarsi Federico e altri documentari con ben altro tipo di storia, resterà pur sempre un’ottima indicazione di metodo su come affrontare un regista scomparso e la sua produzione. Senza perdersi nell’agiografia o, ancora peggio, nell’inutile piagnisteo. Laddove altri hanno desiderato creare solo un solido omaggio postumo, cadendo spesso in un patetico sbrodoloquio privo di verosimiglianza col reale, Isola e Trombetta sembrano, invece, avere voluto immortalare piuttosto un’impossibile elaborazione del lutto.

Ma Se c’è un Aldilà sono Fottuto non è una complex session. Il lutto c’è, ineludibile, ma è offerto per tutta la durata del film come un dono di vita e una promessa di un possibile futuro migliore. Come magistralmente spiegato da Mastrandrea nella chiosa finale. Non c’è e non ci vuole essere né l’esposizione pornografica della malattia del regista né vittimismo alcuno – che è totalmente bandito. Persiste viceversa la pungente (auto)ironia di Caligari, il fermo cinismo e la puntuale lucidità del suo essere regista minore e poco amato (specie dai produttori) che traspare per tutta la durata del film, ora attraverso la sua voce ora attraverso il ricordo di chi con lui ha condiviso le (poche) gioie, gli sporadici momenti di notorietà pubblica e i tanti dolori. Prima tra tutti la mamma Adelina, compita e commovente nei ricordi.



“Caro Martino” inizia così la famosa lettera che Mastandrea scrisse, tra i tanti, a Martin Scorsese, per trovare i fondi per realizzare Non Essere Cattivo. “Ti scrivo per una ragione semplice. Tu ami profondamente il cinema. In Italia c’è un regista che ama il cinema quanto te. Forse anche più di te”. E sono proprio la difficoltà dietro l’ultimo film (uscito postumo) e la determinazione di tutti i nomi coinvolti nella sua realizzazione a tracciare il fil rouge narrativo della pellicola. Attraverso la cronistoria del suo compimento, dai casting, alle prove in studio, all’ultimo giorno di riprese. Quella sensazione di tenacia moreschiana di Lettere a Nessuno, fatta di porte chiuse in faccia per anni, in seno a un’incapacità collettiva di rendere merito a un tipo di cinema che non avrà mai un afflato più televisivo che cinematografico. Roba per i frequentatori di cineclub che, negli anni, hanno scritto il nome di Caligari a grandi lettere tra quei pochi registi italiani che son riusciti a raccontare le grandi ondate di annientamento sociale abbattute su più di una generazione. L’ingresso dell’eroina per spegnere gli ardori politici prima, e l’apatia sociale dettata dall’emarginazione e/o dall’incapacità di inserirsi come adulti nel mondo del lavoro poi. Motivi per cui gli è stato impossibile continuare a girare con regolarità, come ad altri della sua generazione, come Nico D’Alessandria: entrambi poi scomparsi per malattie inguaribili, ma anche per una solitudine costantemente sopportata. 


Niente cinema addomesticato per lui e per coloro che ne hanno apprezzato lo spirito. Dal suo primo grande estimatore, Marco Ferreri, a Nanni Moretti, passando per Marco Giallini, Silvia D’Amico, Nicola Pankoff, Maurizio Calvesi, Michela Mioni (ficcante oggi come quarant’anni fa) e tutti quelli che compaiono in questo tributo. Piuttosto un cinema d’attacco, tipo Zeman, “un 4-3-3”, come dice di nuovo Mastandrea a Serena Dandini, in un’intervista proprio quel di Venezia.

Tre film nel corso di una vita, più altri due morti sul nascere e almeno trenta lasciati nei cassetti, stanno a significare solo che la censura è stata assai attiva ma possono anche aiutare a leggere in controluce tutti i film indolore che invece sono stati accettati tanto dai produttori e dalle reti televisive quanto dalla critica più borghese e snob. Il suo linguaggio forte e duro, causa di aspri dibattiti tra autore e spettatori, è fiancheggiatore delle classi che sarebbero diventate più derelitte, come se ci fosse stato un passaggio di testimone, un proseguimento di un certo sguardo lanciato da Pasolini, ma in chiave nettamente militante a guardare dritto negli occhi, alla stessa altezza, i suoi protagonisti. Le sue borgate, la parte bassa del cinema, si direbbe, proprio come si intitolava il suo primo film del 1978 (La Parte Bassa), tra documentario e finzione, sui collettivi dei militanti, e anche questo inserito nel documentario tra le chicche che difficilmente potrete trovare in giro.



Tutti concetti difficili e inusuali di questi tempi che meriterebbero un po’ del vostro tempo e della vostra attenzione. L’arte e il cinema sono stati il personale sacrificio del regista Caligari, che ha sublimato in essi la vita di Claudio. Vedendoci lungo sia nella scelta degli attori (chi ha detto Luca Marinelli?) che nelle tematiche affrontate sul serio o solo in potenza. E nessuno può negare che, in qualche modo, il suo Cinema ha (davvero) cambiato il modo di intendere tutto il cinema in Italia. Per questo, Se c’è un Aldilà Sono Fottuto è un documentario in grado di fare cadere tutte le vostre difese. Si piange (da) soli, sussurrando a mezza voce citazioni amate da sempre in un cinema della capitale oramai quasi vuoto di nomi e di spessore.

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