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Ci eravamo sbagliati su Xavier Dolan?

Bisognerebbe aspettare 30 anni per parlare de 'La mia vita con John F. Donovan': per capire se è solo un passo falso del genio di 'Mommy' oppure un brutto segno per il futuro

Kit Harington in 'La mia vita con John F. Donovan'

Capita a tutti, ai grandi intendo. Ognuno ha il suo: a volte è semplicemente un rimpianto, un film mai fatto (il Mastorna di Fellini, il Napoleone di Kubrick…), quello che (anche se magari ti chiami Sergio Leone) non sei proprio riuscito a mettere in piedi. Altre invece – e qui la situazione è più seria – è un film maledetto, uno di quelli che, spesso non si capisce perché, prendono da subito una piega imprevedibile e sbagliata. Nati male e finiti peggio.

Anche di questi (avete presente 1941 di Spielberg?) è piena la (in)gloriosa storia del cinema. Forse per questo motivo bisognerebbe aspettare 30 anni per parlare de La mia vita con John F. Donovan: per capire se è solo lo scalino scheggiato di un’esaltante arrampicata al cielo oppure il primo segnale di una rovinosa caduta. Ma raramente si è visto un film più tormentato (e pasticciato) di questo, primo ciclopico flop di Xavier Dolan, l’enfant prodige del cinema canadese che ci aveva prima sorpreso, ad appena 19 anni, con J’ai tuè ma mère, e poi addirittura incantato con capolavori di soffocante energia come Mommy.

Qui invece, nonostante quel bellissimo prologo smerigliato (perché accidenti se è bravo il ragazzino), va tutto storto: e proprio quando, più di ogni altra volta, sarebbe dovuto andare tutto bene. Primo film inglese, cast favoloso (dall’eroico Kit Harington di Game of Thrones a Natalie Portman, da Susan Sarandon a Kathy Bates, passando per il bambino prodigio Jacob Tierney, per citarne solo alcuni), budget da major. Ma se già prima di arrivare nelle sale metti Jessica Chastain sulla locandina e poi tagli completamente il suo personaggio in fase di montaggio vuol dire che non hai le idee chiarissime.

Il resto è puro delirio: rifatto mille volte, massacrato già al Festival di Toronto (2,8 su 10 la media su Metacritic: 2,8? What the fuck!) dopo avere schivato Cannes, messo in listino e rimandato mesi e poi anni (tanto che sulla Croisette abbiamo già fatto in tempo a vedere il suo nuovo lungometraggio, Matthias & Maxime, bene ma non benissimo: comunque meglio) anche in Italia.

Il fatto è che l’autoreferenzialità si è fatta insopportabile, così come la ripetitività dei suoi temi-ossessioni – il rapporto conflittuale e disfunzionale con la madre, l’omosessualità, la solitudine – che qui vengono declinati con un sentimentalismo spinto e leccato, assai lontano dalla contagiosa carica eversiva dei suoi lavori più riusciti. Di certo c’è che, nella storia dell’amicizia a distanza tra un giovane divo della tv e un fan bambino che sogna di fare l’attore, legati da una fitta – e improbabilissima (come molto altro qui dentro) – corrispondenza, Dolan si riconosce, con forzato egocentrismo, in entrambi: nella star omosessuale che non può permettersi di essere se stesso, travolto da una celebrità improvvisa e superficiale, ma anche – lui che a 9 anni aveva scritto una lettera a Leonardo DiCaprio – nel bimbo troppo solo che a scuola chiamano femminuccia e che nell’adulto trova qualcuno capace di ascoltarlo.

Vite parallele, che, in parte, sono la stessa: ma a cui le pesanti zavorre della retorica sottraggono autenticità (nonostante in calce, sul nero prima che il film cominci, Dolan implori “Datemi la verità”), indirizzando la storia verso un melò scivoloso, anche mieloso. Restano i colori ultra saturi e virati allo stremo, i primissimi piani e poco altro: anche la scelta delle canzoni – Rolling in the deep, Jesus of Suburbia o la Stand by me versione Florence + the Machine – appaiono in un certo senso prudenti. Mentre a noi, che eravamo braccia al cielo con Dragostea Din Tei in È solo la fine del mondo, non resta che chiederci che ne sarà di questo già altrove geniale regista di appena 30 anni: il ragazzo ci ha fatto impazzire, ora tocca all’uomo convincerci che non c’eravamo sbagliati.

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