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Chiamate Laure Calamy!

La Noémie di ‘Chiami il mio agente!’ è una caratterista che sa diventare prim’attrice. Lo conferma ‘Full Time – Al cento per cento’, dramma sul lavoro che le è valso un premio a Venezia. E in cui si prende tutta la scena

Laure Calamy al Festival di Cannes

Foto: Stéphane Cardinale/Corbis via Getty Images

Ci sono caratteriste destinate a restare tali, e caratteriste che possono diventare prim’attrici. Laure Calamy è la caratterista perfetta. Ha tutto. Tempi, faccia, fisicità. Laure Calamy è, però, anche una prim’attrice monumentale.

L’anno scorso ha vinto il César come protagonista, appunto, per Antoinette dans les Cévennes (da noi Io, lui, lei e l’asino: ormai contro i nostri titoli non basterebbe più manco il tribunale dell’Aja). È una di quelle commedie francesi né belle né brutte, stupidotte a dispetto della fonte letteraria (qui il popolarissimo Robert Louis Stevenson, che però agli analfabeti di oggi pare un’ispirazione coltissima), in cui però servono attrici come lei: tenera nello sbozzare una quasi cinquantenne eternamente zitella (al massimo amante da scaricare a piacimento) e insieme capace di fare la slapstick con un somaro. Capitomboli, tiri alla fune con le redini, buffi tentativi di dialogo equino.

Noémie/Laure Calamy con l’amato Mathias/Thibault de Montalembert nella serie cult ‘Chiami il mio agente!’. Foto: Netflix

Laure Calamy è per tutti – cioè: per una nicchia però mica tanto ristretta, nutrita anche tra il pubblico USA notoriamente poco filoeuropeista in fatto di serie – la Noémie di Dix pour cent, da noi Chiami il mio agente! (ma è Call My Agent! anche sul mercato anglo-americano, stavolta non siamo soli). Noémie è il ruolo che ogni caratterista sogna: la spalla spassosa e struggente, l’alzatrice e al contempo schiacciatrice di one liner che sono sassaiole, il personaggio che nasce di sfondo e in cui paradossalmente si possono mettere più ombreggiature. Noémie è il ruolo che ogni caratterista in cui dorme una prim’attrice può far diventare una lead, Calamy lo sa e lo fa. Alla fine dell’ultima stagione – spoiler – da segretaria diventa produttrice, il che anche simbolicamente vale come proscenio definitivamente espugnato per acclamazione dei loggionisti.

Ora arriva nelle nostre sale Full Time – Al cento per cento (in originale À plein temps: stesso discorso), scritto e diretto da Éric Gravel, presentato all’ultima Mostra di Venezia, sezione Orizzonti, e vincitore del premio per la regia e di quello, guarda un po’, per la miglior attrice. Protagonista. Di più: in scena praticamente c’è solo Laure Calamy.

Il film è nel solco di quel cinema sul lavoro caro ai francofoni. Solo per stare agli ultimi vent’anni e poco più: ovviamente i Dardenne e Guédiguian, e poi Cantet, più di recente Brizé (questo weekend è nelle sale pure Un altro mondo, sempre a Venezia 78, a chiudere la trilogia sull’emploi inaugurata col bellissimo La legge del mercato). Ma ce ne sono mille altri nascosti, che mettono in scena mestieri d’ogni tipo e relativi drammi professionali e umani. (Un consiglio: recuperate su MUBI Médecin de nuit di Elie Wajeman, che è più un noir-mélo che un film sul lavoro, ma c’è sempre la professione del protagonista – stupendo Vincent Macaigne – al centro.)

Full Time segue quel filone lì, dicevo. Laure Calamy è la responsabile delle cameriere di un albergo cinque stelle parigino. La si racconta nei giorni caldi dello sciopero (ancora lavoratori, incazzati) che blocca la città, e lei vive in provincia, è condannata al pendolarismo e in quella settimana la vita le è impossibile, tra corse per non perdere i pochi autobus rimasti, richieste di passaggi, addirittura tentativi di autostop. Il lavoro determina la sua vita, alle spalle ha una carriera piantata che vorrebbe riprendere, sta facendo colloqui, molla i figli alla vicina per incastrare tutto. Fino a un finale – altro spoiler – che è felice e insieme tristissimo: siamo sicuri che, quando le cose al lavoro ci vanno bene, sia per forza un bene?

Laure Calamy fa l’altra faccia della sua Noémie, l’eterna sottoposta che cerca riscatto, però con tono più drammatico anche se sempre lieve. È una persona come ne abbiamo conosciute tante, con una piccola vita come tante (ma per davvero, e il merito è di scrittura e regia), in cui lei mette la giusta dose di disgrazia e leggerezza, e quella goffaggine nel vestirsi bene per un appuntamento di lavoro, nel provare a baciare un uomo, nel pietire un permesso alla sua capa.

Laure Calamy è bravissima a raccontarci quello che sappiamo già, che abbiamo visto al cinema tantissime altre volte. E a fare, insieme, una cosa nuova. Così sono le grandi protagoniste che dietro hanno la gavetta dei ruoli piccoli, dove tentare, sfumare, allargare a poco a poco. Finché li vediamo più degli altri, e sono loro a importarci davvero, vogliamo che siano loro i protagonisti. È magnifico quando, poi, succede.