C’era una volta Lady D: com’è ‘Spencer’ con Kristen Stewart | Rolling Stone Italia

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C’era una volta Lady D: com’è ‘Spencer’ con Kristen Stewart

Dopo ‘Jackie’, Pablo Larraín firma un altro (falso) biopic, in concorso a Venezia 78. Ma alla realtà preferisce la fiaba. E offre alla sua diva un ritratto di Diana dove c’è tutto e non c’è niente

Kristen Stewart è Lady D in ‘Spencer’

Foto: Neon

A un certo punto, il maggiordomo arcigno e impiccione (ma non sono così tutti i maggiordomi?) racconta alla principessa una storiella su un cavallo e un soldato. E poi c’è lo spaventapasseri. Il vecchio cappotto di papà. Le perle grandi come quelle dei tesori in fondo al mare. La casetta nel bosco. Tutti elementi che starebbero bene in una filastrocca, dentro una fiaba.

L’atteso Spencer, con cui Pablo Larraín torna (in concorso a Venezia 78) a fare i conti con una figura cosiddetta iconica dopo il Jackie (Kennedy) di cinque anni fa, mette subito le mani avanti: «Una fiaba ispirata a una tragedia vera», recita il cartello iniziale. Spencer è Diana, ed è (era) una principessa, e di una principessa che si deve raccontare, se non la favola?

In realtà, questa favola arriva (in ritardo) dopo la realtà che cinema e serie hanno già provato a restituire. Il più bel film su Lady D è quello in cui Lady D non c’è: The Queen. E l’altr’anno è arrivata l’ultima stagione di The Crown, a riscrivere la vita falsa/vera della più grande ossessione collettiva in fatto di corte inglese. Li ha scritti entrambi Peter Morgan, che per raccontare la royal famiglia ha scelto la forma del romanzo. Un romanzo feuilleton, largo, pieno di personaggi e di dialoghi, fedele alla (pur liberissima) realtà.

Steven Knight, quello di Peaky Blinders (tra gli altri) che ha scritto Spencer, sceglie invece la fiaba, appunto. Scrive una storia della buonanotte per principesse ribelli, e Larraín, col suo sguardo sempre immaginifico anche quando ha tra le mani personaggi realmente esistiti (vedi pure il magnifico Neruda), lo segue a ruota, facendo tutto fuorché una biografia (o un tentativo di biografia).

Dentro lo stilizzatissimo Spencer c’è la fiaba classica e quella dell’orrore, e dunque Diana è insieme la damsel in distress e la scream queen. Ci sono i vestiti per andare al ballo, ma anche le case stregate, Walt Disney e Henry James, Sabrina e Shirley Jackson, Vogue e The Others. Spencer è uno studio “intorno a” Diana, potrebbe essere una performance d’arte, un’installazione à la Vezzoli in cui di Diana c’è tutto e non c’è niente: di sicuro è assente la stretta attualità del tempo che racconta (tre giorni a Sandringham durante le feste di Natale), perché nelle fiabe non c’è posto per la cronaca da tabloid. Si cita l’affaire Camilla, e la bulimia, e i paparazzi che potrebbero sbucare da ogni siepe, ma non è questo che importa, è solo una cornice che vale tanto quanto le formule del tipo “in un regno lontano lontano”.

La Diana di Kristen Stewart, ben diretta, contribuisce al ritratto preciso (la spalluccia alzata, l’occhietto basso) ma che sempre sfugge: è solo una bambola, un’effigie, un bozzetto che volutamente non scava mai a fondo. E forse Diana è sempre stata solo questo: per alcuni un idolo e per altri un bluff, ma comunque un simbolo evanescente, una candle in the wind che, puf!, si spegne.

Funziona il fatto che gli altri personaggi di questa fiaba siano di fatto sempre fuori scena (pochissimo presenti Carlo e mammà, di più William e Harry piccolini), meno le continue false piste che prende il copione. Ma le fiabe così sono: l’importante è andare da “c’era una volta” a “e vissero tutti felici e contenti”, in mezzo può esserci qualsiasi cosa. Sono felici e contenti persino nell’ultima scena di questa storia che, nella realtà, sappiamo non essere finita bene per niente. Le principesse nelle fiabe sono sempre felici e contente.