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Carlo Verdone, 70 anni per farci capire che va bene così come siamo

Con i tic, i vizi, la malinconia e anche la dolcezza delle sue maschere. Che hanno anticipato tutto. Un bilancio per questo compleanno importante

Carlo Verdone alla Mostra del cinema di Venezia nel 1994

Foto: Leonardo Cendamo/Getty Images

Oggi compie settant’anni Carlo Verdone, figlio di Mario, primo, severo professore italiano di storia del cinema, scrittore e drammaturgo col pallino per le messe in scena domestiche; e di Rossana, professoressa di lettere appassionata di lirica e di antropologia delle pianure di sampietrini estese fra Trastevere e Campo de’ Fiori. Dopo aver debuttato precocemente da imitatore già professionista di docenti e discenti della sua scuola, Verdone proseguirà la carriera come allievo dell’Opera dei Burattini di Maria Signorelli e ancora come cabarettista. Ampliando e sistematizzando il suo repertorio di personaggi comici sventuratamente genuini, delicatamente dolceamari, abbozzati in casa e nei teatri, in pochi anni diventerà prima fenomeno televisivo con il varietà Non stop (Rete 1, dal 1977 al ’79) e poi prodigio cinematografico, esordendo come sceneggiatore, regista e protagonista di Un sacco bello (1980). Sarà lanciato da un Sergio Leone che doveva aver ravvisato, in quel copione, un’urbanizzazione fantasociologica del concetto di western, che opponeva non più cacciatori di taglie americani a banditi senza patria, ma romani introversi a romani spacconi, padri di famiglia comunisti imborghesiti a nuore fricchettone insopportabili, nell’assolata capitale di un agosto senza macchine ma trafficatissimo di tipi umani in fuga dalla solitudine, prima di essere tutti trucidati dagli anni Ottanta di là da venire. I tre personaggi interpretati da Verdone – Enzo, Leo e Ruggero, già notissimi ma sublimati dal mezzo cinematografico – sono un simbolo perfetto della fine di un’epoca in cui eravamo infelici e lo sapevamo, alle porte di un’altra in cui saremmo diventati meschini senza saperlo.

Se la carriera di Alberto Sordi, illustre dirimpettaio e unico predecessore di Verdone, è stato un lunghissimo tentativo di sbattere in faccia agli italiani i mostri potenzialmente catartici che erano (comici o tragici, anche se facevano quasi sempre ridere), quella di Carlo è un tentativo di descriverli impietosamente per insegnare loro ad accettarsi per quello che sono. Questo sì con un fondo di malinconia, perché privo di alcuna speranza di redenzione (forse perché fuori tempo massimo) ma con la sistematicità e l’impegno di chi sa di compiere comunque un’impresa decorosa, oltre che remunerativa (forse perché a un autore così sensibile non è rimasto molto altro da fare). In ciascuna delle sue manifestazioni la missione di Verdone è quella di considerare il mondo come estensione naturale del teatrino del suo salotto – e dunque della sua anima – e la dimensione intima come fonte pressoché inesauribile di spettacolo e di incontro col pubblico. La chiave dell’immediato successo che lo ha portato a essere uno dei più grandi produttori di maschere italiane contemporanee è saper trasformare le macchiette della strada in archetipi di umanità tanto più realistici e riconoscibili dal pubblico quanto più filtrati dalla sua personalità curiosissima e ricettiva, che non costituiva un rischio di licenze poetiche ma, semmai, un’ulteriore garanzia di realismo.

Il suo merito più grande è infatti combinare in una sola estetica – naturalistica quanto autobiografica – le capacità di ritrarre dal vero e di scrivere dall’intimo. Con mano sempre più sicura, più Verdone crescerà artisticamente e meno trascurerà il suo vissuto di dolce bambino-adulto tanto amico dei vecchi (dai maestri del cinema come Fellini e De Sica che gli frequentavano casa, alla zia Lina che lo portava a prendere il gelato e a conoscere il mondo), facendolo diventare un pestifero adulto-bambino acerrimo critico dei suoi coetanei. Le contrapposizioni dialettiche che hanno definito il cinema verdoniano sono presto formulate e, in seguito, rispettate programmaticamente: personaggi vs Carlo, casa vs realtà, infanzia vs maturità, spettacolo vs vita, uomo vs donna, presente vs nostalgia per la musica degli anni Settanta, malinconia per il passare del tempo e angoscia per la mortalità vs. una serie ben nutrita di droghe e farmaci, di cui alcuni realmente spacciabili o prescrivibili, altri metaforici.

In ventisette film da autore, Verdone non ha fatto un catalogo di tutti i tipi di italiani del suo tempo, come Sordi, ma ha provato a simbolizzarli in un numero limitato di archetipi, introspettivi senza essere psicanalitici, godibili senza essere vanziniani, che lo hanno accompagnato per tutta la filmografia. Comprese le varianti e le ibridazioni sono sostanzialmente quattro. Il primo è l’adultescente Leo-Mimmo, presente sia in Un sacco bello, alle prese con una bella turista spagnola; che nel successivo Bianco, rosso e Verdone, alle prese con la nonna-sora Lella. Ispirato a un amichetto del futuro cineasta che viveva un piano sotto di lui (i conoscenti ancora oggi gli rimproverano di parlare come Verdone), è il personaggio più poetico e sintetico di tutto il repertorio verdoniano, coi suoi occhi erranti nel vuoto («In che senso?!?»), alla ricerca disperata e vana di significato nell’universo e, in particolare, negli occhi, nei gesti, negli avvicinamenti e nei dinieghi di Marisol, la donna-droga che lo attrae e lo spaventa, dal momento che ne ha ancora troppa paura perché possa solo provare ad assumerla. Il secondo è il tipo pignolo-professorale, Furio: avaro, logorroico e pure ripetitivo, è l’uomo-nero cui i figli, Antongiulio e Antonluca, sono già consegnati in partenza, senza aver commesso ancora alcuna birbonata. Il celeberrimo mini-monologo non interiore: «Magda, tu mi adori? E allora lo vedi che la cosa è reciproca?», rivolto alla moglie esasperata, è il manifesto della più paradossale convinzione di sapere tutto, senza aver capito niente.

Il terzo è il bullo-coatto colto nel dramma della sua solitudine, cioè senza una vera casa, senza amici, senza amici di famiglia e, soprattutto, senza la famiglia di amici (Mario, Rossana e i fratelli Luca e Silvia) che Verdone ha saputo raccontare in modo esemplare nel libro La casa sopra i portici e che è stato per lui una così straordinaria guida e ispirazione. Quella del bullo è una forma esistenziale vissuta pericolosamente tutta all’esterno, che conosce la sua prima incarnazione cinematografica nell’Enzo di Un sacco bello e la sua evoluzione nell’Ivano di Viaggi di nozze (1995), con la variante di essere accoppiato alla consorte Jessica, ma confermando la costante di essere, anche in due, altrettanto soli. Ivano e Jessica (e ancor più l’Armando di Gallo Cedrone, 1998) riusciranno nella doppia missione impossibile di prefigurare l’elettorato populista di vent’anni dopo e di esserci, nonostante questo, molto simpatici.

Il quarto è un personaggio bonus, che aleggia su tutti, ed è Carlo stesso, che prenderà sempre più spazio nelle commedie della maturità. Appare per la prima volta in Acqua e sapone (1983), si sviluppa in Compagni di scuola (1988) e si realizza definitamente in Maledetto il giorno che t’ho incontrato (1992), dove l’uomo verdoniano, rappresentato dal giornalista Bernardo, sembra trovare nell’attrice Camilla (Margherita Buy) la sua prima vera anima gemella: non più una donna-droga, distante; ma una donna-farmaco, finalmente disposta a condividere una vita afflitta dagli stessi sintomi (ansia, insoddisfazione, nevrosi) ma sensibile agli stessi rimedi (ansiolitici, antidepressivi, evasione, amore) che sembrano fare la differenza per l’anamnesi di lui. Crescere come autore e regista per Verdone è corrisposto a rinunciare alla comicità più diretta dei personaggi degli inizi e accoglierla nei meandri delle narrazioni più complesse e meno pretestuose che caratterizzano la seconda metà della sua filmografia, quella che rientra sempre più decisamente nel territorio della commedia all’italiana rivisitata.

Compagni di scuola, il film più spietato e sconsolato di Verdone, nonché quello in cui appaiono fusi meglio ambizioni artistiche e riscontro commerciale, fa da spartiacque tra la prima e la seconda fase. Qui non sono crudeli solo i personaggi predestinati alla cattiveria (il politico, l’arricchito), ma anche quelli più apparentemente mansueti e insospettabili. Entrambe le categorie sono libere di esercitare la loro doppia perfidia: quella consolidata di adulti e quella ritrovata di bambini. Se non ci fosse quel faccione a equilibrare i destini della ventina di personaggi che popolano le stanze della villa scelta per la rimpatriata di classe, Compagni di scuola potrebbe essere uno dei film più duri dedicati al tema della bassezza dell’italiano medio degli anni Ottanta: individualista, vile e perduto. Così, resta solo uno dei più belli.

Il film in cui Verdone ci consegna la sua definizione di cinema è, invece, Borotalco (1982). Nel finale il venditore porta a porta Sergio, dopo una parentesi avventurosa e scapestrata, in cui si innamora della splendida Nadia e la fa innamorare di sé fingendosi un altro (nella fattispecie, un altro piuttosto cazzaro: amico di John Wayne e di Burt Lancaster), viene scoperto, lascia la fiction in cui aveva vissuto e torna alla realtà, sposando la ragazza un po’ meno splendida cui era da tempo promesso. Quando, abituatosi alla nuova vita, rivede Nadia ed è lei a chiedergli come stia Dustin Hoffmann, capiamo il titolo del film. Il borotalco, come la fantasia, o come il cinema, è un vero sollievo, a fine giornata, solo se indossiamo scarpe troppo strette.

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