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Cannes 2022, bilancio di un Festival che ha spaccato il cuore

La lezione che ci lascia l’ultima edizione è questa: se il cinema vuole sopravvivere, deve ritornare alle emozioni. A costo di ferirci. Da Hirokazu Kore’eda a Valeria Bruni Tedeschi, da Lukas Dhont a James Gray, i nostri colpi di fulmine

Louis Garrel e Nadia Tereszkiewicz nel film ‘Les Amandiers’ di Valeria Bruni Tedeschi

Foto: Lucky Red

La cura è dolorosa, ma necessaria: per ritrovare il suo pubblico (in fretta, prima che sia troppo tardi), il cinema deve ritrovare se stesso. E lo può fare solo in un modo: attraverso i film che spaccano il cuore. La lezione che ci lascia Cannes è soprattutto questa: ritornare alle emozioni, a costo del groppo in gola. A costo di ferirci. Perché è l’unica maniera per rimettersi davvero in gioco.

È quanto sembrano dirci anche i migliori film visti al Festival quest’anno: Broker del maestro giapponese Kore’eda, che qui vinse nel 2018 con Un affare di famiglia, e Close del trentenne belga Lukas Dhont, che nello stesso anno si fece notare qui sulla Croisette con Girl, premiato con la Camera d’or. E forse non è nemmeno un caso se, emozionando più di altri, seguono, sul filo di una commozione benefica e liberatoria, i temi portanti di questa edizione: la famiglia e l’amicizia.

‘Broker’ di Hirokazu Kore’eda. Foto: Lucky Red

Macro argomenti universali dove si riconoscono, e si specchiano, la maggior parte dei film: se per Kore’eda la famiglia (meglio se di fatto, tra ladri di bambini, madri che non lo vogliono più essere e poliziotte che non desidererebbero altro) è la pietra angolare di tutto il suo credo cinematografico, il nucleo domestico diventa anche fondamentale nel bel film autobiografico – nel solco di È stata la mano di Dio e Belfast – di James Gray, Armageddon Time, dove anche l’amicizia è un grande motore; nei confronti urlati del meno riuscito Frère et sœur di Arnaud Desplechin; nello stratificato R.M.N. di Cristian Mungiu, che si concentra soprattutto sul rapporto padre e figlio; nella famiglia che difende l’assassino di prostitute di Holy Spider di Ali Abbasi; così come, in maniera eclatante, nell’affresco amaro di Leila et ses frères, il notevole film iraniano di Saeed Roustayi che ricorda quasi certe commedie di Eduardo.

Ma se anche il francese Un petit frère di Léonor Serraille riguarda la costruzione e la decostruzione di una famiglia, non si può negare che anche Tori et Lokita (dei fratelli Dardenne, ultimamente un po’ stanchi) rifletta un rapporto fratello/sorella che va di là di quanto c’è scritto sul passaporto.

Un cinema del reale (diversi i film in cui entra la questione degli immigrati) che insegue una vicinanza, che cerca instancabilmente di stringere legami, rapporti, sublimando quasi quello che il grande schermo vorrebbe riallacciare con gli spettatori. Amici come i due protagonisti de Le otto montagne; come i giovani attori anni ’80 del vitalissimo ritratto (sì, una bella sorpresa) di Valeria Bruni Tedeschi, Les Amandiers; come i ragazzini che faticano a esprimere e accettare i loro veri sentimenti del complice e dolente Close.

Anthony Hopkins con Banks Repeta in ‘Armageddon Time’ di James Gray. Foto: Focus Features

Si lavora molto sul genere, per dire qualcosa di “altro” o di più “alto” (interessante e elaborato in questo senso Decision to Leave di Park Chan-wook), magari “nascondendosi” un po’ nel 4/3 (che è scelta d’autore ma anche di nicchia: e in questo Festival “pericolosamente” di moda), con poche punte di coraggio e follia (Bellocchio con Esterno notte, Östlund con Triangle of Sadness e, se vogliamo, il Cronenberg di Crimes of the Future) e un minutaggio che rischia di spaventare e non sempre è funzionale.

Se Hollywood dimostra di sapere ancora fare il suo sporco lavoro (da Top Gun: Maverick a Elvis, lo spettacolo deve continuare), il cinema che guarda ad altri numeri ha bisogno di un po’ di cuore: e della precisione, dedizione e ispirazione – perché no, non è la stessa cosa farlo a mano o a macchina – del sarto de Le blue du caftan.

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