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Cannes 2019, la giuria insegue la giustizia sociale, ma è poco equa

Il film di Bellocchio con Favino meritava un premio, così come Almodovàr (Banderas a parte). E Tarantino ormai è in un’altra dimensione

Il regista di 'Parasite' Bong Joon-Ho

Foto: Getty Images

Tutta colpa di Morandi: sì proprio lui, il Gianni nazionale. Che ancora adesso ti domandi come ci sia finito lì. Ma lo capisci subito, nel momento in cui lo senti cantare a squarciagola In ginocchio da te, come andrà a finire: sarà Palma d’oro, e ci dispiace per gli altri. Vince Parasite a Cannes e non si può certo dire che non lo faccia con merito: un film – prima inaspettatamente molto divertente, poi drammatico, in seguito sanguinario e infine amarissimo – che disegna, con vertiginosi cambi di registro, uno spaccato lucido e spietato di una società dilaniata dalla differenze. La storia di una famiglia povera e disagiata che ne sfrutta un’altra ricca e indifferente al (resto del) mondo, serve al 49enne coreano Bong Joon Ho a riportare la lotta di classe (in modo molto più dirompente ed efficace di quanto faccia, seppur bene, Loach ad esempio) sotto i riflettori, guardando senza pietà un mondo a due facce dove il capitalismo rischia di diventare la trama di un film dell’orrore.

Imprevedibile e potente, sorprendente in ogni senso, questa black comedy sociale, regala la prima Palma d’oro della storia alla Corea (che con Kim Ki-duk aveva già trionfato a Venezia), consacrando definitivamente (quanto gli piace al Festival fare questa cosa…) un grande autore fino ad ora idolo solo dei cinefili (e nemmeno di tutti). Niente da eccepire sul primo posto, qualcosa in più invece sul resto di un palmarès che segue il filo rosso – parole di Inarritu – della giustizia e ingiustizia sociale. Ma che per primo si dimostra poco equo, lasciando giù dal podio film che avrebbero invece meritato più attenzione.

Più dolor che gloria, ad esempio, per Pedro Almodovar, costretto ad accontentarsi del premio al suo alter ego Antonio Banderas, mentre ci si dimentica del tutto non solo di Tarantino (che ormai però anche quando è in gara sembra concorrere in una dimensione altra), ma soprattutto del nostro Bellocchio, autore di un bellissimo film a cui la giuria avrebbe dovuto assegnare un premio. Si dirà che la storia di Buscetta, Falcone e Riina è troppo nostra per essere capita e fare breccia nel cuore di registi e interpreti internazionali. Può essere vero, ma solo in parte, se si pensa che in realtà Il traditore, forte di un linguaggio veramente universale, è già stato venduto in oltre 20 Paesi del mondo, Stati Uniti compresi, segno che il passaggio in Costa Azzurra non è stato certo un punto di arrivo, ma un punto di partenza.

Piuttosto, a lasciare a mani vuote Bellocchio e Favino (che aveva una concorrenza agguerritissima), è stata probabilmente la volontà da parte della giuria di inseguire anche in qualche modo (anche se Inarritu nega) un verdetto “politico”: solo così si spiega la generosità con cui per l’ennesima volta viene consegnato un riconoscimento (la miglior regia, non bazzecole) ai Dardenne (affezionatissimi a Cannes, ma che questo giro non hanno portato il loro film migliore) e al pure interessante Atlantique, opera prima a tema migranti che va addirittura a prendersi il Grand Prix. Meno male ci si è ricordati de Les Misérables (premio della giuria), della Sciamma (miglior sceneggiatura) e di Suleiman (col contentino della menzione speciale), ma i premi a Bacurau e alla protagonista di Little Joe (con le conseguenti esclusioni dal palmares Malick, Tarantino e Diao Yinan) suonano un po’ esagerati.

Se quindi Parasite mette tutti d’accordo, altre decisioni segnano, come spesso accade, una spaccatura tra i pareri dei critici e le decisioni della giuria: sguardi differenti che raramente combaciano. Bene, insomma: ma non benissimo.

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