Home Opinioni Opinioni Cinema

Cannes 2019: il melodramma di Bellocchio alla conquista della Croisette

Mentre la critica si divide tra Almodóvar e il coreano Bong Joon Ho, il pentito interpretato da Pierfrancesco Favino trionfa con 13 minuti di applausi, e potrebbe lanciare l'attore verso la prima Palma d'oro della sua carriera

Sarà la volta di Pedro, che proprio qui dove lo amano tanto non ha mai vinto? Oppure la Palma prenderà nuovamente la strada d’Oriente, per portare il sorriso a un’altra famiglia – dopo quella di Kore-eda che trionfò l’anno passato –, povera e criminale? A giudicare dai voti dei critici per il palmarès è corsa a due: Dolor y gloria di Almodóvar – che ha fatto uscire pazzi i francesi – e Parasite di Bong Joon Ho, il favorito dei giornalisti degli altri Paesi. L’eventuale vittoria del regista spagnolo, a maggior ragione con un film così autobiografico, suonerebbe un po’ anche come un premio alla carriera; quella del coreano invece come una definitiva consacrazione.

Ma attenzione a ridurre la gara a soli due film: perché appena dietro è vera bagarre. E anche il nostro Bellocchio può davvero dire la sua: specie con Favino, spinto da più parti verso il premio come migliore attore. Con Il traditore, salgono anche le quotazioni del film della Sciamma (un ex aequo per le due attrici protagoniste?) e de Les Miserables: la Palma in questo caso andrebbe a sancire (e al Festival piace metterci il timbro) la nascita di un autore, ma è probabile che Ladj Ly debba accontentarsi di un premio meno prestigioso. Sono piaciuti, seppure non a tutti, anche Tarantino e Loach (occhio al protagonista), che però qui hanno già vinto e forse non avrebbe molto senso premiare. A noi non dispiacerebbe invece che la giuria guidata da Iñárritu si ricordasse del film di Malick (dove l’attore protagonista può infastidire Favino, come d’altra parte anche gli interpreti maschili di Parasite) e di quello di Diao Yinan, quest’ultimo certamente in lizza per la miglior regia e forse (se scatta la regola del “contentino”) anche per la migliore attrice. Tra gli outsider, qualche chance, infine, per Atlantique.

Il traditore di Marco Bellocchio

Lasciatelo cantare: è un italiano, un italiano vero. Cosa nostra? È un grande melodramma: con la musica di Verdi sparata a tutto volume, mentre qualcuno conta i morti e qualcun altro gli anni di galera. Lo capisci subito che Bellocchio ha fatto un grande film: dalla prima mezz’ora che sembra presa in prestito a Scorsese, con quella festa iniziale e gli omicidi in serie, poi avanti, tra innesti onirici e surreali (bella la sequenza del funerale da vivo…), flashback rivelatori, sangue, sensi di colpa. Teso e appassionante, Il traditore permette a Bellocchio di rievocare l’epica mafiosa di Tommaso Buscetta (uno che a differenza di Totò Riina preferiva fottere che comandare…) per recuperare la grande tradizione del cinema civile italiano e affrontare ancora i suoi demoni, le sue ossessioni: perché a 54 anni dal folgorante esordio de I pugni in tasca, è ancora la famiglia, sia quella reale sia, in questo caso, quella “mafiosa”, a finire, insieme alla cupola, alla sbarra. Un film potente, quello di Bellocchio, che con sfacciata personalità porta la realtà a confluire nella fiction (tra un Falcone “finto” e un Borsellino “vero”), per dipingere sì il ritratto di un uomo d’onore che aveva un grande sogno (“morire nel mio letto”) – interpretato da un fantastico (al netto degli accenti, per cui è già polemica social) Pierfrancesco Favino -, ma soprattutto a realizzare uno spaccato, amaro e travolgente, della Storia italiana recente.

Matthias et Maxime di Xavier Dolan

Ancora scosso per il flop clamoroso (il primo di una carriera rapidissima e sempre in cima) de La mia vita con John F. Donovan (che non ha visto nessuno e pare sia meglio così), l’ex enfant prodige del cinema mondiale prova a ripartire con un film piccolo e toccante, dove però le grandi idee e le invenzioni fichissime dei suoi primi film qui sembrano meno grandi e sopratutto meno fichissime. Due amici di infanzia – dopo essersi scambiati un bacio per finta in un cortometraggio amatoriale – scoprono di amarsi: uno però sta partendo per l’Australia dove rimarrà due anni, l’altro, invece, ha una fidanzata e una vita già pianificata… Dolan (qui anche attore) lavora bene sul disagio, l’imbarazzo, quel non starci dentro: il film ha strappi notevoli (giusto non mostrare il bacio “galeotto”), è romantico, sincero ed emotivamente intenso: ma è anche in parte noioso, un po’ già visto, sicuramente meno coraggioso di quanto ti aspetteresti. Però c’è la volontà di ripartire: con le canzoni giuste e con grande umiltà. È già molto per un regista che rischiava di bruciarsi a 30 anni appena.

Mektoub, My love: Intermezzo di Abdellatif Kechiche

I capelli al vento, un primissimo piano, le spalle nude che sono la promessa di qualcos’altro: lo riconosci immediatamente il cinema di Kechiche e ogni volta ti sembra più bello. Anche se qui, nell’atto secondo del film-capolavoro che aveva portato a Venezia, porta all’eccesso la dilatazione delle sequenze (quasi tre ore le spende in discoteca, con la musica a palla, il resto in spiaggia…), il linguaggio dei corpi, il gioco di sguardi che non smettono di cercarsi. Resta però l’epopea di una gioventù che fa di questo nuovo Mektoub (a Cannes in versione incompleta) il suo personalissimo Heimat in bikini e hot pants. Un grande affresco esistenziale e sentimentale che il regista franco-tunisino sembra volere spingere un passo sempre più in là (come nella scena di sesso, in tempo reale e ultra esplicita), con vitalissima cinefilia e la nostalgia agrodolce dei suoi e dei nostri 20 anni.

Leggi anche