‘Berlinguer ti voglio bene’: più di 40 anni dopo siamo ancora tutti Cioni Mario | Rolling Stone Italia
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‘Berlinguer ti voglio bene’: più di 40 anni dopo siamo ancora tutti Cioni Mario

Il film di Giuseppe Bertolucci, con un giovane Roberto Benigni, ha il potere di raccontare una storia ancora attuale: una provincia fatta di niente, un luogo ameno in cui «c'ha trombato la miseria e semo rimasti incinta»

‘Berlinguer ti voglio bene’: più di 40 anni dopo siamo ancora tutti Cioni Mario

Il 6 ottobre del 1977 usciva Berlinguer ti voglio bene, un film che non invecchia e continua a fare adepti. Nessuno ha mai raccontato la provincia e la toscanità con tanta spensieratezza e violenza, nessuno ha mai più girato niente di così politicamente scorretto e allo stesso tempo tanto poetico. La commedia di Giuseppe Bertolucci ha il potere di mettere in scena una storia ancora attuale, una provincia fatta di niente, solo di aspettative mancate, un luogo ameno dove le esistenze di tutti sono monotone e uguali, in cui «c’ha trombato la miseria e semo rimasti incinta» come canta il cattivissimo Bozzone (interpretato da Carlo Monni) in uno dei momenti più alti.

Il protagonista del film è un giovane e allampanato Roberto Benigni, che aveva conquistato Giuseppe Bertolucci, fratello di Bernardo, con il monologo Cioni Mario di Gaspare fu Giulia. Si trattava di pura dinamite verbale, turpiloquio, ossessività sessuale e un cinismo tipicamente toscano. Il film è avanguardia, esce un anno prima di Ecce Bombo ma ha un linguaggio a tratti disturbante. Parolacce, bestemmie, immagini sconce, fecero scattare la censura e la pellicola arrivò nelle sale vietata ai minori di diciotto anni. Berlinguer non è un film come gli altri dalle parti di Prato, Montecatini, Altopascio e Capannori. Qui è un piccolo culto. Dopo decenni di toscani stereotipati, di “C” aspirate e battute in fiorentino, finalmente qualcuno gettava luce su una terra boccaccesca, agli antipodi di quella che verrà rappresentata da Pieraccioni e Panariello.

Qui siamo nel regno dei cantieri, delle case del popolo, della civiltà contadina prossima all’estinzione, delle partite a carte e dei vecchi che bestemmiano. Nessuno ha mai più osato tanto. Forse solo Ceccherini si è inserito in quella tradizione, ma si è perso per strada. Il protagonista del film è Mario Cioni, detto Cioni Mario per darsi un tono. Mario è uno spiantato con poche ambizioni se non quella di passare la serata in un cinema porno o andare a contrattare con una prostituta, visto che quando ci prova con le ragazze in discoteca viene trattato come un verme. Giustamente, Mario è repellente! Con quella fisicità sghemba e lo sguardo allucinato sembra il prototipo di una canzone dei CCCP. Non studio non lavoro non guardo la tv, non vado al cinema non faccio sport. Ecco Mario. È sboccato, volgarissimo, privo di morale, ha quell’inquietudine e quel male di vivere, tipica di chi cresce nei luoghi dove il Niente sembra una nebbia che inghiotte tutto. Un Niente in cui il protagonista brancola scortato dai suoi amici, altri perdigiorno manipolatori e sadici, che lo torchiano di continuo.

Il giovane Mario spera che un giorno qualcosa cambi, ma le sue giornate sono tutte uguali. Vive così in prossimità di una cattiveria da tribù, dove vige la legge del più forte. Giusto per capire il livello di malvagità: Bozzone gli “tromberà” la mamma come riscatto per il mancato pagamento di una partita a carte. Una vita ingiusta in cui Mario ha l’illuminazione tipica di quegli anni: ci penserà Berlinguer a salvarci tutti. Un giorno ci sarà la Rivoluzione. Una rivoluzione che per lui e i suoi amici sembra una soluzione a tutti i problemi, talmente stereotipata e illusoria che mai arriverà. Il film è un susseguirsi di scene catartiche: le femministe accusate di non potersi paragonare all’uomo in un dibattito pubblico, il barista alienato che sogna di scappare lontano (a Viterbo!), la mamma di Mario che sogna di darlo in sposa a una zoppa e lui che la prende in giro mostrandole quanto salta bene. Sembra Dostoevskij. È letteratura a tutti gli effetti. Non è la poesia, ma la promessa di una poesia, che rende Berlinguer ti voglio bene ancora così attuale. Quaggiù sono passati quarantadue anni, ma le cose non sono poi così diverse. Siamo ancora tutti Cioni Mario.

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