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Basta con le polemiche su ‘Mignonnes’: le vostre figlie su TikTok fanno di peggio

Conosciuto anche come ‘Cuties’, è il film accusato di pedopornografia che ha fatto perdere 9 miliardi a Netflix. E se invece fosse solo una storia molto verosimile che non sappiamo (o vogliamo) accettare?

Le giovani protagoniste di ‘Mignonnes’ di Maïmouna Doucouré

Non sapevo nulla di Mignonnes (noto negli Stati Uniti come Cuties, da noi malamente tradotto anche con Donne ai primi passi), diretto dalla franco-senegalese Maïmouna Doucouré. Finché non ho intercettato le storie pubblicate una decina di giorni fa da Evan Rachel Wood sul suo profilo Instagram. Wood si scagliava contro Netflix gridando alla pedofilia e alla pedopornografia, invitando i follower a boicottare la piattaforma e a disdire l’abbonamento, tutto per colpa di un film – Mignonnes, per l’appunto – reo di sessualizzare delle ragazzine (o forse dovrei dire delle bambine?) undicenni. Wood, lo ricordo per gli smemorati, è la stessa che aveva interpretato Thirteen – 13 anni, la discesa agli inferi della tredicenne Tracy tra furti, droga, fumo, alcol, sesso promiscuo, bugie, botte, varie ed eventuali: mi sembrava la classica situazione del bue che dà del cornuto all’asino, ma avevo nettamente sottovalutato la portata dell’indignazione generale. Da Instagram sono rimbalzata su Twitter: da lì su centinaia di articoli e post scritti sia in difesa (pochi) che d’accusa (troppi, da parte di esponenti della destra trumpiana e della sinistra democratica e progressista); poi su diverse petizioni su Change.org, che macinano centinaia di migliaia di firme al giorno; infine sulla notizia più recente: a causa di Mignonnes, Netflix ha perso 9 miliardi di dollari in borsa nel giro di ventiquattr’ore.

Trama ridotta all’osso: Aminata detta Amy, undicenne parigina di famiglia senegalese nonché musulmana osservante, sogna di emanciparsi e si unisce a un gruppo di ballerine coetanee (le Mignonnes) che si agitano, sculettano, twerkano e abusano di mossette e faccette, sentendosi delle piccole Nicki Minaj. A scatenare l’offesa – in particolare del pubblico americano – non è stata tanto la storia in sé, quanto la locandina destinata al mercato internazionale, che vede le protagoniste (s)vestite in abitini striminziti e atteggiate in pose «provocanti», insieme alla scena da cui è tratta, un ballo descritto come «inopportunamente sensuale», «allusivo». Alle critiche s’aggiunge la voce secondo la quale, durante i casting, 650 ragazzine hanno dovuto twerkare in reggiseno davanti (pare) a una crew di (presunti) uomini, una situazione giudicata al limite del criminale. Gli offesi ovviamente se la sono presa con Netflix, e nessuno ha avuto l’ardire di tirare in ballo la regista: Maïmouna Doucouré d’altronde è donna (venti punti sulla scala dell’intoccabilità), Maïmouna Doucouré è nera (la scala dei punti è impazzita).

Maïmouna Doucouré, a un certo punto, s’è pure sentita in dovere d’intervenire, di dire no, aspettate un attimo, il problema non è il poster, guardate che combattiamo la stessa battaglia, voi ed io: il mio film denuncia l’iper-sessualizzazione dei bambini che vediamo sui social, mica la esalta, dobbiamo proteggere i nostri figli, è sacrosanto, se però non creiamo un dibattito non andiamo da nessuna parte, non trovate? Ma ormai era tardi, la frittata s’è spiaccicata a terra e io ora non so bene da dove cominciare. Partiamo dalla domanda più importante: Mignonnes è un bel film? Sì. Non a caso, ha vinto il World Cinema Dramatic Directing Award al Sundance Film Festival tenutosi lo scorso febbraio: lì nessuno si scandalizzò e la cosa depone a favore di chi frequenta i festival cinematografici, ma non divaghiamo. Mignonnes rappresenta queste minorenni in maniera morbosa, al limite del pedopornografico? No, mai. Nemmeno la scena del balletto incriminato arriva a quel punto, anzi: sono gli stessi giudici a indignarsi e a storcere il naso, perché la performance delle protagoniste è a metà strada tra il tenero e il ridicolo. Le quattro bambine sul palco imitano passi, gestualità e coreografia di un qualunque video di Elettra Lamborghini o di Cardi B, senza capire fino in fondo che stanno scimmiottando movenze sessuali: non accettano di essere ancora delle bambine, vogliono sembrare “grandi”, nessuno s’è premurato di avvertirle che il risultato – nonostante siano bravissime – è al limite del grottesco.

L’innegabile merito di Mignonnes consiste nel narrare quella che è forse è l’età più infame per una donna: quella degli 11-12 anni, quella delle medie, quella che – da qualsiasi parte ti giri – sei comunque o troppo grande o troppo piccola. La chiamano pubertà, la chiamano preadolescenza, il risultato non cambia: si è dentro un corpo che cambia inaspettatamente e mai come si vorrebbe; ci si infila la maglietta che scopre l’ombelico e gli short cortissimi tenendo sotto le mutande di cotone con i fiorellini; si comincia a provocare i maschi, ma una volta ottenuta la loro attenzione non si sa bene che farsene; ci si atteggia da spavalde navigate senza conoscere niente, senza sapere niente, per prendere le distanze dalle marmocchie che si era (e che in realtà si è tuttora). Le donne – oggi adulte – che l’hanno contestato e demolito forse se ne sono dimenticate, ma sono state anche loro quelle bimbette lì, ognuna di noi è stata una bimbetta così: la differenza è che noi ambivamo a intercettare lo sguardo del belloccio pluribocciato di terza, loro ad avere più follower e like su TikTok. In più, noi non vivevamo nella banlieue parigina – L’odio, Diamante nero, I miserabili, giusto per avere un’idea –, non avevamo famiglie assenti o disfunzionali (non tutte, quantomeno), non rubavamo smartphone e non consideravamo il twerking l’unica via d’uscita per crescere più in fretta e ricevere la considerazione desiderata.

La delizia (e ahinoi pure la croce) del film di Doucouré è duplice: in primo luogo fa a pezzettini il tabù che vuole le ragazzine undici-dodicenni degli esseri assolutamente privi di pulsioni e istinti sessuali. Ebbene, li hanno, sono a uno stato che oserei definire embrionale, ed è inutile voltare le spalle o, peggio, scandalizzarsi: raccontarlo – con una modernità e una delicatezza rare – non coincide con il divulgare materiale pedopornografico o con l’istigare alla pedofilia. Sovrapporre i due concetti ha più a che fare con la nostra incapacità di decodificare una storia, magari perché annebbiati dai nostri personali pudori e disagi interiori, magari perché per comodità preferiamo auto-convincerci che non sia così. E qui arrivo alla seconda delizia-barra-croce: Mignonnes ha messo un numero imprecisato di genitori davanti a una verità difficile da digerire, ossia che le adorate figliolette non sfogliano le Storie della buonanotte per bambine ribelli che sono state regalate loro tra mille cerimonie, ma stanno su TikTok a sculettare imitando Ariana Grande. Non ne faccio una questione di giusto o sbagliato, di buoni contro cattivi: è un dato di fatto, non c’è modo (e nemmeno motivo, credo) di “proteggerle”, non c’è bisogno di proibire alcuni comportamenti (tanto troverebbero comunque la scappatoia per fregarti, esattamente come Amy). C’è, piuttosto, la necessità di prestarvi attenzione, di comprenderli, di confrontarsi e di non trasformarsi in un manipolo di bigotti con fette di prosciutto tagliato spesso sugli occhi. Tanto più che le Mignonnes non sono manco delle ninfette 4.0, non suscitano nessun desiderio erotico, mantengono un candore ingenuo malgrado i vestiti aderenti e cafoni, i lucidalabbra scintillanti e appiccicosi, le crudeltà infantili che s’infliggono a turno.

Non ho una frase univoca e a effetto per concludere il ragionamento: in generale la polemica che è montata – e che sta continuando a montare – mi sembra basata sul nulla, originata più dai timori, dall’ipocrisia e dalle inibizioni del pubblico adulto. È però purtroppo lo specchio (l’ennesimo) del tempo malato in cui ci tocca vivere, che gode nel vedere del marcio ovunque, in Woody Allen, in Roman Polanski, in Via col vento, nel trailer di We Are Who We Are di Luca Guadagnino, in Jodie Foster che interpreta una prostituta adolescente in Taxi Driver, in Amy e nelle Mignonnes. Un tempo malato in cui la gente non sa decodificare più nulla, e che mi lascia con un’unica, laconica certezza: preparatevi, ché ad andare avanti così si salverà solo Peppa Pig.

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