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‘Amazing Grace’, il talento di Aretha Franklin come non lo avevate mai visto

Presentato fuori concorso alla Berlinale, il documentario racconta attraverso immagini indedite il concerto durante cui venne registrato il disco più celebrato della Lady of Soul

Nel 1972 Aretha Franklin aveva raggiunto la vetta delle classifiche con un numero impressionante di singoli, alcuni dischi d’oro e due Grammy. Quando registrò l’album live Amazing Grace in una chiesa di Los Angeles, la sua fama pop aveva quasi superato l’eredità di cantante gospel. Il secondo giorno di registrazione, suo padre (il reverendo C.L. Franklin, che volle fortemente l’evento) invitato sul podio per dire due parole. Raccontò di essersi trovato in un negozio di Detroit qualche tempo prima, e aver visto apparire la figlia in televisione. “Mica male, la mia bambina”, aveva detto a una commessa. Questa aveva replicato: “Sì, ma era meglio quando cantava in chiesa”. “La verità, signori e signore,” concluse il reverendo rivolgendosi al pubblico, “È che Aretha la chiesa non l’ha mai lasciata!”.

Per chi come me è un fervente ateo, leggere queste parole ha poco significato. Vedere l’episodio è tutta un’altra faccenda. È una storia di musica, tecnologia e Hollywood, raccontata nell’eccellente documentario Amazing Grace (di Allan Elliot), che è stato presentato fuori concorso alla Berlinale e filmato durante i due giorni di registrazione pubblica dell’album, il più venduto nella carriera della musicista. Ma perché vediamo queste immagini inedite solo adesso?

Nel 1967 Aretha aveva cambiato etichetta e firmato con l’Atlantic Records, di proprietà della Warner Bros. Il colosso dell’intrattenimento aveva intuito le potenzialità lucrative della documentazione di concerti live in seguito al successo del film Woodstock (17 milioni di dollari al botteghino, 3 milioni di copie vendute del disco). E tra i registi recentemente distribuiti dagli studios c’era Sydney Pollack, fresco di nomination agli Oscar per il suo Non si uccidono così anche i cavalli?.

Pollack fu arruolato per dirigere le riprese e si presentò con cinque cameramen nella chiesa designata per il concerto. Spesso lo vediamo schiacciato in un angolo con in mano la cinepresa, o gesticolare furiosamente ai bordi di un’inquadratura per dirigere l’attenzione dell’operatore verso un pubblico particolarmente scatenato. O Mick Jagger, che si trovava in città per registrare Exile on Main St. Ma la produzione fu sfortunata: non furono utilizzati i ciak per la sincronizzazione del sonoro, che venne registrato a un tempo leggermente più lento delle macchine da presa.

La Warner arrivò ad assumere esperti nella lettura del labiale ma poi abbandonò. Nel 1998 Pollack tentò di riesumare il progetto scrivendo direttamente ad Aretha: “Sono un regista e anche un suo grande fan. (…) Mi sono spesso chiesto che fine aveva fatto il materiale e alcuni mesi fa ho chiamato gli studios per suggerire di riprenderlo in mano. Ho anche assunto una persona per tentare di sincronizzare le diverse tracce, un lavoro enorme dato che le cinque videocamere riprendevano sul momento”.

Queste informazioni sono completamente assenti nel film, che appartiene all’ibrido genere dei documentari sui concerti live, più roba da appassionati di musica che da cinefili. Amazing Grace mette tutti d’accordo.

La chiesa battista New Temple Missionary, dove si tenne il concerto, offre un setting modesto, gremito di sedili reclinabili fin dietro all’altare. Il dipinto di un Gesù (bianco) si staglia sul fondale, insieme a due crocefissi e una bandiera americana, minime decorazioni dello spazio. A riempire il luogo sono prima di tutto le persone: facce, braccia, mani, corpi, grassi e magri, bambini e vecchi – spettatori e fedeli nelle divise sintetiche tipiche degli anni Settanta, tutte ciniglia e collaroni.

Oltre al pubblico, gli animatori dell’evento si alternano sullo schermo grazie all’abile montaggio di Jeff Buchananm (già collaboratore di Spike Jonze e Michel Gondry): i musicisti (la band fedele di Aretha, tra cui si riconoscono il batterista Bernard Purdie e il chitarrista Cornell Dupree), il direttore del coro Alexander Hamilton con il suo Southern California Community Choir e infine il reverendo James Cleveland aka the King of Gospel, che svolge il ruolo di mediatore, pianista e intrattenitore implacabile dell’evento. Hanno rovesciato un bicchier d’acqua su dei cavi? Amen al tecnico che risolve il problema. C’è bisogno di ricominciare una canzone da capo perché qualcuno commette un errore? Amen è la parola chiave. Ma agli occhi di un ateo non c’è nulla di fastidiosamente religioso: è una visione mondana, e lo è in modo estremamente soddisfacente. Non ricordo thriller di qualità che abbia incollato allo schermo più di Amazing Grace e senz’altro è stato l’unico film presentato alla Berlinale dove non ho visto nessun spettatore alzarsi e andarsene via…

Centro focale è però Aretha Franklin, che a differenza del reverendo Cleveland appare timida e in disparte, e non pronuncia alcuna parola se non cantando. Il concerto si apre con Wholy Holy, hit poco prima re-arrangiata da Marvin Gaye in What’s Going On. Aretha è in bianco, con un collare di strass che si riflettono sul collo, forse camouflage per il sudore che le brillerà copioso sul viso per tutta la durata del concerto. I coristi, anche loro in un’uniforme di gilet glitter e guidati dai veementi movimenti del direttore, rappresentano l’intenso contraltare al canto della Lady of Soul, con una partecipazione emotiva spesso al limite delle lacrime.

Quando Aretha intona l’omonima Amazing Grace, picco dell’album, questi saltano sulle sedie, gesticolano e raccolgono invisibili “yes!” dall’aria, come tifosi prossimi alla vittoria in una partita di calcio.

Durante il suo breve intervento, il padre spiega come la cantante sia stata profondamente influenzata dal gospel del reverendo James Cleveland, di Mahalia Jackson e Clara Ward diventando la sintesi di queste tre voci. Questa consapevolezza generosa e intelligente informa l’intero film, rendendo la documentazione visiva di Amazing Grace non solo tributo e testimonianza, ma soprattutto prova evidenza assoluta del talento di un’artista e della comunità che l’ha resa possibile. Amen!

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