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Alice nella città: che bella la ‘manita’ dei film sportivi

Quasi una sottosezione quella delle opere dedicate a sci, nuoto, calcio, free climbing. Che spesso diventano (pre)testo di una metafora del mondo attuale

Noée Abita in 'Slalom' di Charlène Favier.

Anno 2020, finisce un festival a ridosso di un Dpcm che chiude i cinema e i festival, poche ore dopo che una rassegna ha chiuso i battenti avendo portato quest’arte a Roma con tante declinazioni diverse. E in questi mesi così difficili, Alice nella città, scegliendo la strada più difficile e motivante – quella del ribadire l’identità facendo squadra con il sistema cinema (da Cannes a Venezia), invece di inseguire i soliti egoismi festivalieri –, ha avuto un ruolo fondamentale, con iniziative importanti nei mesi scorsi e con una selezione eccellente durante la Festa del cinema. Merito del lavoro straordinario, ormai da anni, di Fabia Bettini e Gianluca Giannelli, del loro team, di risultati di grande qualità. Come dimostra, ad esempio, quel pokerissimo di film che hanno lo sport come motore, centro creativo e di formazione, quasi una sezione nella sezione. E in effetti Alice nella città ha costruito il programma quest’anno con una serie di preziosi cerchi concentrici, dalla riflessione sui rapporti umani e gli errori che li minano, dall’indagine individuale su se stessi a quella sul corpo in trasformazione, passando per il racconto delle identità e delle terre in cui si radicano. E a radunarle tutte, probabilmente, troviamo questi cinque film che costruiscono un racconto strutturato e complesso, sensibile e avvincente.

A partire dal più bello, Slalom, esordio folgorante di Charlène Favier. Noée Abita è Lyz, un carisma scenico straordinario e talento purissimo, capace di prendersi un film sulle spalle in tutta la sua complessità, dall’ambizione olimpica che ne erode adolescenza e innocenza fino al rapporto, quasi alla Whiplash, con il maestro, al contempo pungolo e repressore massimo, passando per quel corpo che insieme al cuore cambia, fa paura, esce fuori dalla comprensione di chi è abituato, in un’età in cui non è giusto farlo, a tenere tutto, troppo sotto controllo. Slalom è il racconto di una sciatrice, lanciata sulla pista ripida della vita, che evita i paletti non avendo paura di andarci coraggiosamente contro, di chi con adulta purezza insegue un sogno e sa come raggiungerlo, ma non sa quanto le costerà. Con i suoi ostacoli che vengono abbattuti e tornano su, ogni volta, appunto, come nello slalom, disciplina affascinante, elegante, dura, tecnica, estenuante, come la vita di Lyz. Favier la indaga come fa Kechiche con corpi e sentimenti, con una macchina da presa che pressa, invade la protagonista, ce ne restituisce respiri, fatica, emotività, dolore, potenza. Lascia fuori campo quasi tutto, ma basta un gesto a farti sentire addosso ogni momento, ogni rivoluzione. Quel corpo viene accarezzato quasi con violenza da una regia che pur non essendo morbosa, è implacabile.

Come lo è Tigers, nel rivelarci la storia vera di un ragazzo, Martin Bengtsson, promessa del calcio, portato nel vivaio dell’Inter e, nel momento in cui doveva sbocciare come uomo e campione, annegato nella spirale di malattia mentale e droghe, cannibalizzato da un sistema cinico e da una fragilità chiusa dentro un corpo bugiardo, un sedicenne volontaria vittima che si offre al carnefice, perché vuole, deve farcela. Lyz e Martin, tra finzione e realtà, ci raccontano del sacrificio, delle rinunce, dell’altare di ambizione e denaro a cui consacrano la vita e in un attimo sci e calcio diventano (pre)testo di una metafora del mondo attuale, di cui lo sport come sempre è lente d’ingrandimento e al contempo di indagine microscopica, emblema e simbolo ma anche epico ed etico percorso di (tras)formazione. Il regista Ronnie Sandahl è bravissimo a ritrarre questo campione in provetta, questo ragazzo interrotto e imprigionato dal suo sogno, il non mondo in cui viene rinchiuso dalla società, l’ossessiva metodicità che diventa progressivamente autolesionismo, incapacità di rimanere in equilibrio dentro una vita assurda, che non ammette distrazioni perché è una performance costante (e che bravo Maurizio Lombardi a incarnare la follia di questa bolla assurda e feroce).

Festini con alcol e droghe vengono evocati, e non solo, anche in Nadia, Butterfly, neve e erba lasciano spazio all’acqua, a una ragazza che a soli 20 anni non insegue un sogno, ma è di fronte alla decisione, personale, privata, sofferta di uscirne. E grazie al regista Pascal Plante, ex nuotatore professionista, riesci ad entrare nella testa, nelle braccia, nelle sensazioni di chi affida a un elemento accogliente e durissimo da domare come l’acqua la vita, i desideri, la voglia di superarsi. Solo chi ha fatto sport agonistico, anzi solo chi ha nuotato e sfidato se stesso può capire Nadia, ma la forza del film è il saper immergere lo spettatore dentro quel tritacarne che sa essere una disciplina così dura e difficile ad alti livelli, che pretende più di ciò che dà, che affida a pochi secondi, a qualche minuto anni e migliaia di ore di allenamento. Nadia alle Olimpiadi ci è arrivata, ha percorso ombre e luci della vita di campionessa e ora ci fa sentire addosso quel momento cruciale, doloroso che nessuno sportivo vorrebbe affrontare ma che allo stesso tempo troppi vivono come una liberazione. Grazie a questo film capiamo perché, riappropriarsi di sé è un bene più grande di qualsiasi medaglia, di ogni vittoria. E la capacità dell’opera di raccontarci ogni contraddizione, ogni spettro emotivo, tutti i dettagli di ciò che vive Nadia è racchiusa in una sceneggiatura di ferro, in un’attrice incredibile (Katerine Savard) e in una colonna sonora di rara forza.

Non dimentichiamoci anche due documentari che hanno brillato nel firmamento di Alice nella città. Il primo è Climbing Iran, la storia di Nasim Eshqi, mani affusolate e forti decorate da uno smalto rosa, unica iraniana free climber, ritratta nella sua battaglia di sport, emancipazione e femminilità da Francesca Borghetti. Una rivoluzionaria che nel silenzio di una parete rocciosa urla muta il suo no ai divieti assurdi di un Paese che le rende difficile anche allenarsi o insegnare ad altri a superare i propri limiti.

Roberto Salinas insieme alla co-autrice Laura Domingo Agüero invece ci racconta in Cuban Dancer di Alexis Valdes, Billy Elliot cubano, adolescente che vive il momento cruciale della sua carriera di ballerino trasferendosi da Cuba alla Florida, scontrandosi con un mondo del ballo, quello americano, diverso quasi quanto il modello educativo da cui proviene. Storia di riscatto e di abnegazione quella di Alexis, figlio di tassista che diventa étoile, narrata con altrettanta devozione ed empatia da due autori che vi hanno speso cinque anni e 250 ore di girato. E tornando al discorso sulle identità, potentissimo in questo Alice nella città 2020, è così bello ed emozionante e vero sentire questo ragazzo affermare con orgoglio “sono un ballerino cubano”. Perché se è vero che puoi e devi ballare ovunque, è vero che il giovane Valdes è connotato tanto da ciò che fa (non come il campioncino di Tigers, che si nasconde dietro l’essere calciatore, invece di farne una fonte vitale) quanto da dove proviene. Cinque tappe di un racconto indimenticabile. Come tanti momenti di questa sezione, quest’anno.