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Abbiamo visto ‘Elvis’ di Baz Luhrmann: il re è vivo, viva il re!

Rutilante e immaginifico, ricchissimo e sfavillante: più che un biopic, un film strabordante sulla ‘rivoluzione Presley’. Con una colonna sonora (Måneskin inclusi) strepitosa e un protagonista (Austin Butler) da Oscar

Austin Butler e Tom Hanks in ‘Elvis’ di Baz Luhrmann

Foto: Warner Bros.

Il re è vivo, viva il re. Piccola provocazione: questo film li avrebbe messi d’accordo. Probabilmente sarebbe piaciuto a entrambi: a uno, Elvis, il dio del rock, perché tocca con mano la sofferenza del mito e la solitudine della leggenda, ma celebra anche la potenza dell’ispirazione, il conseguente choc culturale; all’altro, il colonnello Parker, il manager padre-padrone che ghigna nel controcampo del villain, perché sarebbe rimasto estasiato dal senso (bigger than life) dello spettacolo di un australiano bizzarro e generoso che conosce come nessuno (americani inclusi) le regole – sacre – dell’intrattenimento.

Rutilante e immaginifico, ricchissimo e sfavillante, l’Elvis di Baz Luhrmann, una cadillac rosa con il motore di una Ferrari: più che un biopic, un film strabordante sulla “rivoluzione Presley”. Il cantante, certo. La star, ovviamente. Ma più di tutto il ragazzo (perduto) capace di imprimere una svolta decisiva alla morale, al cambiamento dei costumi, alla libertà sessuale, persino (lui cresciuto tra i neri e con la loro musica) all’integrazione razziale. Elvis come fenomeno di massa, ultimo baluardo – mentre cadevano uno dopo l’altro il reverendo King e Bobby Kennedy – del cambiamento.

Verità o finzione? Più di tutto, fortissimamente, cinema: forte di un montaggio impavido e insostenibile (se c’è una sequenza che dura più di 5 secondi è tanto…), il film (puntellato di una colonna sonora di guest star, tra cui i Måneskin) assomiglia a Elvis nella sua sovrabbondanza, nel suo darsi, anche spericolatamente, al pubblico, alla gente: e allora split screen, graphic novel, ralenti, fermi immagini, materiale d’epoca, scritte, sovrapposizioni.

Ben lungi dal lesinare, a Luhrmann non interessa la sottrazione (oibò) ma il big show: la prima parte è bellissima, frutto di un’energia spavalda, tutta “cut, cut, cut!”; invece la seconda, quella declinante, sembra più ripiegata su sé stessa, ma non per questo meno incisiva (i momenti musicali sono straordinari, trascinanti o struggenti a seconda del momento).

Luhrmann punta a fare della storia di Elvis, breve (morì che aveva solo 42 anni) ed eterna, un grande racconto americano e ha un’idea vincente nel fare a assurgere a io narrante il personaggio dell’antagonista, quel colonnello Parker (che non era né colonnello né tanto meno si chiamava Parker…) che si accorse tra i primi dell’enorme potenziale del cantante e che ne sfruttò il talento fino all’ultima goccia a proprio, personale, vantaggio.

Un dualismo, quello tra Elvis e il suo manager, che il regista australiano trasforma quasi in un rapporto padre-figlio e, col passare del tempo, carnefice-vittima. Un incontro-scontro su cui il film vive la sua parte più squisitamente narrativa (e meno “showbiz”, di palco e di pancia), consegnando alla star il ruolo del cattivo (il “buono” Tom Hanks che qui, truccato pesantemente, mostra lo sguardo dell’avidità) e al beginner – un clamoroso Austin Butler, autore di una performance notevolissima anche dal punto fisico – quella del protagonista. Se c’è giustizia, la nomination all’Oscar non gliela toglie nessuno.