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30 anni di ‘Mamma, ho perso l’aereo’: si stava meglio quando i nostri genitori si dimenticavano di noi

Il cult con Macaulay Culkin oggi forse non lo produrrebbe nessuno. Erano tutti troppo ricchi e troppo stronzi: sia i bambini sia le famiglie che lasciavano i figli a casa. Viaggiando (white privilege!) in business class

Macaulay Culkin in ‘Mamma, ho perso l’aereo’ (1990)

«Ehi ragazzi, volete sentirvi vecchi? Compio quarant’anni. Non c’è di che». Lo scriveva su Twitter Macaulay Culkin lo scorso 26 agosto, e ora, come se non bastasse, a ricordarci la nostra anzianità arrivano pure i trent’anni del film che lo rese il biondino più famoso del pianeta. Mamma, ho perso l’aereo uscì nelle sale statunitensi il 16 novembre 1990 – due mesi dopo in Italia – diretto da Chris Columbus (Mrs. Doubtfire, Nemiche amiche, i primi due Harry Potter) e scritto da John Hughes (The Breakfast Club, e poi i vari Beethoven, Baby Birba, Dennis la Minaccia). A fronte di un budget di 18 milioni di dollari, avrebbe sbaragliato ogni record diventando la commedia live action con l’incasso maggiore di sempre, almeno fino all’uscita di Una notte da leoni 2 nel 2011. Sembrava che non ci saremmo più liberati della faccetta da tenera canaglia di Culkin, che invece – archiviato il prevedibile sequel Mamma, ho riperso l’aereo: mi sono smarrito a New York – ci avrebbe ribadito un noto adagio: imbroccare un titolo di successo da piccoli e diventare di colpo una macchina macina-soldi può rivelarsi più una croce che una delizia. Questa però è una storia diversa, torniamo al film.

Sono passati trent’anni, per l’appunto, che paiono ere geologiche. Da un lato, Mamma, ho perso l’aereo tenne a battesimo un fortunato filone, le commedie con protagonisti bambini pestiferi e combina guai che fanno dannare gli adulti, esauritosi (fortunatamente?) in maniera abbastanza rapida. Eravamo un po’ più scemi, obietterebbe qualcuno, io magari propenderei per più leggeri, ricchi e spendaccioni. Parliamo del periodo a cavallo tra la fine degli ’80 e l’inizio dei ’90, e non c’è bisogno di un manuale sociologico per constatare sia che benessere economico e spensieratezza vanno spesso a braccetto sia che, dall’ultima volta che sono stati visti insieme, noi e Macaulay Culkin siamo parecchio invecchiati.

Dall’altro, il film dipinse con estrema precisone, senza peccare di eccessive sofisticazioni, un’epoca in cui era ancora legittimo essere stronzi. I fratelli e le sorelle più grandi trattavano Kevin come un povero minorato, lo stesso Kevin desiderava la completa estinzione dei parenti (un pensiero che sfiora qualunque essere umano dotato di senno sotto Natale), i genitori ne avevano talmente piene le scatole della mandria di figli e nipoti da dimenticarsene uno a casa. Visti i presupposti, il film oggi sarebbe improducibile, mentre allora nessuno gridò allo scandalo. Anzi, tutto era molto, molto normale.

Partendo dai McCallister, che contavano una cosa come cinque figli; una casa a Chicago sufficientemente grande non solo per ospitare l’intera prole, ma anche zii e cugini; la possibilità di portare l’allegra e chiassosa ciurma a Parigi per le vacanze, in alta stagione. Le compagnie low cost non esistevano nemmeno nei brutti sogni, e i McCallister adulti – incarnando il cliché ormai perduto delle vacanze natalizie medio-borghesi trascorse rigorosamente all’estero – sceglievano di viaggiare in prima classe, lasciando i minorenni in economica. I McCallister, insomma, non avevano paura d’ammettere che i figli, a qualsiasi età, sono carini, piezz’ ‘e core, una ragione sufficiente per stare al mondo e via discorrendo, ma alla lunga rompono pure le balle.

E talvolta le rompono talmente da rendere legittima la scelta di liberarsene per un po’, vuoi stipandoli in seconda classe mentre mamma e papà volano bevendo champagnini, vuoi scordando il più lamentoso di loro in mansarda. Provo a immaginare chi potrebbe ritenersi offeso, di questi tempi bislacchi, da una trama simile: sul podio, le madri dolenti di tipo A, che condannerebbero Kate McCallister alla forca social(e) in quanto genitrice snaturata che ha osato trascurare la propria progenie. Poi ci sarebbero le madri dolenti di tipo B, quelle «E la responsabilità del padre dove la mettiamo? Patriarcato!». Infine, gli ex ragazzini che, per via del bullisimo subìto in famiglia, devono pagare profumatamente un terapeuta che li aiuti a superare la montagna di fragilità accumulate. Tratto comune del trittico, la tendenza a prendersela per le idiozie e a deviare verso l’inferno le vie lastricate di buone intenzioni: come osate dimostrare così poca attenzione verso di me e la categoria che rappresento? Non vi vergognate?

Mi manca, la fine del secolo scorso, la rimpiango come non mai per tutta una serie di ragioni – culturali, politiche, attitudinali – ma più di ogni altra rimpiango l’assenza di quella paura di offendere che sta lentamente intaccando ogni cosa che leggiamo, guardiamo, ascoltiamo. Mamma, ho perso l’aereo è un esempio al limite, è vero, ma se siamo arrivati a demonizzare una locandina che «sessualizza le adolescenti», cosa ci impedirebbe, oggi, di piantare un casino per quella con un ragazzetto «a casa da solo» che urla spaventato e due loschi figuri sulla cinquantina che lo osservano alle sue spalle? Vorrei essere sicura di stare esagerando, ma la sensazione di muoversi lungo un campo di mine pronte a esplodere a una parola male interpretata, a una frase travisata, a una foto fraintesa, è concreto e reale come il sogno di Kevin McCallister di disfarsi della propria famiglia.

Qui lo scrivo e qui lo confermo: ebbene sì, stavamo meglio quando i nostri genitori si tenevano stretti il posto in business e si dimenticavano di noi. Quando essere un po’ stronzi, un po’ leggeri, un po’ egoisti, un po’ ricchi non era perseguibile dalla legge di internet. Che poi, negli anni ’90, si stava belli comodi pure in economica, perché mai lagnarsi?