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Oggi Dostoevskij sarebbe un hater: le ‘Memorie dal sottosuolo’ sono affiorate sugli schermi

Se il libro di Dostoevskij è un capolavoro capace di rivelare il lato oscuro dell’uomo qualunque, allora i social network ne sono la versione collettiva, le “Memorie dello schermo” di migliaia di hater senza volto

Fedor Dostojevský, di Jan Vilìmek. Immagine via Wiki

Memorie dal sottosuolo di Fëdor Dostoevskij comincia così: “Io sono un uomo malato… astioso. Sono un uomo malvagio. Credo di essere malato di fegato. (…) No no, io non voglio curarmi per rabbia. Questo voi, certamente, non lo capirete. Be’, io invece lo capisco. Naturalmente non sono in grado di spiegarvi a chi precisamente la farò pagare, in questo caso, la mia rabbia”. E va avanti con questo tono per 120 pagine.

Poveraccio, per sfogarla, la sua rabbia, il protagonista doveva urtare ufficiali sui marciapiedi, guastare cene di sconosciuti, offendere prostitute, rimuginare per giorni nella sua stanzetta. Oggi invece è così semplice sfogarla, la rabbia, che quel tizio, da uomo del sottosuolo, sarebbe diventato un superficialissimo hater professionista. Ora è anche evidente a chi farla pagare, la rabbia: a chi ce l’ha fatta, cioè a chi ha milioni di seguaci. Il libro di Dostoevskij è considerato un capolavoro, capace di rivelare le inconfessabili pulsioni dell’uomo qualunque, il lato oscuro del piccolo borghese. I social network raccolgono migliaia di passi altrettanto potenti e rivelatori, un Memorie dallo schermo come opera collettiva. Ed ecco quindi il manifesto di questo genio plurimo e senza volto:

“Mai nessuno che scandagli la profondità della nostra di bile, che azzardi un passo nella melma della nostra testa, che guardi in faccia la nostra disperazione così logica. Certo che sono un vigliacco. Non mi offendo, io. È una realtà. C’è chi è strabico, chi ha i piedi a papera, chi ha il fiato cattivo, e chi è vigliacco. Io sono un vigliacco e non posso farci nulla. Anzi, se dici a uno, tu sei strabico!, ti danno subito del maleducato, del razzista. Se, invece, danno a te del vigliacco, allora quello sbagliato sei tu, sei tu il difettoso. Bene, cari signori Lovers (perché allora è questo che siete, voi, giusto?, dei lovers), sono stanco del vostro razzismo.

Io odio perché ho una moglie grassa e insopportabile, perché il mio capo usa “affatto” come negazione eppure è il mio capo, perché alle elementari volevo fare l’inventore come Archimede Pitagorico e invece faccio il revisore contabile, perché nella mia città i cinema sono diventati multisala, perché avrò una pensione ridicola. Io odio quelli dello spettacolo, i cantanti, gli influencer, i conduttori. Li odio perché appena pronunci il loro nome col fruttivendolo quello alza la testa di scatto, mentre io devo ripresentarmi tutte le volte con un sacco di gente che già dovrebbe conoscermi. “In realtà ci eravamo già presentati”, mi rigiro il cappello tra le mani, “ah, certo, Lei non si ricorda di me”.

Fermate un passante, chiedetegli: “Lei preferirebbe che venisse ucciso Robert De Niro o Pinco Pallino?”. Vi risponderanno sempre Pinco Pallino. E Pinco Pallino sono io. Come si fa, vi chiedo, a sopportare una cosa del genere? E io dovrei considerare comunque gli uomini come miei fratelli. Bei fratelli! Loro, che mi lascerebbero morire per salvare Robert De Niro. No, signori, non potete chiedermi una cosa del genere, io invece li detesto, gli uomini, e desidero che tutti voi lo sappiate.

È bello, immagino, sapere che la gente vorrebbe essere te. Tu sei famoso, mettiamo. Ecco, quando rigiri la testa sul cuscino, nel buio, e fatichi a valutare la tua vita, pensi “be’, in fondo, la vorrebbero vivere in tanti, la mia vita, quindi non sarà poi così male”. E finalmente ti addormenti. La mia vita invece non solo non vorrebbe viverla nessuno ma, a parte pochissime decine di persone, la stragrande maggioranza dell’umanità non sa nemmeno che da qualche parte ci sia, la mia vita. Conclusione: mi rigiro nel letto per ore e ore e non c’è verso di capire che razza di vita sia, la mia. Quanto io sia davvero sfortunato, quanto invece potrebbe andarmi perfino peggio.

Addirittura mia moglie preferirebbe andare a letto con un attore che con me. A letto con l’attore ci vorrebbero andare un sacco di donne, ed è questo che eccita pure mia moglie. L’attore è un boccone conteso, mentre io sono stato sputato dalla sorte sul marciapiedi dell’anonimato. Chi raccoglierebbe mai un tozzo di pane dal marciapiedi? Fateci caso: si accoppiano tra di loro (questa è l’unica consolazione che ho quando guardo mia moglie, il suo doppio mento sconosciuto alla massa è la mia vendetta: è condannata a me), propagano una stirpe eletta. Noi e loro, fino alla fine dei tempi.

Ma, dicevamo, sono un vigliacco. Non ho mai minacciato di morte nessuno, non ho mai augurato esplicitamente tragedie. Le ho immaginate, certo, eccome. Uffici bruciare, auto ribaltarsi per strada, lampadari crollare sulle teste, raffiche di mitra al ristorante. Ma, per paura di ritorsioni legali, sui social ho solo offeso, sputato, disprezzato, fatto pernacchie digitali, mostrato linguacce di pixel, dato schiaffi col tasto invio.

E cosa dovrei fare, signori, tirare le uova a un concerto? Poi me la pagate voi la multa? Mi portate voi le arance in galera? Che dovrei fare, imbucarmi alle conferenze stampa dei film (dove ovviamente non mi invitano) e gridare: “Caro signore, per me lei è un perfetto imbecille! La invidio, ma lei è uno scemo!”

No, miei cari lovers, non mi farete uscire allo scoperto pungendo il mio orgoglio, non mi fregherete così. Io me ne sto bello comodo dietro il mio computer, al sicuro, al calduccio. E, quando mia moglie se ne va a russare: per qualche minuto, sono potente. Sono allo stesso livello di chi mi schiaccia per le restanti 17 ore e cinquanta minuti di veglia. Internet è il Grande Livellatore, il Robin Hood Cibernetico, il Messia degli sfigati, il Redentore delle Frustrazioni, il Giustiziere di quell’altro Dio: quello che ha messo loro sopra, e noi sotto. Consolazione di chi perderà sempre, carezza elettromagnetica per i falliti dell’universo.

Contate gli attimi di felicità e soddisfazione di un attore famoso, di una rock star. E ora contate i miei. La prima sorsata di acqua dopo la corsa al parco. Il momento in cui scopro chi è l’assassino prima che il regista me l’abbia mostrato. Quella volta al mese in cui mia moglie si fa la ceretta e le tocco una gamba ed è liscia. La pacca sulla spalla del mio capo quando se non risolvo io un problema non glielo risolve nessuno. L’unico, infimo, vigliacco e meraviglioso barlume di giustizia io lo trovo odiando con i tasti. E, a differenza loro, io me ne infischio del disprezzo”.

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