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Odiamo i genitori perché invecchiano

Ci hanno sempre fatto credere di essere onnipotenti, infallibili. Invece gli anni passano, e loro diventano più deboli, addirittura si ammalano. Come si permettono?

Foto: IPA

Che bello quando ci prendevano a sberle, quando sentivamo sulla nostra guancia la potenza di un’autorità a conoscenza del bene e del male. Che bello quando il male faceva male, lì, sulla pelle, e tu non potevi non riconoscerlo. Proprio perché lo riconoscevi provavi tanto piacere a dire che il biscotto non l’avevi mangiato tu, a nascondere un guanto. Ora chi lo sa dov’è il giusto, dov’è l’errore. Le scelte dei nostri genitori li hanno portati a seccarsi, comunque, ad ammalarsi, a ingrigirsi, ad arrancare per le vie di un pianeta divenuto estraneo e sdrucciolevole. Finisce lì tutto il bene che ci hanno insegnato, tutto il bene del mondo?

Che bello quando parlavano di cose da grandi con i loro amici, attorno a tavoli giganteschi e pieni di cibi col sapore da grandi, e non ci davano retta perché quelle cose noi non le potevamo capire: ora elemosinano i nostri secondi di conversazione a bocca piena, le emoticon che basta un colpo di pollice e li abbiamo liquidati, gli echi delle nostre vite, così distanti, così virtuali, così inglesi, così tronche. Vite che adesso sono i genitori che faticano a capire, e allora tu a spiegargli, tra uno sbuffo e un’email con la chiamata in vivavoce, cos’è questo locale e cos’è quest’app, dov’è questa città e chi è questo tizio famoso, cos’è questo lavoro. Se neanche lo capiscono, il nostro mondo, come possono consigliarci su come abitarlo?

E quindi, dal momento che loro sono le uniche persone a cui sia mai importato veramente di noi – veramente vuol dire: più della loro stessa vita – chi mai potrà consigliarci, nell’intero universo conosciuto? L’amico che poi parte per un impiego a Hong Kong e vi sentite ogni due mesi su WeChat, la fidanzata che ti tradisce o ti vuole trasformare in tizio adatto a essere tradito, il capo che a pranzo sbaglia il tuo nome, lo psicologo che incassa i soldi allo scoccare del sessantesimo secondo del cinquantanovesimo minuto, il panettiere che ha sempre voglia di parlare?

Eccoci qui, soli. Sono stati loro a lasciarci soli, si sono fatti aggredire da batteri e virus, vincere da radicali liberi e cellule impazzite. Loro che si erano finti invincibili: passerà, dicevano, tutto si aggiusterà, dicevano, dicevano non avere paura, dicevano il buio non è cattivo, amore, anzi, nel buio ti puoi nascondere. E allora adesso nascondetevi pure, nel vostro caro buio, ci siete a un passo, state per raggomitolarvici dentro per sempre.

A ogni chiamata la risposta ti torna indietro un millesimo di secondo più tardi rispetto alla chiamata precedente, e tu hai sviluppato un senso acutissimo per valutare il rallentamento delle loro risposte, hai un cronometro olimpionico ficcato dentro al timpano. A ogni ritorno a casa la loro schiena si fa più curva, e ormai tu hai una livella che ti attraversa la palpebra. Accanto al loro piatto, blister e flaconi si moltiplicano di anno in anno, le pillole si riproducono come conigli d’allevamento, ovali rosa, sfere gialle, tavolette bianche. Gli chiedi com’è andato l’esame, la gastroscopia, la lastra, il prelievo. E quasi non ascolti le loro risposte. C’è troppo da fare, qui dove stiamo noi, troppe email da inviare, troppi surgelati da comprare, troppi rubinetti da riparare, troppe chat da seguire. E in fondo il loro è solo uno scherzo, è un gioco, ancora un gioco, come una volta. Anche se fanno la voce cavernosa e gli occhi cattivi, non sono mica il mostro, non sono mica l’orco. Anche se fanno la voce graffiata, tremare le mani, poi mica muoiono sul serio. Ti pare che esista un mondo tanto assurdo? Loro? Morti? Che fesseria. Aspetta che l’avvocato mi chiede un riscontro asap.

Davvero non te lo ricordi? Ma te l’ho detto ieri, cazzo – ora che possiamo usare le parolacce impunemente, quanto vorremmo che ce lo vietassero, che non fossero invece loro a scusarsi, che non si sentissero in colpa per le proprie dimenticanze. E noi a ricostruirgli davanti, ogni volta, le nostre vite pezzo per pezzo, parola per parola, nome per nome, anglicismo per anglicismo. Oh issa. E, quando sembra che finalmente ne abbiano colto la figura complessiva, che vedano la nostra esistenza così bene da poterla disegnare, ecco che si cancella un tratto, che frana un cognome, che scompare un’informazione per noi importantissima (fino al giorno successivo). Ma che cazzo state facendo, invecchiando? Siete impazziti? Come vi permettete, proprio voi due, di invecchiare?

Dev’essere il loro ultimo insegnamento, dev’essere così. Vogliono giusto dimostrarci che pure loro hanno mangiato i biscotti di nascosto. Che hanno mandato a fanculo la sorella, scopato la segretaria, evaso qualche tassa, dimenticato gli amici. Ecco il perché di questa punizione, di questa maledizione. Le rughe attorno alla bocca, le macchioline scure sulle mani, le quattro pisciate a nottata, i vestiti più comodi, di chi non ha più voglia di farsi guardare, di chi si prepara a restare coricato. A noi andate bene anche così, di carne. Con la prostata – oggi ingrossata. Con le mammelle – oggi cadenti. Con l’uccello – che oggi non tira più. Con la vagina – che oggi non sanguina più. Ci andate bene così, umani, essenzialmente in decomposizione. Fermatevi, smettete di invecchiare, la lezione l’abbiamo capita, non meriteremo una sberla mai più, faremo i compiti, diremo la verità.

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