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Non solo il sesso, sul lavoro va proibita anche l’amicizia

Se il diritto supremo dei lavoratori è quello di rendere al massimo e senza condizionamenti, allora bisogna estirpare il male alla radice. Quel male ha un nome: umanità.

Il nostro mondo, per 8 ore al giorno e per 5 giorni a settimana, coincide per lo più con l’ambiente lavorativo. Il modo in cui i colleghi rispondono al telefono, buttano una cartaccia, reagiscono a una ramanzina di un superiore o a un errore di un sottoposto, il modo in cui salutano e sorridono e addentano un panino…tutto ciò ci rivela – o almeno così crediamo – la personalità che abita quei corpi incravattati. Corpi così vicini che allungando una mano potremmo toccarli. Con i colleghi non tiriamo a indovinare come capita con i passanti per strada: i loro gesti reiterati e le parole ripetute diventano puntini che colleghiamo per ottenere una figura complessiva. Di cui a volte ci innamoriamo. E in effetti il 65% degli intervistati da un sondaggio internazionale del Guardian ha avuto una relazione in ufficio, e il 30% si è addirittura sposato con un collega. Guai a loro!

Steve Easterbrook, ceo di McDonalds, 52 anni, è stato costretto a dimettersi per la relazione con una dipendente del gruppo. Una relazione consenziente ma, per politica societaria, in ogni caso vietata. Sacrosanto. L’amore sul lavoro non potrà che essere impuro. Non si riusciranno a separare con nettezza (come invece, è appurato, avviene sempre e comunque fuori dagli uffici) l’interesse dal sentimento, l’istinto dalla strategia, l’affetto dal calcolo, l’ascendente dalla sopraffazione, “mi piaci” da “mi convieni”, “sei attraente” da “sei potente”. Per non parlare degli inevitabili favoritismi. Come non avvantaggiare, anche in buona fede, chi ha condiviso con noi la malinconia di una domenica di pioggia e la pace di una serata sul divano, la pesantezza di un silenzio sul materasso e la leggerezza di una risata senza perché?

Regolamentare soltanto le relazioni erotiche è però una scelta del tutto arbitraria. Perché le sfumature dei sentimenti umani sono infinite. Il senso di protezione e la solidarietà, la stima e la simpatia, la compassione e la complicità, l’attrazione e la fiducia. In ogni rapporto – sia parentale, affettivo, amoroso o amicale – gli ingredienti sono amalgamati in proporzione variabile e impossibile da stabilire a priori.

Online non troverete nessuna ricetta di Giallo Zafferano per lo sformato d’amore, ammirazione q.b.. I matrimoni durano poco, il bene si tramuta in odio dalla sera alla mattina, la passione cangia in mutuo soccorso, gli studi degli psicologi sono affollati da coppie confuse. Non è raro sentire: “l’amore va e viene, l’amicizia dura per sempre”. Sul serio, nel 2019, mentre da primati frugivori ci trasformiamo in account digitali, mentre le tendenze sessuali si moltiplicano per il numero totale degli individui viventi, siamo ancora così legati alla penetrazione? Infilare un fallo o qualche altro corpo vagamente cilindrico in un orifizio anatomico. Ecco tutto. È ancora così dirimente un atto tanto limitato e anacronistico? Possiamo mantenerlo come sommo criterio di valutazione per circoscrivere gli illeciti?

La verità è che l’amicizia, così come ogni rapporto che vada al di là delle necessità strettamente professionali, comporta tutte le complicanze e le ambiguità delle relazioni sentimentali. Un eterosessuale sarà portato ad apprezzare la battuta di un superiore del suo stesso genere più di quanto apprezzerebbe quella di un proprio parigrado. Il prestigio di un capo brillante renderà una colazione in sua compagnia un traguardo per i sottoposti. Una sua confidenza li lusingherà. Un suo invito a cena darà senso a un’intera giornata. Se da tutto ciò nascerà un’amicizia, come potremo separare il sentimento dalla convenienza, il potere aziendale dal carisma extraprofessionale? Le emozioni saranno estorte dal cartellino che il boss porta appuntato alla giacca, l’affinità lubrificata dalla targhetta sulla sua scrivania.

Proibendo soltanto l’amore, fingiamo di scordarci che i clientelarismi hanno a che fare con una vasta gamma di rapporti. In un colloquio, per esempio, si può favorire un vicino di casa e un cugino, il figlio del salumiere o di un pubblico ufficiale, un compagno di danza o di calcio. In generale si privilegiano soprattutto gli amici, che di solito sono più numerosi dei fidanzati. Ovunque i legami dipendano da parametri che esulano dalla produttività, l’efficienza e la correttezza sono in pericolo.

La rete Nbc, dopo che il conduttore Matt Lauer è stato accusato di comportamenti impropri dalle colleghe, ha cominciato a valutare la qualità degli abbracci: devono essere rapidi, asettici, e poi l’abbracciante si deve allontanare subito di qualche passo. Oplà! Ottimo. Ma che dire delle strette di mano? Non basta una più intensa pressione dei polpastrelli per comunicare complicità? E che dire degli sguardi? Non sappiamo tutti che l’indugiare di una pupilla, anche per pochi decimi di secondo, può rivelare moltissimo? Per fortuna, presto la tecnologia ci consentirà di impiantare sensori negli occhi e nei palmi dei dipendenti, per proteggerli dagli abusi.

Per ora possiamo al massimo sorvegliare le comunicazioni digitali. Il dossier contro Easterbrook è stato presentato a McDonalds dall’associazione 15$. Avrà documentato la corrispondenza tra manager e impiegata? Un “ti penso” può averli fregati. Magari è bastato un “sei stupenda”, o un “stasera…” seguito dall’emoticon della fiammella. Ma non sarebbero altrettanto compromettenti messaggi d’amicizia? “Ti voglio bene”, “sei simpatico”, “ieri sera…” seguito dall’emoticon della risata che lacrima. Per essere certi del buon funzionamento aziendale dovremmo consentire solo e soltanto gli scambi inerenti alle pratiche lavorative: “un file di Excel sontuoso”, “che bel calcolo!”, “il nuovo software mi piace moltissimo”, “felice produttività a lei, caro collega”.

Forse è l’essere umano tout court a rivelarsi sempre di più come un pessimo lavoratore. Con la sua pretesa di interferire con gesti antieconomici nella catena di montaggio aziendale, di colorare di rosso e di giallo e di azzurro il disciplinato grigiore degli uffici, con i suoi slanci gratuiti di generosità e le sue vendette meschine, con la sua tendenza a rischiare tutto per qualcosa che non ne vale la pena e il suo indissolubile impasto di cuore e di merda. E, invece, guardatelo lì, il computer, com’è professionale. Spingi un tasto e quello s’accende, quando è stanco attacchi la spina, non allunga le mani, i suoi tasti se ne stanno buoni buoni in fila per 14, scrive solo quel che tu gli comandi, non s’innamora del mouse nonostante quello gli sculetti accanto tutto il santo giorno, quando è vecchio lo butti e non c’è verso che piagnucoli.

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