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Non possiamo giudicare la libertà di scelta di Silvia Romano perché non sappiamo cosa sia la libertà di scelta

Se nelle nostre vite ordinarie non riusciamo a stabilire cosa dipenda dal caso e cosa dalla nostra volontà, come possiamo giudicare le scelte di chi è stato prigioniero un anno e mezzo in condizioni di cui non sappiamo nulla?

Silvia Romano

Foto: FABIO FRUSTACI/ANSA/AFP via Getty Images

Facciamo fatica a capire quanto le nostre stesse decisioni siano libere e quanto condizionate. La professione che ci siamo scelti – magari per assecondare le aspirazioni dei genitori, o per dispetto nei loro confronti –, l’amore che ci siamo trovati, i gusti nel cibo e nei vestiti, l’ultimo modello di auto che abbiamo comprato, il dio che preghiamo, la strada che abbiamo optato di percorrere oggi per andare a lavoro, forse diversa da quella di ieri e da quella di dopodomani. Perfino nelle nostre vite, per lo più ordinarie, non è possibile stabilire se esista – dove cominci e dove finisca – un atto della nostra ragione capace di spezzare la catena della casualità: questa cosa la decido io per una libera risoluzione della mia volontà e non perché, dato tutto ciò che finora è successo a me dalla mia nascita, e all’universo dalla sua nascita, questa decisione sia un esito necessario e obbligato. Come possiamo inventariare le scelte di chi, come Silvia Romano, è stata prigioniera un anno e mezzo in qualche buco somalo, tra carcerieri di cui non sappiamo nulla, in condizioni di cui non sappiamo nulla, se non per la paginetta smilza che abbiamo leggiucchiato su qualche testata online? E invece ci immaginiamo un bell’inventario: “Quella scelta le è stata imposta da altri, quell’altra si è originata spontaneamente nel suo cervello, quell’altra ancora le è stata suggerita ma poi lei c’ha messo del suo”.

Il caso di Silvia Romano e della sua conversione ci obbliga a riflettere sull’idea stessa di libertà. Uno dei concetti più ambigui, nebulosi, discutibili e ipocriti delle nostre società. Sostanzialmente ci esibiamo nel gioco delle tre carte. Siamo giunti alla conclusione che la libertà non esista, ma siamo obbligati a fare come se esistesse. Il jilbab indossato da Silvia Romano al suo arrivo in Italia ha contemporaneamente denudato il re.

Ci basiamo su un postulato che allo stesso tempo rinneghiamo. Che l’essere umano sia libero. La scienza è più o meno segretamente deterministica. Date le leggi fisiche, e dato il Big Bang, le cose sono andate nell’unica maniera in cui potevano andare. Un evento ne ha provocato un altro, e poi un altro, e poi un altro ancora, in un effetto a cascata di qualche miliardo di anni che ti ha portato a decidere, in questo preciso momento, di versare nel tuo caffè due cucchiaini di zucchero anziché uno. Ma è proprio la scienza a formare la nostra visione del mondo. La scienza è la celebrazione matematica della Necessità. Da un punto di vista scientifico la libertà è un mito. Tanto quanto l’anima, Dio, il mostro di Loch Ness o la fata turchina.

Le scelte degli esseri umani, come quelle degli altri animali, non sono che il risultato della combinazione tra genetica e cultura, tra quello che è impresso nella nostra doppia elica di acido desossiribonucleico e quello che ci è stato inculcato dall’ambiente circostante. Ciò non ci viene mai ricordato perché svuoterebbe di legittimità le norme che regolano la nostra convivenza civile: dalle multe alle elezioni, dalle cause di divorzio alle espulsioni calcistiche. La libertà, per la civiltà occidentale del terzo millennio, ha senso solo come concetto giuridico. È poco più di un sofisma avvocatesco, utile per distribuire i condannati tra carceri e ospedali psichiatrici. Per questo la consueta lotta tra i periti che devono stabilire quanto un omicida abbia voluto accoppare la zia con un trinciapollo e quanto sia invece stato obbligato dal suo quadro psicologico ci appaiono così barocche e capziose.

Per praticità e convenienza, nella nostra vita quotidiana, fingiamo di credere che la libertà esista. Altrimenti, come arrabbiarsi con il tizio che ci ha tamponato in auto smanettando al cellulare, con quell’altro che ci passa davanti fischiettando nella fila alle poste? Naturalmente l’ambiente esterno può condizionarci con un’infinita gamma di violenze e costrizioni – e quelle toccate a Silvia Romano non ci sono ancora per nulla chiare. Eppure la così detta sindrome di Stoccolma non è un’eccezione. È la regola. I tuoi ti hanno sempre comprato le merendine marca Coniglietto. “Quelle marca Passerotto sono cattive, insalubri”, ripeteva tua madre. Invece i suoi genitori compravano al tuo amico le merendine marca Passerotto: “Come fai a mangiare quelle schifezze delle Coniglietto?”, ti diceva lui. Quanto la tua preferenza per le Coniglietto sia frutto di una tua libera scelta e quanto di un condizionamento culturale resterà uno dei grandi misteri dell’universo.

I membri di alcune tribù amazzoniche, come i peruviani Ashaninkas, vivono nudi. Ti vedi un bel documentario su di loro e la mattina dopo ti svegli di umore sbarazzino: te ne vai in giro come mamma t’ha fatto per le strade, ti dicono di coprirti, “cazzo volete? Gli Ashaninkas lo fanno”, arriva la polizia, “anche voi, cazzo volete? Tarzan lo fa”, a un certo punto ti ingabbiano. La prossima volta ci penserai due volte, prima di sfoggiare il tuo batacchio all’aria aperta. Sarà una tua libera scelta, l’indomani, indossare un bel paio di jeans ben stirati?

Soltanto alcune dottrine religiose, col loro concetto di libero arbitrio, ipotizzano la libertà. Ma è un assoluto salto nel buio, una scommessa. E a proposito del salto di Silvia Romano, della sua scommessa, non si può che ripetere la conclusione del Tractatus Logico-Philosophicus di Ludwig Wittgenstein: “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”.