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Non possiamo abituarci al cinismo di chi parla dei migranti

La foto di padre e figlia affogati nel Rio Grande e le parole della capitana della Sea-Watch dimostrano ancora una volta le condizioni del dibattito sull'immigrazione: un groviglio di propaganda e interessi privati, una resa collettiva

Godiamoci le nostre preziose vite, ma mettiamoci più anima nel custodire quelle altrettanto preziose degli altri.

La drammatica foto scattata da una giovane reporter che segue la cronaca quotidiana della frontiera tra il Messico e gli Usa per la testata locale La Jornada, e che ritrae un padre con la figlia di due anni affogati nel Rio Grande nel tentativo di raggiungere il suolo americano, ha riacceso tensioni e scambi di accuse tra democratici e Donald Trump. Il leader dei senatori progressisti Chuck Schumer, mostrando la fotografia in aula ha chiesto: “Come fa il presidente a non capire che questi sono esseri umani che fuggono dalla violenza e dalla persecuzione, che sono pronti a intraprendere un viaggio rischioso, a volte mortale, in cerca di una vita migliore?”. Il presidente ha ribattuto: “Quello che ho visto mi fa orrore. Ma i responsabili sono i democratici non io. Se accettassero di riformare il sistema che regola l’immigrazione non ci sarebbe più gente che cerca di entrare nel Paese, attraversando il Rio Grande”.

“Ho deciso di entrare in porto a Lampedusa. So cosa rischio ma i 42 naufraghi a bordo sono allo stremo. Li porto in salvo”. Con queste parole Carola Rackete ha spiegato l’ingresso nel porto di Lampedusa, nonostante il no del Governo italiano, l’alt delle motovedette della Guardia di Finanza. Alle spalle anche il rigetto da parte della Corte europea dei diritti dell’Uomo, del ricorso presentato dal capitano della Sea Watch 3 e da alcuni migranti a bordo, per ottenere dallo stato italiano le cosiddette “misure provvisorie” o “in via d’urgenza” in quanto le condizioni sanitarie lamentate non sussistevano. Ovviamente, anche da noi il dibattito politico è sempre più acceso e i toni si fanno sempre più forti. E io non voglio entrare in questo lucertolaio perché non sono un politico, né un amministratore della res pubblica, né un uomo di legge o di ordine. Ma siccome sono un uomo, un cittadino, un manager, un padre di famiglia, un marito, un fratello, un figlio, scegliete voi l’ordine delle priorità, non posso non vederlo. Allora lo osservo e lo identifico per quello che è: un lucertolaio in cui si dimenano a colpi di coda propaganda, interessi privati e pubblici, lotte di e per le poltrone, piccole e grandi burocrazie. Localismi dal peso infinitesimale rispetto a un mondo che ci cambia tra le dita.

Allora lo salto a piè pari come se fosse una casella del vecchio gioco della campana e mi sposto in una dimensione altra, più ampia e più alta. In una dimensione in cui tutti siamo capaci di capirci quando facciamo parlare cuore, anima e cervello. La dimensione presente in ogni lingua del mondo, quella “umana”.

Ma davvero come essere umano vuoi continuare a ritenere le politiche di contenimento locali proposte da Trump o da chiunque altro, come delle buone soluzioni organizzative che ci faranno trovare preparati domani, quando il futuro che ci sta venendo incontro con tutta la sua potente liquidità, ci busserà alla porta?

Ma davvero come essere umano vuoi continuare a credere che se alzi un muro che tenga al di là del tuo sguardo, violenze, privazioni, fame, disperazione, queste non esistano? Che non siano un problema tuo? O peggio, che all’improvviso non possa succedere a te di essere dalla parte del muro sbagliata?

Io non ho la soluzione. Ma so che la soluzione nasce sempre quando l’essere umano capisce di trovarsi in una fase di crisi e si interroga, indaga e la analizza e da qui si ingegna per uscirne. L’essere umano soccombe quando alza le spalle e guarda altrove pensando che il problema non sia il suo. Non commettiamo questo errore. Il problema è di tutti. Oggi abbiamo la fortuna di poter intervenire in tempo reale grazie alla tecnologia. Internet, i media e i social media sono strumenti prodigiosi per raggiungere ogni angolo del mondo, per condividere idee, proposte, conoscenze, per svegliare le coscienze, per commuoverci e muoverci verso un ideale condiviso, per organizzare cordate di solidarietà, per trovare fondi e investitori che credano nei nostri progetti. La cosa peggiore che possiamo fare a noi stessi è di sprecare questi strumenti per assordarci vicendevolmente con un vano chiacchiericcio di fondo.

“Signore, concedimi la grazia di accettare con serenità le cose che non possono essere cambiate, il coraggio per cambiare quelle che dovrebbero essere cambiate, e la saggezza per distinguere le une dalle altre” diceva il teologo statunitense Karl Paul Reinhold Niebuhr. E io oggi avrei voglia, come molti, forse come tutti, di non accettare il dato di fatto contenuto in certe immagini, come quelle del Rio Grande, perché per quelle persone non c’è più niente che possiamo fare, e la prima reazione è fermarsi, alzare le mani in segno di resa a questo cinismo che è oramai un dato storico dei nostri tempi. Tuttavia, respiriamo, il nostro cuore continua a pompare sangue, i polmoni aria e gli occhi a processare nuove immagini, dunque godiamoci le nostre preziose vite, ma mettiamoci più coraggio nell’esigere che il sistema cambi la prospettiva e impari a custodire le vite altrettanto preziose degli altri.

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