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Non perdiamoli di vista

Mentre siamo tutti concentrati sul “nuovo” governo del cambiamento, Bruno Vespa dedica una puntata del suo programma alla strage di Erba, alla vicenda di Desirèe e alla guerra alla droga, raccontata con la superficialità di chi demonizza la cannabis e poi emargina i tossicodipendenti

Nel necessario delirio conseguente alla conquista del paese da parte dei barbari, siamo tutti concentrati sul nuovo (?!) mentre nel frattempo, il vecchio e il vecchissimo che di quel nuovo sono e sempre saranno l’imprescindibile propellente continuano bellamente a fare il loro sporco lavoro. È una retroguardia medievale per metodo, compiaciuta del dolore altrui, sgamata da anni di pratica alla menzogna fomentatrice, alla costruzione di una realtà parallela fatta di spocchia irriguardosa, alla costruzione di paesaggi oscuri, nei quali prima di incontrarli, francamente non sapevamo ci stessimo addentrando.

Così è: tra i due simpatici viceministri che si sputacchiano addosso – le barzellette sulla coppia di carabinieri scoloriscono al confronto – c’è lui; l’uomo nero. Bruno Vespa. L’uomo che porta nelle nostre case la paura, in modalità strettamente lineare old-school, dall’alto dell’altare al basso dei divani consunti, sprofondati nei quali noi possiamo ascoltare e al massimo tremare al cospetto del terrore nel quale siamo dolcemente accompagnati come in un incubo post-sbronza.

Il papa eterno del terrore, il vero mostro di bravura senza se, senza ma e soprattutto senza etica, l’inquisitore innamorato dei suoi inquisiti: Bruno Vespa. Bruno Vespa, un paio di sere fa, prima di intervistare Olindo – abbiate pazienza, non seguo la cronaca, so solo che è un tale condannato per aver ucciso mezza famiglia compreso un bambino di due anni – ha dedicato l’apertura del programma alla droga. C’erano un magistrato, una scrittrice, uno psichiatra.

La scrittrice ha detto che quando ha scritto su un social “che era ora di smetterla di dire che le “canne” sono droghe leggere e l’eroina no” è stata riempita di commenti entusiastici, guarda un po’. Che subito dopo, per essere sicura di quel andava dicendo, ha chiamato il responsabile di San Patrignano che le ha confermato: il 96% degli eroinomani comincia con le canne. E quindi, Italia, 2018, eccoci qui: a mani giunte, in preoccupata preghiera gli animi si ricongiungono in fraterna affinità: non esistono droghe leggere! Basta! Quasi inutile far notare che correlazioni non specifiche non costituiscono un nesso causale: quanti eroinomani hanno fatto sesso? Forse il 100%. Ok, va bene, andiamo su cose più affini: quanti hanno bevuto almeno un superalcolico? Quanti in generale hanno assunto sostanze psicotrope, compresi farmaci legalissimi?. Accalorati, lanciavano dalle poltroncine bianche una nuova guerra alla droga – o meglio una guerra a quelle persone deboli, spesso emarginate dal punto di vista socio-economiche che sono vittima di una dipendenza da sostanze psicotrope. Dimenticando – ancora dobbiamo ricordarlo! che è proprio l’emarginazione sociale, economica e culturale il fattore causale decisivo nel consumo non consapevole delle sostanze stupefacenti.

Lo psichiatra in studio diceva senza mezze misure che la causa unica e conclamata dell’aumento dei ricoveri di minorenni è da identificarsi nel consumo di droga; è noto come gli stupefacenti siano potenti “slatentizzatori” delle malattie mentali, ma, anche se volessimo tenere per buono il j’accuse dello psichiatra con l’accetta, a maggior ragione il controllo sulle sostanze deve essere un controllo di stato e non un mercato – lucroso – per le mafie.

Non approfondiremo qui, in risposta al secondo capitolo della Messa Vespertina, un servizio morbosissimo sulla vicenda di Desirèe e dei nigeriani che l’hanno rapita e stuprata, il tema proibizionismo vs legalizzazione – se la droga fosse legale non ci sarebbero più nigeriani da mettere al patibolo ne Desirèe da salvare e nemmeno servizi morbosi da mandare in onda; non approfondiremo perché a noi pare superfluo. Quello che però vogliamo dire, di molto poco spettacolare, è una sola singola frase di Massimo Giancane, medico tossicologo e coordinatore Ser.T di Bologna (la trovate nell’inchiesta di Dario Falcini, in edicola): “L’errore fatale è stato affermare che tutte le droghe fanno male allo stesso modo, un messaggio che i ragazzini hanno frainteso. Se mi dici che le canne sono dannose e io invece vedo che fumo e vado alla grande, sarò portato a pensare che lo stesso vale anche per le altre sostanze. Si voleva alzare il livello di attenzione sulle droghe leggere, si è finiti per abbassare quello sulle droghe pesanti”.

Continuare a lavorare per riportare il terreno della dialettica su una base scientifica non può essere un’eccezione; fare spettacolo, cercare consenso, audience o likes sulla pelle dei più deboli è criminale. Non perdiamoli di vista, i vecchi, ché senza di loro i sedicenti spaventosi, nuovi non ci sarebbero.

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