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Non è vero che l’indignazione non serve a niente

In un Paese dove si contesta al presidente della repubblica un tweet su Ezio Bosso e si protesta in modo grottesco per il riscatto pagato per Silvia Romano, bisogna farsi sentire. Il silenzio è rassegnazione

Nell’anno 2010 i Marlene Kuntz uscirono con il loro ottavo disco, Ricoveri virtuali e sexy solitudini. Se mi è permesso un paragone col mio amato Nick Cave, mi sembra che potrebbe essere il nostro Nocturama. Nocturama è l’unico disco dell’australiano che si ritiene all’unanimità essere un passo falso (per i Marlene non c’è in verità tanta benevolenza, e molti ritengono che ben più di uno siano i nostri passi falsi, ma eviterei di dilungarmi). Nel suo blog The Red Hand Files, che chiunque interessato all’intelligenza umana come valore rimarchevole dovrebbe conoscere e frequentare, egli risponde alle domande che gli arrivano da ogni dove: il blog è esattamente strutturato in questo modo (mandatemi le vostre domande, vi risponderò), e posso immaginare il considerevole numero in arrivo regolarmente. Un giorno gli è giunta la domanda su Nocturama, una cosa del tipo: «Come mai secondo te Nocturama è così bistrattato da tutti? Io lo trovo magnifico…», e la sua risposta è un crescendo di spiritosaggine sottile e arguta da morirne dal ridere. Brillante, estremamente brillante oltre che intelligente. E se esiste il sense of humour australiano (io credo di sì), posso immaginare che lui lo incarni alla perfezione.

Il nostro ottavo disco venne particolarmente bistrattato dai soliti che «i veri Marlene sono quelli dei primi tre dischi», anche se so bene che fra i nostri ammiratori molti lo apprezzano sinceramente e qualcuno lo adora: però, ecco, quando uscì intercettai risolini sparsi nei forum vari. Non mi sono mai iscritto a nessun forum, neanche con nome fake, e mai ho risposto a nessuno in pubblico in vita mia (nei social di casa nostra sì invece), ma non posso far finta che non esistano: se uno si va a vedere le recensioni e sotto ci sono i commenti l’occhio ci casca. E gli artisti, che con snobismo ostentano spesso vaga indifferenza, le recensioni le leggono. Si dice che Proust pagò profumatamente per avere ottime recensioni del suo capolavoro della Recherche… È un falso mito quello degli artisti snob che non si curano di ciò che si dice di loro. (Apro una parentesi: proprio di Ricoveri virtuali lessi una recensione estremamente caustica e derisoria su un sito di quelli che chi bazzica certe cose conosce. Sapevo chi era il tipo che l’aveva scritta. La volta che mi imbattei in lui – sapevo anche che prima o poi ciò sarebbe successo – glielo dissi in faccia: «Che recensione del cazzo che hai fatto». Lui balbettò qualcosa sorpreso e colpito, e disse: «Non pensavo che l’avresti letta». Se avesse pensato che l’avrei letta ne avrebbe dunque parlato bene? Tre punti esclamativi !!!).

Ricordo che veniva preso in giro anche il titolo, e non ho mai capito perché: a me piace molto in verità, e lo trovo efficacemente ironico. Il mio approccio a questo disco avvenne con particolare disincanto e frustrazione, e dunque è un disco mirabilmente vulnerabile. Sentivo (avendo 11 anni di vita è evidente che all’epoca si era ancora in tempi relativamente freschi dal punto di vista del disincanto) quanto fosse assurdo impegnarsi nel fare dischi che poi la gente si sarebbe presa gratis, come sostanzialmente continua a fare, fan incalliti a parte. Quella stessa magari che era anche aggressiva e caustica nel deriderti nei forum. E composi quelle canzoni con questo stato d’animo di disillusione.

Oltre all’ironia e al disincanto in quel disco c’è lo sbigottimento e una specie di contro-rabbia. Nella canzone Ricovero virtuale, eponima a metà, canto: “mi fa schifo, sai, l’insensibilità”. Alludevo a ciò che ora per l’appunto viene descritto nominando il fenomeno degli hater. Si sorrideva allora di queste premure, quasi fossi un retrogrado incapace di interpretare i tempi nuovi. Ora non si sorride più, semmai ci si rassegna allo scempio dandolo per scontato (pure io mi rassegno, ma spesso ancora mi indigno…). 

E dunque arrivo al dunque: recentemente (in verità è passato più di un mese almeno) la rete ha dato del suo meglio per mettere in mostra tale scempio. Silvia Romano e Mattarella i due bersagliati. A questo tiro al bersaglio ci si è rassegnati, e tale rassegnazione è più potente degli scampoli di indignazione inerme e ormai inservibile che alcuni tendono a mettere tardivamente in scena, e io mi vanto (vacuamente) di aver passato mesi e anni a indignarmi in anticipo, molto prima della rassegnazione di poi. (Sono perfettamente consapevole che ai super sgamati di internet, quelli che secondo me sorrisero con ironia mordace alle famose affermazioni di Umberto Eco sugli idioti della rete, queste mie parole potrebbero sembrare sciocche o ingenue: esistono infatti luoghi, blog e ritrovi vari dove persone sufficientemente interessanti volano altrove sorvolando su queste quisquilie, analizzandole semmai, se proprio gli gira, da punti di vista “sociologici” molto avanzati e sussiegosi attraverso discussioni suddivise in vari topic di alto o buon livello intellettuale. Una specie di aristocrazia del ragionamento virtuale in cui mi sono imbattuto a volte con interesse. Dibattiti a volte non poco interessanti e forbiti seppur, per l’appunto, aristocratici e molto in là con la speculazione filosofica. Poco terra terra e poco pragmatici. Proprio per questo, nonostante la mia consapevolezza, vado avanti rimanendo basico sulle mie indignazioni di pancia. Forse mainstream?). 

Di Silvia Romano sapete tutti, di Mattarella ricordo che fece un tweet commemorando la morte di Ezio Bosso. La vomitevole reazione della gente (“e allora gli imprenditori che si sono suicidati a causa del virus?” eccetera, con epiteti penosi al presidente) è quanto di più disgustoso si possa immaginare (immaginate il peggio e avrete centrato il punto, ovviamente se non aveste modo di leggerli). Silvia Romano: si è discusso (eufemismo) dei soldi pagati per il riscatto. E allora i marò? (Ammetto di non resistere alla tentazione di usare questa frase con intenzioni opposte a chi l’ha sempre usata). Non furono forse pagati molti soldi per la loro causa? Spostamenti per i parenti, risarcimenti vari ai famigliari dei pescatori uccisi, spese legali: ho letto che ammontarono, guarda caso, a più o meno 5 milioni di euro. Gli stessi presunti sborsati per la Romano. Inutile sottolineare che presumo che gli odiatori mobilitati contro la Romano non ebbero nulla da ridire all’epoca sui soldi spesi per i marò (e ben si comprendono i motivi, ma resta il fatto che sono incriminati di aver ucciso della gente, mica cazzate).

Ecco, è evidente che due Italie si contrappongono, e tornano in modo altrettanto evidente, al me sciocco e ingenuo e un po’ naif, la destra e la sinistra (commentatori avveduti e illuminati vogliate perdonare questo candore fuori dal tempo). Se nei marò si intercetta l’Italia perbene e del buonsenso comune che incarna i valori del patriottismo, con facce pulite e abbronzate, fisici tonici e muscolosi, aperitivi danzanti su spiagge fastose nei tramonti suggestivi al ballo dei ritmi spensierati e della radicale assenza di problematiche esistenziali, meglio se con un premier come dj, un’Italia di sicuro non contaminata da visioni e valori collocati a sinistra (sintetizzabili brutalmente nell’ormai famoso buonismo radical chic, con la messa all’indice di ogni attitudine barbosamente riflessiva, da pipponi intellettualoidi), insomma l’Italia molto a destra, tra altezzosità da italiano arricchito e a suo modo banderuola al vento e fascinazioni fasciste mai sopite, in Silvia Romano si intercetta per contro quella dimensione multiculturale per attitudine illuminista e accogliente collocata a sinistra e tanto detestata a destra, con corollari che vanno dal disprezzo per i centri sociali all’insofferenza verso le droghe leggere, perché anche lo sballo può essere di sinistra (quella inclinazione a rallentare il tempo tramite le canne per favorire offuscamenti pacibondi della mente e una invasione stordita di bizzarrie creative e artistiche) o di destra (la velocità frenetica e un po’ schizzata della cocaina per performare al meglio in un contesto fighetto e luccicante, fatto di ostentazioni di agi che non so definire altrimenti se non borghesi, buona salute, luccichii esteriori, pura apparenza, e fuga ancor più concreta dalle eventuali problematiche esistenzialiste intimamente connesse ai detestati pipponi intellettualoidi degli artistoidi sinistrati). 

È una generalizzazione un po’ ridicola e lo so bene. Ma trovo particolarmente ridicola anche questa contrapposizione, perché è portata agli estremi con faziosità grottesche. Ma in realtà è potenzialmente anche tragica, perché lo schifo della rete, tra fake e politicume becero, fomenta questi stati d’animo. Ammetto di non aver ancora capito se in questa propensione al fomentare i bassi istinti della gente, che per me, in questo periodo storico, pertiene alla destra coi suoi modi populisti (a sinistra non vedo nessun atteggiamento analogamente becero e fomentatore, checché se ne possa forse dire), sia più forte la componente dell’irresponsabilità o della applicazione metodica di strategie votate al peggio. E potrebbe anche darsi il caso che una delle due componenti fosse completamente assente in favore dell’altra.
A tutto ciò spero che ci vada di stare molto attenti e non distratti o superficiali. Noi a cui non danno fastidio la bontà, la gentilezza carismatica, l’accoglienza come principio migliorativo dei consessi sociali, le riflessioni, intellettuali o meno che siano, l’approfondimento come norma di vita, il rispetto e l’ammirazione per le competenze, la sensibilità nei riguardi delle anime indifese villaneggiate dalle gogne arroganti dei bulli, lo sdegno per la non applicazione dei diritti uguali per tutti, il fastidio per le limitazioni delle libertà personali, la multicultura come valore arricchente, la premura e i riguardi nei confronti della natura, la convinzione che il global warming esiste e stia per farci fare una pessima fine, il sostegno commosso alle giovani generazioni rappresentate da eroine come Greta… Cose così. Per le quali è meglio lottare con l’indignazione che sa farsi sentire piuttosto che con la rassegnazione che si rifugia in un silenzio rischioso.

Leggi qui il primo scritto della rubrica Elzevirus.

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