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Milano è morta, lunga vita a Milano!

Dopo la fine del lockdown, Milano da centripeta è diventata centrifuga. Una savana grigia, intrappolata in un agosto eterno, dove l’unico superpredatore è il monopattino. È una parentesi o il modello metropoli è imploso?

Mario Cinquetti/NurPhoto via Getty Images

Anche con la fine del lockdown Milano è rimasta un bicchiere mezzo vuoto – certo, con una scorza di limone e un ramicello di rosmarino sul fondo. Un agosto lungo tre mesi. Forse un agosto eterno. Il fulcro della nuova vita cittadina: gli scarichi dei condizionatori, che sgocciolano sui marciapiedi deserti e formano graziosi laghetti dove i piccioni possono dissetarsi, i ratti sguazzare, le zanzare deporre le uova, le più stoiche influencer dell’hinterland scattarsi le cosce a wurstel. I migliori sforzi per rianimare la capitale morale d’Italia sono stati quelli dei teleobiettivi sui Navigli. Un’illusione ottica. Come la luce che continua ad arrivarci dalle stelle in realtà morte da milioni di anni.

Con la proroga dello stato d’emergenza e quindi dello smart working è difficile immaginare un’inversione di tendenza a settembre. Al di là delle opinioni sulla necessità del provvedimento governativo, questo è un fatto.

Chi è tornato in provincia ha riscoperto la bicicletta: a Milano il pavé ti massacra la prostata e i binari dei tram sono tagliole. A Milano il mare della Liguria è a un centinaio d’ingorghi e ad almeno tre Rustichelle di distanza. Ah, l’aria di montagna, le transumanze di vacche pezzate e d’impiegati pezzati. L’atmosfera depressa e rovente della Pianura Padana si posa come un sudario sui corpi esangui degli ultimi dumb worker (qual è il contrario di smart?). Nel glorioso progetto della smart city è rimasto lo smart ma è scomparsa la city. Per decenni i centri delle metropoli (d’accordo, magari Milano era ancora una centimetropoli) hanno prosperato grazie agli effetti collaterali del lavoro d’ufficio. Al bar per il caffettino motivazionale, nella tavola calda con menù a 10 euro e il lavandino a pedali, dal parrucchiere con il cellulare in vivavoce sulle cosce e il tizio dietro di te che sforbicia con sguardo complice, nei parcheggi cari come stanze d’hotel per veicoli, nei negozi per lo shopping con destrezza: carta di credito in mano e insalata di avocado ancora in bocca.

Le distese dei locali adesso si allargano fin sulle strade per agevolare il distanziamento sociale e i bilanci dei proprietari, e sono belle. Ma tutt’attorno si estende per chilometri e chilometri un territorio ostile, una savana grigia la cui catena alimentare è dominata da un superpredatore, il monopattino, capace di tendere silenziosi e mortali agguati alla nostra specie. Le figure abbronzate che compaiono sugli schermi dei computer milanesi, tramite Zoom o Meet, non mangiano panini. Per fortuna anche la saliva virtuale è soltanto virtuale: il nuovo sport nazionale è sputare nel piatto dove si ha mangiato e Brera si trasformerebbe in una grande sputacchiera. Per un’inversione di carica gravitazionale, Milano da centripeta è diventata centrifuga. Il movimento non è più verso l’interno ma verso l’esterno. Dalla Milano da bere alla Milano da vomitare. Ora la chiacchiera è: “Senza eventi e lavoro Milano si rivela finalmente per quella che è: brutta”. Un abete sintetico quando gli levi le palle di Natale.

All’inizio del 2018 iniziavo così un saggio sulla provincia italiana (La provincia è sagra): “Mio cugino era un onesto e avido commercialista di Ferrara con la passione per l’alpinismo. Durante una cordata, un masso gli è precipitato sulla schiena e gli ha lesionato una vertebra. È rimasto supino quattro mesi. Ha letto i vangeli apocrifi, Gore Vidal, Salvador Freixedo, testi buddisti e sul signoraggio bancario. Ora, quando gli capita di andare in ufficio, ci va in sandali di cuoio “per propagare amore” e assicura, con un largo sorriso, che il Sacco di Roma è vicino. “Proprio come è successo con la fine dell’Impero, le grandi città si svuoteranno. Il sistema salterà. Istituti di credito, supermercati. Torneranno tutti nelle campagne, là dove c’è erba, frutta, selvaggina, cibo”. Qualunque sia il vostro giudizio su mio cugino, fatevi questa domanda: se davvero restasse l’Apocalisse l’unica soluzione per resuscitare la provincia?”

L’Apocalisse, due anni dopo, è arrivata, e il suo nome è prosaico quanto una targa automobilistica – Covid19: Giovanni apostolo impiegato in motorizzazione. Visto? Come già sapeva Elio, bisogna sempre fidarsi di mio cuggino, che una volta è morto.

Ora fatevi quest’altra domanda: si tratta di una breve parentesi o di un intero romanzo? Il modello metropoli, così, implode. Magari sul lungo periodo ciò sarà un bene per l’umanità e per l’ambiente – di certo lo è già per Jeff Bezos e per gli eterei tele-warlord della Silicon Valley. Ma nell’immediato, s’immagina, un movimento così brusco nella tettonica a placche della demografia causerà un terremoto socioeconomico.

Milano s’è fermata e Milano è uno squalo: se non si muove, muore. Le aziende hanno comprensibilmente colto al volo l’occasione di risparmiare su affitti e bollette perché prima di tutto la salute dei dipendenti. Gli worker, che sono smart, hanno capito che si vive meglio dentro grandi ambienti in piccole città piuttosto che dentro piccoli ambienti in grandi città. E con i soldi che spendevo in affitto e cravatte adesso posso permettermi un pigiama di vicuña. Beppe Sala si starà mordendo il pollice. L’istinto sarebbe quello di postare un altro video in cui richiama al controesodo l’esercito di figlioli prodighi che hanno abbandonato gli uffici dove si macinava buona parte dell’economia italiana e si dichiara pronto a uccidere per loro il suo vitello più grasso: il basso di Saturnino.

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