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Louis C.K. a Milano, lo show del rinnegato che l’America non vedrà mai più

Il comico arriva in Italia dopo lo scandalo sessuale che gli ha affossato film e carriera. Il suo spettacolo è un test sulla nostra capacità di sopportare il male: rimane il numero uno della comicità, ma forse ormai è troppo tardi

Louis C.K.

Foto: Getty Images

Uno dei miei comici preferiti è probabilmente Aziz Ansari. Non so cosa mi attragga di un comico bassino, culturalmente molto lontano da me che a volte esagera nel sottolineare con la sua voce stridula le battute che ritiene più forti. Eppure non so quante ore della mia vita io abbia passato a cercare materiale per me inedito dell’autore di Master Of None per percepire il brivido di una risata, di un sorriso, per procrastinare quelli che dovrebbero essere i miei impegni quotidiani.

È stata dunque una semi-gioia che prima di entrare con probabilmente ogni mio amico di Facebook — la famosissima bolla — all’interno del Teatro Nuovo per vedere il primo spettacolo italiano di Louis C.K., i discorsi fossero tutti sull’ultimo special di Ansari.

Ansari e C.K. sono legati, in qualche modo, dall’essere stati travolti da accuse di molestie, più vanesie e leggere per il primo (cadute poi nel vuoto), più concrete, reali e gravi per il secondo, che sarà bollato a vita come “quello che si sega davanti a donne non consenzienti”. La critica principale in piazza San Babila allo spettacolo di Ansari erano le sue scuse: davvero l’ultimo speciale appena uscito su Netflix era in larga parte improntato sulla catarsi di un uomo che ha capito il suo privilegio, senza mai smorzare quella “tensione” con una punchline? In pratica: perché scusarsi e basta e non scusarsi ridendo, specie per la leggera entità delle accuse?

Era ovvio che il pensiero fosse: se Aziz ha reagito così, come reagirà Louis C.K.?

Ora, è sicuramente moralmente sbagliato mettere delle esperienze di vita vissuta — parlo per le vittime — su una bilancia. Cioè stilare un ranking della gravità delle molestie, ma sono ovvie due cose mentre si entra a vedere uno spettacolo di quello che in molti in queste ore stanno definendo niente più che “uno stupratore”: probabilmente si parlerà di ciò che è successo e soprattutto qualcosa dentro di te — se hai pagato un biglietto e ti sei accollato l’idea di andarlo a vedere live — deve scindere l’immagine dell’uomo e del jukebox sforna punchline.

Beh, Louis C.K. ha spinto molto su questa distinzione, tanto da giocarci ancor prima che iniziasse lo spettacolo con un annuncio di terzi all’interfono: “Allo spettacolo non sono ammesse donne e, se vi venisse voglia di pisciare su chi vi sta accanto, beh, non fatelo”.

Comicamente — da qui in poi lascerò indietro ogni pensiero di “umanità” — parlando, poi, Louis C.K. ha affrontato il tutto nel migliore dei modi: subito e in modo diretto. “Com’è stato il vostro ultimo anno? Beh, il mio lo conoscete. Ognuno di voi ha i propri scazzi, io non li conosco e non li voglio conoscere. Beh, io ho i miei e ora li sanno tutti”. Poi fine, non ci è più tornato: niente sentimentalismi, niente riflessioni, nulla di nulla. Solo una rapida guida su quando sia giusto o meno masturbarsi in presenza di altre persone e nulla di più.

L’ora abbondante in cui Louis C.K. è stata sul palco, però, è sembrato quasi un test. Non un test di battute, che sono sicuramente già provate e ben rodate, ma un test sulla differenza di sensibilità tra pubblico “anglosassone” (o per meglio dire americano) e pubblico “del resto d’Europa”.

È normale pensare che probabilmente gli USA non vedranno Louis CK live per un po’, alcuni pensano addirittura che quel mercato se lo sia giocato per sempre. Sul palco del Teatro Nuovo, invece, il comico perde un po’ della forza chirurgica di saper scherzare in modo pesante su temi scottanti e si butta un po’ sul ‘ndo cojo cojo: gay, vegani, francesi, superstiti della tragedia di Boston, ritardati. L’impressione è che fosse anche un test per il pubblico: quanto posso spingermi in là con i temi con un pubblico che non è il mio abituale?

La risposta è molto, specie se fatto così bene. In un teatro così intimo — i paganti erano un migliaio di persone — Louis C.K. ha creato una connessione con il proprio pubblico, senza dover per forza chieder loro il nome o costruire battute su di loro (anche se è successo in un paio di occasioni), tanto da arrivare alla fine a chiedere domande proprio agli spettatori.

Non so in quanti, nella sua situazione, avrebbero offerto il microfono a ogni possibile domanda, anche se all’interno di una comfort zone di “fan paganti”, segno che quando sale sul palco non ci sia nessun tipo di nomea che tenga. L’importante è far ridere. E in questo Louis C.K. è ancora il numero uno.

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