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L’intelligenza è del tutto sopravvalutata

L’intelligenza non serve più per vivere una vita appagante. Anzi, spesso la ostacola: oggi contano la convinzione e l’ostinazione con cui ribadisci un concetto, non la profondità o la brillantezza di quel concetto

Foto: Elijah Hail via Unsplash

L’intelligenza è stata la dote più apprezzata nell’era della grande epopea borghese. Nella nostra post-modernità è anacronistica. Come l’abilità di scheggiare le pietre e il coraggio di brandire una daga in battaglia, ha avuto anche lei il suo periodo di gloria. Poi l’abbiamo ripiegata nel cassetto insieme ad altre caratteristiche umane di relativa importanza: la velocità, l’intonazione, la loquacità, l’efficienza digestiva. L’intelligenza non serve più per vivere una vita appagante. Anzi, spesso la ostacola. Oggi contano la convinzione e l’ostinazione con cui ribadisci un concetto, non la profondità o la brillantezza di quel concetto.

In Open, l’autobiografia di Andre Agassi, si capisce quanto riflessione e sensibilità possano danneggiare uno sportivo. Agassi era uno che vinceva senza ricavarne vera soddisfazione, uno che odiava il tennis pur non riuscendo a liberarsene. Per quanto vincesse, rimaneva un eroe buffo, una stranezza con un ottimo rovescio a due mani, uno che evitava gli smash per non perdere la parrucca bionda in campo, un perdente. Meglio andare dritti come pali, niente tentennamenti, deviazioni o ripieghi. Meglio non riflettere, meglio vincere, e basta. Tu hai ragione, l’avversario ha torto. Perché tu sei tu e lui è lui. Mica tanto da cavillare. La rete divide i vostri regni in maniera inequivocabile, il campo non sfuma gradualmente da una proprietà all’altra, la rete taglia in due l’universo. L’avversario non può perdere un po’, l’avversario deve perdere e punto. La tua battuta non può essere dentro un po’: o è dentro o è fuori. La stessa dinamica vale per tutte le attività umane. “Non è un caso, penso, che il tennis usi il linguaggio della vita” scrive Agassi. “Vantaggio, servizio, errore, break, love (zero), gli elementi basilari del tennis sono quelli dell’esistenza quotidiana, perché ogni match è una vita in miniatura”.

Ecco una definizione di intelligenza, contestabile quanto le altre: cogliere le sfumature. Capire il sentimento nascosto in uno sguardo che fugge, vedere le crepe sulla ragione e i fiori sul torto, intercettare la stessa nota in una musica e in un affresco, vedere in un rivolo un’alluvione in potenza, soffermarsi su quelle sfumature del pensiero che si chiamano dubbi. La palla è sia dentro sia fuori. L’intelligenza è la sorella del dubbio con gli abiti della festa. Una caratteristica dannosa, ingombrante, ipertrofica, sterilizzante. Come il corpo delle tigri dai denti a sciabola, sproporzionato rispetto al mutato ambiente circostante, che ne ha causato l’estinzione.

Figuriamoci un talk show dove due contendenti litigano, si accusano, gridano, sputacchiano… e poi, a un certo punto, uno dei due fa: “In effetti non hai detto una sciocchezza. Anzi, a ben pensarci, forse hai ragione tu”. Inconcepibile, vero? Perché l’ideologia è l’idiozia con gli abiti della festa. E premia chi la possiede, perché rispecchia il modo di interpretare la realtà delle masse. Molto più leggera dell’intelligenza, l’ideologia te la porti in tasca insieme al mazzo di chiavi, quasi ti scordi di averla, tant’è leggera. E, all’occorrenza, la tiri fuori: ecco qui come la penso! Tutto pronto, tutto chiaro, tutto sicuro. Non c’è tanto da cavillare. Da che parte della rete stai? Di là? Tanto basta: allora devi perdere. Perché pensare quando è tanto più conveniente tifare?

Ed eccoci a quello che sarebbe il più grande mistero contemporaneo, se non ammettessimo che l’intelligenza è sopravvalutata: i commentatori da social. Che cosa spinge un adulto a commentare un post o un articolo senza essere andato oltre il titolo? Cosa spinge un essere umano capace di annodarsi la cravatta e di pagare con carta di credito ad augurare morte, licenziamento e sciagure a sconosciuti? Cosa spinge gente che non sa mettere insieme soggetto-verbo-predicato a dire la propria su ogni questione? La voglia di battere chi sta dall’altra parte della rete. Perché tu sei tu e lui è lui.

Per le strade di Milano si ha una cristallina rivelazione di che cos’è la gente: i muri imbrattati. Nessuna intelligenza, nessuna pretesa artistica, nessuna idea, nessuna ambizione estetica. Manifestare la propria esistenza. Ecco tutto. Anzi, imporla. A danno degli altri. Buona parte dei commentatori da social network marcano nello stesso modo il territorio virtuale. Non tanto quelli che commentano i post di persone realmente conosciute, perché lì la pavidità impone un’imitazione d’intelligenza. È quando hanno a che fare con estranei, testate e profili aziendali che i commentatori possono essere davvero loro stessi.

La causa ultima è il dolore. Che a tratti diventa insopportabile. Le reazioni al dolore sono sostanzialmente due. Ci si tocca dove fa male e si urla. Nell’epoca dell’intelligenza si privilegiava la prima: il tentativo di riconoscere le cause e le conseguenze del dolore. Oggi si privilegia la seconda: lo sfogo. Ti danno un pestone sull’alluce e tu gridi. Non c’è motivo, ci sei solo tu e il tuo dolore, che va liberato e condiviso col mondo a qualsiasi costo. Molti commentatori da social provano un dolore terribile e indefinito. Indefinito perché non hanno il coraggio o il tempo di ammetterlo, impegnati come sono a tirare con quanta forza hanno la palla di là, e cioè a pisciare giudizi sommari su ogni albero che gli capita a tiro: semplicemente, soffrono perché vivono in quella casa, in quel corpo, in quella testa.

Così, eccoli adoratori della trinità dei social: stupidità, malvagità, ipocrisia. L’intelligenza non è ammessa in questa consorzio umano. Chi urla più forte vince. Più persone si uniscono in uno stesso grido, più è probabile che vincano. Le sentinelle vigilano sull’intangibilità della propria visione del mondo: il Bene sta al di qua della rete. È tutta una gara a chi ha l’ethos più duro. La condotta individuale delle persone non corrisponde necessariamente – per essere cauti – all’ideologia per cui tifano. Sedicenti destrorsi tutti integerrimi, per dire, e sedicenti sinistrorsi tutti generosi. No, non c’è alcuna correlazione. Un tifoso dell’Inter non si pittura la faccia di nero e di azzurro per andare a fare la spesa, non si muove in salotto seguendo gli schemi di Antonio Conte.

Ci troviamo tanto bene con gli strumenti informatici perché con loro ci diamo del tu, parliamo la stessa lingua: il codice binario. È tutto sì o no, buono o cattivo. È cioè l’esatto contrario dell’intelligenza. Una dialettica sterilizzata, una parodia del manicheismo.

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