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Leggere le immagini e tradurle in azione – Carlo Freccero

L'uso degli smartphone sta cambiando le modalità di comunicazione della contemporaneità, anche quella che diventa storia, a partire dal caso di Erdogan durante il colpo di stato

La storia della comunicazione è fatta di eventi che hanno cambiato il nostro modo di essere. Pensiamo allo shock generato dalla locomotiva dei fratelli Lumière, che, dallo schermo, sembrava fuoriuscire per avventarsi sugli ignari spettatori. Pensiamo alla piazza Tienanmen e alle rivoluzioni future condotte chiedendo aiuto, attraverso immagini in diretta, all’opinione pubblica internazionale. Finché viene mandata in onda, l’immagine degli eventi diventa uno scudo per i manifestanti, un deterrente a portare a termine la repressione, perché quella repressione scatenerebbe indignazione. E pensiamo invece alle immagini che quell’indignazione hanno potuto scatenare: il pestaggio del nero Rodney King, gli eventi del G8 a Genova, le riprese, vere o false di tutte le rivoluzioni colorate.

In questa lista di eventi si è aggiunto recentemente un nuovo tassello comunicativo: provocare in diretta una reazione. Non più materiali filmati e immortalati, ma lo smartphone come nuovo motore di eventi che rischiano di passare alla storia. Ben due casi si sono succeduti in questo ultimo periodo. In Usa, l’uccisione da parte della polizia di un giovane afroamericano, postata in diretta su Facebook dalla fidanzata testimone, e in Turchia il fallito colpo di Stato contro Erdogan, fallito proprio a causa dell’appello telefonico diretto di Erdogan al popolo del suo Paese. I golpisti, secondo un copione classico, anziché assaltare il palazzo del governo, avevano preso possesso degli studi televisivi pubblici, impedendo qualsiasi forma di comunicazione. Non pensavano di veder comparire in Face-Time sullo smartphone il Presidente esautorato impegnato in un appello al suo popolo a reagire e riversarsi in piazza, nonostante il coprifuoco imposto dai golpisti.

Non più materiali filmati e immortalati, ma lo smartphone come motore di eventi che rischiano di passare alla storia: è il nuovo tassello comunicativo

Stupisce che autore di un gesto così innovativo possa essere stato un Presidente come Erdogan, che sembrava combattere da tempo una propria personale crociata contro la democrazia implicita nella comunicazione. Non a caso, al momento del golpe, le linee di informazione risultavano interrotte e non si riusciva a capire cosa stesse realmente succedendo, chi occupasse cosa e chi fossero gli autori del golpe e i loro sostenitori. Il golpe stesso sembrava sospeso in una sorta di ambiguità indecifrabile, rispetto alla sua possibile popolarità. Quando il popolo si è riversato sulle piazze, non si capiva se fossero lì per festeggiare i golpisti, con il classico salto sul carro del vincitore, o piuttosto per opporsi, su istruzioni del Presidente. I commentatori occidentali non sapevano dare un’interpretazione univoca alle immagini e ripetevano: “I manifestanti salgono sui carri armati”. Restava ambiguo se fossero lì per festeggiare, come sembrava più logico alla nostra mentalità di occidentali, o per bloccare i convogli, a mani nude e con una fedeltà al governo per noi difficilmente comprensibile, data l’allergia di Erdogan al rispetto dei diritti umani.

Però, riflettendo, se Erdogan ha sempre realizzato la pericolosità dell’immagine, tanto da operare la sua sistematica censura sui social media, era in grado anche di capire l’importanza di una comunicazione in diretta, come veicolo di una partecipazione attiva del popolo per cambiare la meccanica degli eventi. Ma se conosce così bene la potenza della comunicazione e delle immagini, perché, nella fase di repressione del golpe, Erdogan non si è preoccupato di divulgare immagini francamente imbarazzanti, soprattutto nel contesto occidentale Usa/Europa? Sono immagini di soldati frustati in pubblico, immobilizzati nudi in uno spazio trasformato in prigione, e di cadaveri trascinati a terra da auto, senza sepoltura. Sicuramente Erdogan non si è sbagliato e queste immagini ci suggeriscono lo scenario del dopo golpe. Il richiamo alla pena di morte e l’esibizione delle pene corporali non possono essere messaggi diretti all’Occidente. Dimostrano, al contrario, una discontinuità e strizzano l’occhio alla cultura islamica che, nella punizione corporale, identifica un valore. Non sappiamo ancora cosa succederà. Ma le immagini parlano chiaro. Nel dopo golpe, Erdogan ha interrotto le sue trasmissioni a favore dell’Occidente, per passare a una programmazione filo-musulmana, compreso il simbolo del velo femminile, prossimamente necessario in tutti i contesti pubblici.

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