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Le ragioni del fenomeno Vincenzo De Luca

Dopo anni da impresentabile, l'ex sindaco-sceriffo di Salerno è diventato un idolo del lockdown grazie ai suoi discorsi teatrali, sarcastici e al limite della provocazione: ecco la sua storia

Si dice, con preoccupazione, che nei momenti difficili i popoli cerchino l’uomo forte, ma forse la gente ha solo voglia di qualcuno che parli chiaro. Oggi il momento è sicuramente difficile e gli uomini politici all’orizzonte dimostrano troppo spesso la loro inadeguatezza pratica e morale. Tra i tanti si staglia un unico gigante della comunicazione nell’era Covid: Vincenzo De Luca, governatore della Campania.

De Luca è uno di quelli che quando lo sento parlare mi verrebbe da chiedere la cittadinanza onoraria alla sua regione solo per poterlo votare. Per poter dire: «È il mio presidente». E me ne sbatto dei commenti schifati e del politically correct. Possiamo infilarlo nei meme, fargli cantare Frankie Hi-NRG, possiamo sfotterlo quanto ci pare, ma De Luca arriva sempre dritto al punto. Non ci gira intorno. E io sogno magliette con le sue frasi, i suoi aforismi nei biscotti della fortuna.

Fino a qualche anno fa il governatore era snobbato dal PD che pareva si vergognasse ad applaudirlo ai congressi. Coinvolto in molti processi (da cui è sempre uscito assolto, prescritto, estraneo ai fatti eccetera) era stato bollato come “impresentabile” – ovvero incandidabile secondo la legge Severino – niente meno che da Rosy Bindi quando presiedeva la Commissione Antimafia. Lui le diede dell’infame. Poi aggiunse: «Andrebbe uccisa». Chiese scusa, ma son frasi che rimangono. Antonello Caporale lo ha biecamente ribattezzato «Il Chàvez della Campania». I suoi sodali lo chiamano ancora O’ Professore, i nemici Pol Pot. Altri “l’ex sindaco sceriffo”.

De Luca ha un portamento teatrale e ai limiti della provocazione. Brusco, irascibile, accentratore, sarcastico, decisionista. Non sempre incline al fair play: «Spero di incontrare quel grandissimo sfessato e pipì (intende uno disposto a cercare il pelo nell’uovo, ndr) di Marco Travaglio di notte, al buio». Non parla come ci si aspetta da uno di sinistra. È chiaro. «Io devo difendere la mia immagine di carogna», disse in un’intervista. Non è moderato, non è pacato, non è incline alla compostezza. Eppure è risultato per due volte il sindaco più amato d’Italia per i Governance Poll, il sondaggio commissionato dal Sole 24 Ore a Ipr Marketing.

Ex sindaco di Salerno dove ha avuto consensi plebiscitari, viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti nel 2013, deputato dal 2001 al 2008, De Luca è in politica da decenni (PCI, DS, PD). In Campania è un mito fin dai tempi delle sue apparizioni su Lira Tv (cercatevi la sua campagna “Cafoni zero a Salerno” fa spaccare da ridere quando blasta i writers che imbrattano i muri) ma da poco le casalinghe di Voghera lo hanno scoperto. Si è imposto sulla scena in primis grazie a La Zanzara che gli ha dato ampio spazio, poi grazie al web, dove piano piano è risalito fino a oscurare qualsiasi volto istituzionale di sinistra che non sia il suo.

Voce bassa e profonda, una dialettica la cui architettura è fondata su massime di saggezza popolare e citazioni colte (ha una laurea in Filosofia e ha fatto la tesi su Bacone), De Luca ha i tempi del teatro shakespeariano e la dizione di Carmelo Bene. Quando vedi che sa demolire qualcuno senza offendere o urlare ti rendi conto che sei di fronte a uno che la sa lunga. Un giornalista pensando di fregarlo gli chiede: «Salvini si è fatto Tik Tok, lei se lo farebbe per rispondergli?». La risposta è epica: «Tik Tok, Tic-Tac… Cambiare la realtà richiede di lavorare da mattino a notte. Cosa può cambiare uno che produce 200 tweet al giorno? Salvini è uomo da inzuppare i würstel nel latte! Ma quando lavora?». Applausi.

Vincenzo De Luca sembra un uomo d’altri tempi, uscito dalle pagine di Curzio Malaparte. Tratta la materia politica come gli uomini della tanto odiata Prima Repubblica, uomini per cui la “visione” era anzitutto dialettica. Usa una strategia di cervello, non di pancia come oggi.

In piena emergenza Covid, dove non si capisce veramente niente (chi sono i congiunti? Cosa si può fare? A che ora è la conferenza stampa di Conte?) lui ha iniziato subito a mettere le cose in chiaro. Arrivano cinquecentomila mascherine inadeguate in Campania e Roma pensa di passarla liscia, poi appare lui mostrandone una in video e dice: «Non me la metto per questioni di estetica per non pregiudicare quel poco che le ingiurie del tempo non mi hanno risparmiato. Le vostre orecchie escono da queste fessure e avete la faccia da Bunny il coniglietto. Ma dove vogliamo andare? Tuttavia sono un ottimo prodotto per pulire gli occhiali».

Per i laureandi in vena di festeggiamenti ha invocato i lanciafiamme. Per gli sciocchi runner imprudenti ha coniato l’aggettivo di “cinghialoni”. Sulla digitalizzazione taglia corto: «Ormai abbiamo l’Italia tutta in videoconferenza. Ma quando lavoriamo? Le videoconferenze nove volte su dieci non servono a niente. Produrranno mutazioni genetiche. Troveremo ministri che hanno maturato una testa di tablet». Sembra di leggere una pagina di Philip K. Dick o Burroughs. Fa ridere e riflettere allo stesso tempo.

Vorrei essere un po’ De Luca. Aver avuto la sua prontezza di risposta in qualche momento in cui invece ho incassato. Vorrei la sua capacità dialettica e quell’ego solido che lo fa guardare dritto in camera e pronunciare ogni discorso come fosse l’ultimo. Vorrei avere la sua autoironia mentre si guarda imitato da Crozza nello studio di Lilli Gruber e ride divertito e sincero. Però mi accontenterei anche solo di chiamarlo “presidente”.