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Le persone ordinate hanno un problemino: non capiscono come funziona l’universo

Destra e sinistra, atei e credenti, giovani e anziani, maschi e femmine, globalisti e sovranisti, juventini e interisti. Nessuna di queste distinzioni è più profonda, incolmabile, furiosa di quella tra ordinati e disordinati

Foto via Unsplash

Contrastare l’entropia con cassettiere e graffettatrici è come combattere il surriscaldamento globale armati di cubetti di ghiaccio. Lasciate che sui pavimenti pascolino i calzini, che i fogli volino nel vento. L’entropia è la legge suprema di un cosmo votato al lento suicidio, un suicidio per dissanguamento di senso. Secondo il postulato dell’entropia, l’entropia S di un sistema fisico non diminuisce mai e anzi, durante un ordinario processo irreversibile, aumenta. Traduzione: tutto va a troie. La galassia si spampana, l’intero universo scivola verso uno stato di caos assoluto, non esiste gruccia o fermacarte che possa convincerlo a ripensarci.

Non si sfida l’entropia da comuni mortali, senza una preparazione adeguata. È pericolosissimo. Solo una categoria umana pare capace di rallentarla, ma questa categoria è certamente a conoscenza di segreti termonucleari che ai non iniziati rimarranno per sempre preclusi, sono come i cavalieri Jedi, sono le Colf. Noi disordinati non vogliamo nemmeno sapere come diavolo facciano le Colf ad addomesticare il caos, non ci interessa, la loro arte è qualcosa di arcano, lasciamo sul tavolo della cucina 20 euro e ci rimettiamo al mistero, al dogma.

Destra e sinistra, atei e credenti, giovani e anziani, maschi e femmine, globalisti e sovranisti, juventini e interisti. Nessuna di queste distinzioni è più profonda, incolmabile, furiosa di quella tra ordinati e disordinati. I mesi di lockdown e di convivenza forzata hanno manifestato con violenza questa inimicizia metafisica. Ci guarderemo senza capirci fino all’estinzione del genere umano, due pianeti che non possono comunicare tra loro, alieni l’uno per l’altro. 

Dopo tutto, il disordinato è un saggio. Accetta l’impermanenza delle cose, la loro intercambiabilità su piani cucina e attaccapanni, l’inutilità dell’azione. Mentre l’ordine è ubris, è tracotanza. L’ordinato è un illuso, un arrogante che dedica le proprie energie a una missione disperata. Pretende di trasformare trilocali e villette in zone franche di cosmo nell’impero del caos. 

Non è vero che il disordinato si orienti nel suo casino, non si orienta proprio per un cazzo, però conserva le forze per compiti più gradevoli rispetto al rassettare: “Godo molto di più nell’ubriacarmi, oppure a masturbarmi o, al limite, a scopare”. Ma nemmeno l’ordinato ci si orienta, nel suo ordine. Ordinare vuol dire soprattutto nascondere. In cassetti, armadi, mensole, scatole, dispense, cantine, soffitte. Tutte parole che un disordinato, solo a leggerle, sbadiglia e un po’ soffre. Ordinare il mondo significa nasconderlo pezzo per pezzo. Lì dove c’è mondo, c’è disordine.

Piegare le camicie, per esempio, è un gesto contro natura, una violenza ai danni dei vestiti. Come arrotolare un coccodrillo pensando funzioni come un armadillo. Voi ordinati vi permettete di farlo solo perché le camicie non mordono, vigliacchi. L’ordinato rifà il letto e s’incazza se ti corichi. Alliscia il copridivano e s’incazza se ti ci siedi sopra. Vorrebbe che la casa fosse un museo, che gli oggetti perdessero il loro valore d’uso per restare monumenti da contemplare, testimoni plastici di presunte vittorie sull’entropia. L’ordinato è un folle, un utopista, un pericoloso maniaco.

Guardati allo specchio. Quello sei tu, proprio tu, eppure il tuo braccio destro – quella cosa dinoccolata che hai attaccata alla spalla destra – nello specchio diventa il sinistro. Ma ti pare normale? Se non è una presa per il culo questa qui… L’universo è un gran cialtrone, un infame, non c’è verso di correggerlo. Il più che possiamo fare è mostrare la sua assurdità, esporla al pubblico ludibrio. Invece gli ordinati sono dei collaborazionisti. Aiutano l’universo a mascherarsi da bravo cristo, tutto perbenino e sensato. ‘Sto cazzo! Tirate fuori quelle tazzine dalla madia! Sobillate la rivolta delle cose, smascherate lo strapotere del caos, lasciate che i bicchieri si accumulino e precipitino – la Gravità, quest’altra carogna: ma vi pare normale che uno si distrae un attimo e subito gli oggetti tentano il suicidio? –, lasciate che le paia di guanti e di scarpe si spaino, che tornino individui, inutili come poeti, lasciate che la polvere si depositi come sangue cosmico, perché tutto si sgretola.

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