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La timidezza salverà il mondo

Tu che stai dietro, tu che ritratti, tu che cancelli e poi non invii. Il futuro, se un futuro ci sarà, sarà tuo

In un pianeta che monologa senza sosta, perché parlare?

Foto IPA

Altroché bellezza, la timidezza salverà il mondo. Questo pianeta, con l’equatore a perizoma e le opinioni a balconcino, questo pianeta che monologa senza sosta nello spazio muto.

Così tu sta’ zitto, non parlare, agli altri non interessi. In ogni tua sillaba s’annida l’errore, in ogni sguardo si nasconde un loro giudizio.

Lascia tutto lì, nella potenza, l’atto è per forti, per stupidi, per i manovali della Storia, per chi ha il mondo in mano. E tu, il tuo, ce l’hai in tasca tra le monete, avvolto con cura in un fazzoletto. Non tirarlo fuori, per chi comunque non lo comprenderebbe. Il tuo mondo è tuo, e basta. È unico, è solo, è vivo, muore con poco. Il loro mondo si duplica in due colpi di pollice, si riproduce per partenogenesi, loro si autoscattano e condividono i post e per oggi c’è più me stesso nell’universo. Il tuo è sterile, è fragile, e là fuori non aspettano altro che distruggere un mondo fragile.

Perché dimostrare, perché mostrare, perché fare mostra, perché farsi mostri? Con le corna e le zanne e tentacoli e bava. Fuori non c’è altro, senza corna e zanne chi vuoi che ti noti, senza prepotenza tu non esisti. Fuori c’e l’incomprensione, c’è la guerra, c’è il ridicolo, ci sono i mostri. Ti mangeranno like dopo like, commento dopo commento, faccetta dopo faccetta, non detto dopo non detto – i morsi più feroci. Parlerai poi, un giorno, mai. Mai è il tuo tempo. Parlerai quando sarai proprio sicuro di quello che pensi. Non parlerai mai. Il timido è brace, è cova, è tuono lontano, il timido è possibile.

Il selfie, la story, la pornografia delle colazioni e dei pranzi, un cosmo nudo, di erezioni verbali e di fighe morali, e di ovvietà a cielo aperto. Ma tu zitto, non parlare, non capirebbero, guarderebbero altrove, guarderebbero il neo, l’occhiaia, l’hashtag sbagliato. Non vomitarti fuori dal tuo silenzio, non c’è niente da dire per chi fa fatica a ogni parola.

Sono tutti all’esterno, guardali là, in foto e filmati, in rabbia e opinioni, in tette e preghiere, spuntano sulla pelle dell’iPhone come foruncoli. E tu stattene dentro, al di qua del bene e del male, prima del tifo che spacca la gente in giusti e sbagliati: anche quella piccola idea che hai coltivato per anni – forse è buona, chi lo sa – verrebbe sventrata da una tempesta di sguardi e semiletture sul cesso.

E il tuo, di sguardo, invece tu tienilo basso. O quello lì che accartoccia per bene la erre in inglese capirebbe che tu l’hai capito, che è soltanto un grande coglione. E allora tu guardati il tavolo, sorveglia le mani, non ferir lui, mangia le unghie, ferisci te stesso.

Tu che ti vergogni dei rumori degli altri, degli strepiti umani, che ti tappi le orecchie vicino ai cantieri, tu che conosci l’imbarazzo di mancare comunque il bersaglio, l’imbarazzo di esistere, tu che ti ricordi che pappiamo i cadaveri, di bestie e di piante, che se li pappano anche i più giusti, almeno tu non farti deridere dai minerali, tu taci.

Tu che a cena questa volta la risposta ce l’avevi, ne eri sicuro, ma sul più bello t’è scivolata dalle mani, tu che allora arrossisci e fingi di cercarla sotto la sedia e poi odi te stesso. Tu che hai paura di guardare in faccia i complimenti.

Tu, solo in tutta la terra, non hai niente da dire, niente di bello da fargli vedere. Tu che balbetti, tu che stai dietro, tu che ti rifugi nel ritornello dei tic, tu che poi non lo dici, tu che ritratti, tu che cancelli e poi non invii. Il futuro, se un futuro ci sarà, sarà tuo, la speranza è dei timidi, di chi non si esaurisce con la fretta del giorno, di chi forse esisterò domani, di chi campa in punta di piedi, di chi sa che non si può guardare senza vergogna una creatura provvista di piedi.

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