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La rivoluzione di Lady Diana

Il 31 agosto 1997 un incidente d'auto interrompeva tragicamente la storia di una ragazza timida ma ambiziosa, che tra la bulimia e le ombre del tentato suicidio si trasformò in un'icona mondiale, diventando la Principessa del Popolo che ribaltò gli schemi della monarchia

Diana Spencer, la "Principessa del Popolo" morta il 31 agosto 1997

Foto di Pascal Rondeau/ALLSPORT

Teneva gli occhi incollati alle righe sottili. Era una lettrice vorace, la piccola Diana. E la materia prima in casa non mancava. Barbara Cartland, la sua nonnastra, è stata la più grande scrittrice britannica, genere romanzi rosa, del secolo scorso, con oltre un miliardo di copie vendute. Le sue novelle avevano un fil rouge monotono, ma rassicurante: la vita romantica, scandita dal fruscio di sete, tulle e taffetà, di una principessa. Era questo il futuro ideale sul quale la contessina Spencer plasmava la sua fantasia tra le stanze di Park House, a Sandringham, dispersa campagna britannica, dove trascorse l’infanzia.

A scorrere l’iconografia che Google ci consegna – digitando il suo nome si ottengono oltre 223 milioni di link – non c’è dubbio che Diana centrò in pieno l’obiettivo. Un’istantanea su tutte rende l’idea. È il 29 luglio 1981: questa ragazza esile, virginale, compostamente emozionata, vestita con un abito creato da due ragazzi appena usciti dal college, Elizabeth Weiner e David Emanuel, varca le soglie della cattedrale di Saint Paul e ne esce sposata all’erede al trono d’Inghilterra, sotto gli occhi 750 milioni di persone che la seguono in Tv. Ecco il compimento della favola.

Da quel momento, però, iniziò un’altra storia. Diana non si accontentò di essere la decima principessa di Galles nella storia della monarchia britannica. Divenne invece l’incarnazione di un’anima rivoluzionaria che sgretolò una dopo l’altra le fondamenta del reame più formale e irregimentato d’Europa. Ecco perché a distanza di 22 anni – era la notte del 31 agosto 1997 – dalla sua fine nel tunnel dell’Alma, a Parigi, mentre veniva inseguita dai paparazzi, la figura gentile di Lady Diana resta ancora cristallizzata nei nostri occhi.

Gentile certo, lo era. Ma sapeva esattamente come ottenere ciò che desiderava. In principio fu Carlo. Lo incontrò per la prima volta nel 1977. Lui, su consiglio del suo mentore – il carismatico Lord Louis Mountbatten, ultimo vicerè d’India – prima di conoscerla si era già tolto parecchi sfizi carnali. Camilla era entrata nella sua vita sei anni prima, ma sul suo nome cadde il veto della regina: il primogenito doveva sposare una vergine da plasmare. Così il principe passava in rassegna le virtù delle signorine – inglesi e non – nell’attesa di una pulzella che piacesse a mammà. Diana se lo ritrovò in salotto, ad Althorp House, la residenza paterna, come fidanzatino senza troppa convinzione della sorella maggiore Sarah. Si notarono. Si squadrarono. E fu lei a tessere le trame per un successivo incontro. Due anni dopo, era l’autunno del 1979, spese qualche settimana a Balmoral: suo cognato, il barone Robert Fellowes, aveva casa ai confini del castello dove la regina trascorre tutte le estati. Passeggiando, Elisabetta se la ritrovò di fronte. La riconobbe – la nonna di Diana era stata dama di compagnia della Regina Madre – e la invitò in campagna, la primavera successiva. Fu in quel momento che Diana cominciò a essere valutata come futura principessa di Galles. Carlo sembrava gradire – il primo bacio se lo scambiarono nel luglio del 1980, a una festa nel Sussex – anche se i rapporti tra loro restarono formali. Si incontrarono solo dodici volte prima del sì e lei, nei loro blindatissimi rendez-vous, gli si rivolgeva chiamandolo Sir.

Una volta arrivati all’altare i ruoli si ribaltarono. Diana fu la prima sposa di casa Windsor a non esprimere il giuramento di obbedienza al marito davanti a Dio. E nella vita matrimoniale non fu meno risoluta. Odiava la campagna, eresia nella famiglia reale, e lo faceva notare: a Balmoral si rifiutava di uscire per i lunch che la regina ancora oggi ama consumare nei prati dell’immensa tenuta. Lei preferiva stare al castello, obbligando il personale – che non la sopportava – a rimanere in servizio. In pubblico, invece, abbandonava l’animo capriccioso, tornava la cerbiattina timida che faceva impazzire i flash. Scoppiò la Diana fever. Rupert Murdoch quintuplicava le vendite del Sun ogni volta che la sbatteva in copertina. Era un’inesauribile dose di eroina somministrata alla stampa, questa fu la definizione data alla principessa di Galles. L’ingresso di Diana trasformò la monarchia da istituzione vetusta – quella senza futuro, condannavano i Sex Pistols – a polo d’interesse primario per l’opinione pubblica.

La sua popolarità scalzò immediatamente quella di Carlo. Durante il primo viaggio di coppia in Australia, nel 1983, le orde chiedevano all’erede al trono di spostarsi per poter vedere sua moglie. Il popolo era conquistato dalla sua empatia. È stata la prima donna reale a toccare le persone in pubblico, a stringere mani, ad abbassarsi sulle ginocchia per accarezzare i bambini. E a proposito di bambini: decise di partorire i suoi figli in un ospedale e non a palazzo. Voleva medici intorno a sé che non fossero fedeli solo alla casa reale. Un gesto di rottura. Gestualità che ha accompagnato la sua immagine pubblica sino all’ultimo giorno della sua vita. Il ballo con John Travolta alla Casa Bianca, l’11 novembre 1985, la consacrò star globale: fu il suo Oscar. E lei approfittò di questa notorietà per dedicarsi, anche qui conquistando un primato, agli ultimi. Si sedeva accanto ai senzatetto. Portava i figli nei ricoveri, per far toccare al futuro re, William, e alla sua riserva, Harry, il famoso Paese reale. Stringeva la mano, di fronte all’obiettivo, ai malati di Hiv dimostrando che il contagio non passa né da una stretta di mano né da un abbraccio.

La comunità gay stravedeva per lei. E Il post femminismo anni 80 la eresse a simbolo. Fu la prima principessa reale a non rassegnarsi al tradimento di un marito. Nel febbraio del 1989, alla festa per i 40 anni di Annabe Elliot, sorella di Camilla Parker Bowles, mise all’angolo la storica amante di Carlo. «Smettila di farmi fare la figura dell’idiota». L’altra rimase impietrita. Scenata che non servì certo a ricucire il rapporto con il marito – lei aveva già avuto una discreta collezione di amanti, prima di Hasnat Khan, il chirurgo pakistano, e Dodi Al-Fayed, il milionario egiziano con cui andò incontro alla morte, c’erano stati, tra gli altri, la guardia del corpo e l’ufficiale – ma vuoi mettere la soddisfazione? Sarà forse per questo che Camilla, ancora oggi, pur potendosene fregiare dopo il matrimonio con l’erede al trono, in pubblico usa il titolo di duchessa di Cornovaglia. Nei suoi ricordi più sedimentati la principessa di Galles resterà per sempre colei che la fece sentire, senza appello, l’ultima delle cortigiane.

Nel novembre 1995, in gran segreto, Diana portò le telecamere dentro Kensington Palace per rilasciare la prima intervista Tv in cui un membro della famiglia reale inglese raccontava i fatti propri: bulimia, cinque tentativi di suicidio, tradimenti inferti e subiti. Fu lì, prima ancora della passeggiata tra le mine in Angola, a diventare una di noi. Eravamo tutti in attesa del secondo capitolo della sua vita, ma il destino l’ha cancellato. Tuttavia Diana ha fatto in tempo a diventare la Principessa del Popolo. Non esattamente quella delle favole di nonna Barbara. Questa, però, ha fatto la storia.

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