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Roma restituita ai romani

Dalla banda della polizia che canta l’inno con Baglioni, fino alla solitudine dei centurioni del Colosseo e all’assalto ai musei, viaggio nella capitale libera dai turisti e ottimizzata per i romani

Quant’è appassionante osservare il centro di Roma a volo di gabbiano e a caduta da motorino; nella sua complessità imprendibile e nei dettagli che comprendi solo quando ci sbatti contro; cose che, spesso, in questa città grandissima e minuscola, fatta di anfiteatri grandi come borghi e quartieri più chiusi di fortezze, sono concetti molto simili.

Ma se faceste un giro per Roma entro le mura all’indomani delle fasi più acute della pandemia, vi accorgereste subito che qualcosa non quadra. Le buche nell’asfalto sono tutte al loro posto, così come gli addetti alla nettezza urbana restano ciascuno dove gli pare. Per percorrere piazza Venezia in bicicletta serve ancora la patente nautica, perché devi saper assecondare l’andamento dei sampietrini più o meno sollevati, più o meno sprofondati, tipo un moto ondoso fatto di pietra e ansia. Ma mentre indagate su cosa sia davvero cambiato, studiando meglio i volti e i dress code dei passanti, realizzate che Roma è diversa perché sgombra da turisti e piena di romani.

Molti di loro stanno recuperando timidamente antiche tradizioni di famiglia, come andare dall’Alice Pizza in via dei Baullari invece che da quello del centro commerciale Porta di Roma. Altri hanno tratto dalla pausa forzata nuove energie per affrontare la modernità, come conducenti e cavalli dalle botticelle, che guardano con uguale perplessità gli impiegati incravattati sfrecciare in monopattino elettrico, nel tentativo di ammortizzare finalmente l’investimento tecnologico ma, purtroppo, non le asperità del selciato.

La doppia sensazione diffusa nei romani è che 1) non si sa bene come, ma il peggio del Coronavirus è passato e 2) tutto sommato, a Roma è andata benino, anche grazie ai bomber Spallanzani (l’Ospedale) e Conte (il Premier). Certo, sono sensazioni che generano mostri. Prendi il concerto di sabato sera della banda della Polizia e Claudio Baglioni, col tricolore proiettato sulla facciata del Ministero dell’Interno (operazione quantomai ridondante, come issare una bandiera giamaicana sul terrazzo di uno spacciatore). Era particolarmente struggente sentire la voce di Baglioni accarezzare le keyword dell’Inno di Mameli, come se l’amor di patria potesse essere commisurato a un piccolo grande sentimento balneare o a un uccellino che non deve andare via.

Quel che è certo è che il teatro delle persone di Roma a piede libero per Roma — fuori servizio da ben prima del lockdown — ha improvvisamente riaperto. Roma è restituita ai romani, fosse anche solo per il tempo di un amorazzo estivo con la loro identità collettiva, ovvero con l’eterno riformularsi di essa, nei millenni: piaga per piaga, calamità per calamità, amministrazione per amministrazione.

L’attuale capitale italiana ha saputo adattarsi e interpretare ogni era della storia dell’arte e dell’architettura, ogni disturbanza nei rapporti tra Stato e Chiesa — superando in scioltezza perfino l’avvento e la caduta delle catene di patatine fritte olandesi e dei VapoShop — grazie a una sua peculiarità fondamentale: si fa presto a conquistarla sulla superficie, ma è difficilissimo scalfire un suo carattere nascosto e imperituro o, quantomeno, più longevo di qualunque trend gastronomico o sistema elettorale.

Prendete la solitudine struggente dei centurioni e dei gladiatori al Colosseo. In questi pomeriggi di sole che picchia sul Foro Romano li vedi rintanarsi all’ombra di un pino. Scrutano l’orizzonte in cerca di prede assai scarse. Attendono, attendono, ma spesso la foto che vorrebbero scattare al turista, sfiorandogli la gola con la punta della daga di plastica, si risolve in un malinconico selfie, che postano su Instagram a mo’ di rivalsa, perché vi si vedono comunque belli come Russell Crowe prima del tracollo.

Piazza Navona

Anche se siamo in pieno luglio — mese che, tradizionalmente, segna l’inizio della loro alta stagione — si fanno più sporadici perfino gli eroici, paradossali caldarrostai di via Condotti, privati delle loro consuete vittime: i giapponesi in fila da Vuitton. Come se le borse di Vuitton non fossero uguali a Tokyo o le caldarroste non fossero meglio in autunno.

Alcune aree del Tridente, fino a ieri profilate in base ai gusti del turista, si adattano maldestramente a quelli che, si suppone, siano i gusti dei romani che si stanno riappropriando del centro; gusti che, complice un pizzico di globalizzazione e un calo fisiologico di amor proprio, non sarebbero poi tanto diversi da quelli del turista, salvo che il romano non lo ammetterebbe mai. I luoghi chiave del turismo mordi e fuggi, così come quelli della politica chiagni e fotti, si risimbolizzano. Invece che abbattere statue di dittatori, alla Saddam, i gelatieri rimettono nello sgabuzzino le sagome luminose a forma di cono.

Le pizzerie e le trattorie si adattano come possono a un target locale, mutando strategia di marketing all’ultimo minuto, come camaleonti, parlamentari di Scelta Civica o altri animali mimetici. I rispettivi buttadentro sono più ingannevoli che mai, ora che hanno sostituito il loro consueto richiamo: “Cacio e pepe matriciana very good!”, con il più subdolo e suadente: “Non ci siamo già visti da qualche parte?”. E non è affatto piacevole quando un romano, forse perché allontanatosi da casa ancora in tenuta da lockdown, viene invitato, in inglese, ad accomodarsi, a provare i tonnarelli panna e carbonara; mentre i suoi concittadini più bravi a scuola, per inverso, fanno sfoggio di pronunce delle grandi occasioni, giocandosi la carta di passare per stranieri altolocati, vagamente seccati per la profferta di menu completi così economici, in dehors tanto male assortiti.

A Fontana di Trevi ci sono più vigili che turisti e i romani, che da tempo immemorabile sono inclini a considerare questo luogo alla stregua di una sezione extraterritoriale della città (invalicabile come la sede del Priorato di Malta o alcune zone di Ostia Lido), tornano a sbalordirsi, tra una palla di gelato caduta per terra e un’imprecazione, di quanto sia bella Roma.

Ovunque il Venditti o il Cicerone interiore, che alberga nell’animo di ogni civis romanus contemporaneo, smette per un po’ di fare a pugni con la specifica sovrastruttura culturale che ne tiene in scacco l’anima, che sia uno che abbia commesso la leggerezza di completare gli studi a Milano o che abbia semplicemente venduto l’appartamento dei genitori a Garbatella.

Così, tutto il centro si vaticanizza o si testaccizza, secondo l’umore o l’estrazione del romano di turno. Il primo atteggiamento è più idealistico e borghese; il secondo, più pragmatico e popolare.

Un momento della riconquista di Testaccio

I romani di buona famiglia stanno prendendo d’assalto i musei della città, in particolare i Vaticani, ancora più off-limits di Fontana di Trevi per le code di turisti che, di norma, cominciano dall’ingresso di viale Vaticano e terminano al Burger King di via Candia, motivo per cui, storicamente, numerose intenzioni di visita alla Cappella Sistina (per molti, la prima) si sono risolte in un Whopper con doppio cheese.

D’altro canto, anche nel pieno splendore della Roma assediata dai bus granturismo degli anni scorsi, Piazza Testaccio è rimasta un baluardo di romanità; tanto che, neanche fosse un luogo di ritrovo specifico di una comunità straniera, chi non aveva più la fortuna di poter abitare nei dintorni, tendeva a tornarci apposta, anche da altri quartieri.

Niente può definire accuratamente l’attuale restituzione di Roma ai romani come la raccomandazione del padre agli amici del figlio, finalmente ritornati in piazza Testaccio per una festicciole improvvisata, venerdì pomeriggio: “Daje che, una volta finite le coche cole, ci stanno sempre le gazzose”. Forse la potrebbe superare solo l’augurio della vecchina che, seduta sulla panchina di fronte alla Fontana del Moro, mezz’ora dopo intimava “Buonasera, e buon passeggio” a un paio di conoscenti capitati per caso, anche loro, a piazza Navona.

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