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La pandemia, che pacchia per il mainstream

Le restrizioni anti-Covid fanno il gioco degli artisti pigliatutto che spopolano su piattaforme e programmi tv, mentre i piccoli non hanno la possibilità di suonare, vivacchiano e osservano attoniti

Cristiano Godano sul set del video di 'Padre e figlio'

Foto press

Una mia recente conoscenza è una regista cinematografica. È giovane, è molto talentuosa, ha già raccolto importanti gratificazioni coi suoi primi lavori e sta crescendo professionalmente. Se se la giocherà bene, tra doti artistiche e imprenditoriali, ispirazione e mestiere, irrequietudine e lucidità, sangue freddo e istintualità, passione e raziocinio, insomma: se saprà avere una marcia in più da parecchi punti di vista (e per quel che mi pare di aver capito ce l’ha), il futuro in quell’ambito potrebbe esserle molto roseo.

Con ogni probabilità faremo una cosa insieme che mi riguarda, e che riguarda, nello specifico, questo scampolo di mia esistenza artistica autonoma, che mi ha portato a concepire un disco solista forse anomalo, forse coraggioso, forse semplicemente di una genuinità e di una onestà disarmanti. Oh, lo so bene: non spetterebbe a me qualificare in certi modi ciò che faccio artisticamente. Ma potrei provare a spiegarmi (spoiler: sto per parlare del mio disco. Di certo non male. Chi mal regge questa cosa riprenda per favore a leggermi all’inizio del secondo capoverso, quando attacco con le parole “Torniamo alla mia conoscente regista”. O mi legga pure, ma poi non borbotti pubblicamente: facile no?). Se sento cosa si fa mediamente in Italia in ambito, diciamo, indie alternative di provenienza non rap e non elettronica (sintetizzo brutalmente), ovvero in un ambito più o meno rock nella sua specificità cantautoriale, non mi pare di imbattermi in nessun “solco” dei miei colleghi con un approccio paragonabile al mio. Si può dire che nel mio disco non ci sia “il suono che è nell’aria”. L’underground italico ha un sottobosco vastissimo, e ci sta di sicuro tanta roba bellissima che non conosco con suoni che “non sono nell’aria” e che inseguono una loro identità un po’ più a fuoco rispetto al cercare a priori la cosa che funziona omologandosi, ma proprio perché di sottobosco si parla, esso, per sua stessa costituzione, si configura come marginale rispetto a ciò che è visibile ed esposto al chiacchiericcio degli organi di informazione, e ho tutto l’interesse e il desiderio di non finire fra le creaturine nascoste e operose che per definizione popolano i sottoboschi.

Nulla da ridire, giusto? Restiamo dunque in superficie. E in superficie un sound come quello del mio disco in ambito cantautorale non si sente più. Detta così sembrerebbe una cosa da dinosauri in estinzione, come se io avessi fatto qualcosa dal sapore antico… In realtà no: è pieno il mondo anglofono di songwriter, giovanissimi, giovani, maturi e attempati, che perpetuano sonorità provenienti dalla tradizione folk, ammodernandola con il mood dello spirito dei tempi. Il mio disco è quella roba lì, con in più una lingua italiana che fluisce miracolosamente e melodicamente. E se è vero quel che dico a proposito dell’humus italico e del suono “che è nell’aria”, allora è vero che il mio disco è anomalo e coraggioso, come è stato detto, o disarmante nella sua onestà e genuinità, come ho scritto sopra. A dire il vero io non ho mai pensato di avere “coraggio”, ma solo un sacco di festoso entusiasmo per canzoni di cui vado commoventemente fiero, per come sono e per il suono che hanno. Così fiducioso in loro quando le registravo, da pensare che tutti gli italiani le avrebbero potute e dovute amare! (Noto che “genuinità” ben si associa per assonanza a “ingenuità”… Anzi, mi accorgo che ne è un anagramma…. E al fondo di questa mia piccola parentesi autocelebrativa invito chi non l’ha ancora sentito o lo ha sentito distrattamente a porci un altro tipo di orecchio e a dargli il beneficio di più ascolti: scommetto che in molti di voi potrebbe sorgere un inatteso effetto sorpresa, e la sua apparente semplicità potrebbe trasformarsi in ammaliante densità).

Torniamo alla mia conoscente regista. In una delle recenti chiacchiere fatte insieme per parlare del lavoro di cui sopra, è venuto fuori che si occuperà a breve di una serie per Netflix. Ho drizzato all’istante le antenne. Ho acuito i sensi. Ho strabuzzato con ragionevole contegno gli occhi. In altra occasione avevo già perorato la mia causa, ovvero le avevo detto che sarebbe molto bello che qualcosa di mio o dei Marlene entrasse a far parte di una colonna sonora. Sapete, abbiamo già avuto il piacere di fare o partecipare a colonne sonore (agli inizi della nostra carriera col generazionale Jack Frusciante è uscito dal gruppo, più avanti con Tutta colpa di Giuda di Davide Ferrario, e giusto poche settimane fa con Vera de Verdad di Beniamino Catena, per il quale abbiamo a tutti gli effetti composto la maggior parte delle musiche), e ci piacerebbe non fermarci qua. È sempre un’ottima occasione esser parte di una colonna sonora: puoi sfruttare un media che ti può far conoscere a gente che di te sa poco a nulla. E una serie su Netflix, se di successo, può garantire molte puntate e dunque molte occasioni di ascolto reiterato. E se esser conosciuti da più gente, con i benefici che ne conseguono, è sempre stato importante per chiunque, di questi tempi è cruciale e dirimente. E non è una semplice ovvietà: chi ha letto i miei articoli precedenti sa che ho spiegato a più riprese come ormai l’unica musica remunerata sia quella mainstream… Ma non posso sperare che tutti se ne ricordino e/o tutti abbiano letto. (E comunque: in realtà sarebbe bello poter fare serenamente a meno di Netflix, di Amazon, di Spotify e compagnia bella… Prima o poi parlerò in un nuovo Elzevirus di questo inscalfibile ricatto a cui siamo tutti sottoposti. E en passant, se volete, nel frattempo, vi consiglio un libro: Il capitalismo della sorveglianza, di Shoshana Zuboff. Annotate e informatevi, se siete curiosi).

Provo però a farvi un esempio illuminante di un artista di cui sono fan da sempre. Sapete che amo Nick Cave. Lo amo di un amore folle da quando uscì il suo quarto disco (Your Funeral My Trial), anche se lo seguivo già dai tempi dell’ultimo dei Birthday Party, Junkyard. Lo conosco dunque da circa trentanove anni e lo amo da più o meno trentacinque. Ebbe il suo primo vero grande successo commerciale col duetto con Kylie Minogue. In tale occasione vendette molto bene (i dischi allora si compravano ancora), ma mai come le grandi popstar internazionali. Ebbe però una esposizione pazzesca e MTV lo volle premiare come artista dell’anno (vi scongiuro: guardate qua la sua risposta e il suo rifiuto ufficiali, e ridete moltissimo). Ma sarebbe più o meno finita lì, se teniamo in considerazione i dischi fatti dopo: tutti sempre bellissimi e tutti sempre pregni di una artisticità in perfetta antitesi con qualsivoglia requisito di facile commerciabilità. Come dice nel video che vi ho appena invitato a vedere, con un sogghigno ironico memorabile, «MTV mi chiuse per sempre in faccia le sue porte e io tornai nell’oscurità». Ma nel disco precedente alle Murder Ballads (dove appariva il pezzo con la Minogue), era uscita una certa canzone, Red Right Hand. Bene: quella canzone, non so esattamente quanto tempo dopo l’uscita del disco e non ho voglia di controllare ora, è diventata un pilastro di Peaky Blinders. Chiunque vede Peaky Blinders ha in testa quel pezzo. E da quel giorno il conto in banca di Nick è diventato un conto… mainstream. (Non è l’unico suo pezzo in grosse produzioni di diffusione mondiale… Nel mondo anglofono l’establishment dell’audio-visivo sa che esistono autori di gran spessore artistico e non massive, li ascolta, spesso se ne innamora, e non rare volte utlizza i loro brani. Qui in Italia purtroppo neanche questo accade).

Ecco, penso di aver spiegato l’importanza di avere i propri pezzi in qualcosa di molto grosso… Sapete com’è: fanno la differenza, coi diritti che generano. Cave non è mai stato un best seller coi suoi dischi, ma ha trovato il suo business rassicurante altrove. E per inciso: la probabilità che ha la musica alternative italiana di entrare in una produzione internazionale come accade alle rockstar anglofone, quel tipo di produzioni con visibilità mondiale, è la stessa che ha il biblico cammello di passare per la cruna di un ago (che, come sapete, è pur sempre di più di quella che ha un ricco di entrare nel regno di Dio… Ma perché, per Dio, Marlene Kuntz è nata in Italia? E ora che ci penso: per il credente Nick potrebbe dunque essere un problema accedere al regno di Dio? Ehm… se non vi ho fatto sorridere con questa amenità vi prego di cancellare mentalmente quello che ho appena scritto: eliminerete almeno una delle tre volte in cui ho nominato il padreterno invano).

Torniamo ancora alla mia amica regista. «E… non riesci a metterci qualche mio/nostro pezzo in quel che farai per Netflix? Io sono fermamente convinto che il sound del mio disco vada benissimo… E ci sono alcune ottime canzoni che se solo entrassero nella testa della gente dopo un po’ di ascolti… Sai, una serie la gente la guarda in più puntate… Un bel tormentone…».
Lei mi ferma e mi fa: «Ho parlato con loro di un po’ di aspetti, e… guarda: in questo momento vogliono solo fare cose molto commerciali».
A questa sentenza (non certo inattesa o mortalmente sorprendente), mi è venuto in mente quello che mi disse lo scorso marzo/aprile colui che avrebbe dovuto lavorare per me al mio disco cercando di proporlo alle radio: «I dj questa estate vogliono solo musica rasserenante e allegra, che tolga i pensieri alla gente». E infatti nessun dj radiofonico di grossi network più o meno commerciali ha mai programmato i miei pezzi problematici e suscitatori di riflessioni un po’ meno volatili di quell’ottimismo da quattro spiccioli ben rappresentato da quelle tre paroline scolpite nella mente di chiunque: “andrà tutto bene”. Dura lex, sed lex.

Dove voglio andare a parare? Beh, tenderei a dimostrare quanto già detto altre volte rinforzandolo con quanto detto fin qua: Netflix come paradigma di tutto ciò che deve funzionare e fare grossi numeri, perché destinato a soddisfare una utenza enorme a cui si propina solo quello che essa crede di volere, guidata in realtà da algoritmi sempre più selettivi e conformisti. Chiunque si adegui a frequentare Netflix e cessi di informarsi di tutto il cinema che si produce nel mondo, magari smettendo poco per volta di andare nelle sale (nonostante le buone volontà certe facilitazioni hanno fatalmente la meglio sulla pigrizia intellettuale di molti), può aver la certezza matematica di non venire a conoscenza di tanti ottimi film autorali, che a questo punto, per giunta, saranno sempre meno prodotti e realizzati, proprio per la crescente mancanza di persone che se ne interesseranno, obnubilate dalle grosse piattaforme. Ergo: la fine lenta e dolorosa di una certa cultura. E allargando il discorso anche alla musica, questo è ormai l’unico modello di business funzionante, perché le uniche cose che funzionano economicamente funzionano alle condizioni di Internet e tecnologia, ovvero solo dopo aver generato numeri mostruosi con gli streaming nelle piattaforme (non credo di dovervi far notare per l’ennesima volta che i dischi fisici… eccetera eccetera. E vi dirò: per certi versi sono anche stufo di parlare di tutto ciò. E mi chiedo: se sono stufo io, quanto siete ammorbati voi?). Ma in ultimo… avete letto di John Foxx? Segnatevi anche questo nome: in un altro Elzevirus ve ne parlerò.

Eppure beccatevi ancora questa intuizione, figlia della sensazione che tutto ormai congiuri verso la sola, deprimente dimensione del mainstream: credo che il Covid possa favorire ancor di più questa deriva, a mo’ di acceleratore di dinamiche già in moto.

Penso ad esempio all’idea del ministro delle cultura Franceschini di risolvere il problema degli operatori dello spettacolo, dei musicisti, degli attori di teatro, tutti martoriati dallo stop imposto, creando una “Netflix della cultura” (così è stata chiamata). Intento a livello teorico lodevole, se si cerca la soluzione di una contingenza “estemporanea” (più i mesi passano, però, e più questa estemporaneità sta prendendo la fisionomia di una specie di eternità tramortente), ma pensate per un attimo a quanti locali e teatri e quant’altro sono destinati a non farcela e a soccombere (sta già accadendo)… Ebbene, se non ci saranno più i locali, o se ce ne saranno sempre meno, la soluzione tecnologica (streaming, piattaforme eccetera) subentrerà/potrebbe subentrare poco per volta al posto dei live veri e propri, o si affiancherà/potrebbe affiancarsi prepotentemente, modificando le abitudini della gente (oh, lo so bene, non voi!, che vorrete sempre i concerti dal vivo… eppure… ehm, siete sicuri? Ricordate l’appena nominato potere delle facilitazioni sulle pigrizie intellettuali di molti…). E come ho scritto sopra, alle condizioni di Internet e della tecnologia le uniche cose che funzioneranno/funzionerebbero saranno/sarebbero quelle dei numeri mostruosi e delle produzioni mostruose. Riflettete: pensate davvero che una band di piccolo-medio dimensioni possa vivere di concerti in streaming? Ritenete che in un futuro di quel tipo sarete disponibili (tutti voi, se no non vale) a supportare tutti coloro che avranno bisogno di suonare inscatolati in uno schermo di qualsivoglia dimensione? E credete che un concerto in streaming, per esser veramente bello, funzionare bene e farvi ritenere di aver speso bene i vostri soldi, costi poco o nulla a produrlo? Se lo pensate vi state sbagliando di grosso purtroppo, e anche qui, solo i big rimarranno… (Dua Lipa docet?) Non è una certezza ovviamente, è solo la mia sensazione. Ma delle mie intuizioni, in questo caso purtroppo, tendo a fidarmi. E peraltro: non credo che stadi o palasport siano destinati alla stessa brutta fine dei locali dove la maggior parte dei gruppi suona. Altra dimostrazione che il mainstream permarrà – come è ovvio – ma solo soletto. Perché tutta la musica non mainstream se la passerà sempre peggio.

Aggiungo: pensate che questa “Netflix della cultura” verrebbe gestita su piattaforme pubbliche? Avremmo in teoria una fantastica Rai Play dove far convergere questa soluzione estemporanea, eppure no miei cari lettori, si sta pensando a una piattaforma a alto tasso di ingerenza privata, tal Chili, che si suddividerebbe al 49% (il 51% alla Cassa Depositi e Prestiti) la gestione tanto dei costi quanto dei ricavi. E laddove ci sarà il privato, alle condizioni che ormai avreste dovuto capire, quanto spazio ci sarà per tutte le manifestazioni culturali non commerciali impossibilitate a generare certi numeri mostruosi? La domanda è retorica. E a proposito di domande retoriche: ma voi pensate che Franceschini e la classe politica italiana in genere siano in qualche modo consapevoli del sottobosco di cui parlavo? Ma secondo voi, parlando pur anche di superficie, sanno chi sono, dico per dire, i Marlene Kuntz? O… (fate per conto vostro questo giochino, e ognuno metta i nomi che preferisce a seconda di cosa ascolta e di quanti anni ha).

Lasciatemi però sottolineare una cosa, a onor del vero: conosco due politici parlamentari che i Marlene li conoscono eccome… (se no io non conoscerei loro, che prima di diventare parlamentari erano fan del sottoscritto e del mio gruppo. E per inciso lo sono ancora). Probabile non siano gli unici, ma è ancor più probabile che siano una risicatissima minoranza.

E ora veniamo a ciò che mi ha fatto venire voglia di questo mio undicesimo Elzevirus: parliamo di Sanremo. In questi giorni si è molto dibattuto del fatto che Sanremo voglia cercare di portare il pubblico in sala per la kermesse. (Premetto che alla data – lunedì 1/2 – in cui correggo questo testo preparato dieci giorni fa circa, non so a che punto si sia arrivati con le trattative: ho smesso di essere al corrente). Come potrebbe non scandalizzare e far incazzare tutti noi questa mossa scellerata? In molti hanno tuonato alcuni giorni fa, con frasi come «Quindi esistono spettacoli e festival di serie A che vengono svolti in barba ai decreti che vietano categoricamente invece spettacoli, fiere e festival di serie B», o «Vergognatevi!!! Non avete un minimo di rispetto per gli artisti che stanno facendo la fame a causa delle restrizioni. Noi dobbiamo stare e casa… e voi?», e ancora «Festival della canzone italiana dei ricchi, mentre chi fa musica non può fare concerti veri con il pubblico, anche in sicurezza… fate schifo», e infine «Sanremo quest’anno non deve andare in onda! La gente non lavora da un anno, fate un programma dove c’è la raccolta fondi per le persone che sono in difficoltà, aiutate la gente a non sperperare soldi inutili! Fiorello, Ibra, artisti internazionali e tutto quel che comporta la gran macchina del Festival… tanti, tantissimi soldi che in questo momento servono come il pane!!! Cancellate quest’anno Sanremo e fate i seri, non pensate sempre alle vostre tasche».

Emma Dante poi, in una intervista ha detto una cosa che appare clamorosamente logica: «Bene, se si farà Sanremo in queste condizioni allora vorrà dire che saremo liberi tutti, noi e il pubblico, di tornare in teatro e ovunque vi si possano fare spettacoli». Non mi pare ci sia molto da aggiungere: credo che questo sentimento frustrato sia piuttosto condivisibile da chiunque ami la musica. Vien modo però di fare due considerazioni, la prima figlia di un sospetto (maturato in me dopo aver letto un articolo su La Stampa a firma Raffaella Silipo) l’altra della intuizione già esposta sopra.

Il sospetto (ed è un delicato eufemismo) è che la Rai non stia facendo di tutto per avere lo spettacolo a tutti i costi all’insegna del sentimento della speranza: vien difficile immaginare che tutto questo slancio sia per dare un segnale di stampo altruistico, una cosa tipo «La musica non può morire, ripartiamo da Sanremo». Non riesco a percepire l’empatico affanno di una istituzione che cerca di far di tutto per salvare la musica: in realtà fa di tutto per salvare se stessa (e non oso pensare a quanti contratti pubblicitari siano già stati conclusi da tempo: il business è avviatissimo, e credo che alla Rai basti che Sanremo si faccia, con o senza pubblico: i guadagni saranno altissimi) approfittando della pandemia per scaldare un tanto al chilo i tantissimi cuori della gente accumulando dati di share da primato. Non è forse conclamato che i colossi della rete, delle piattaforme e delle televisioni sono fra coloro che hanno visto crescere esponenzialmente i guadagni proprio a causa della pandemia, visto che tutti stanno a casa e non hanno un cazzo da fare se non incollarsi agli schermi?

Ma in tutta sincerità non voglio focalizzare più di tanto il mio piccolo sdegno su questo aspetto-sospetto: che il festival si faccia mi sembra inevitabile e se mi avessero preso ci sarei andato, anche se poi avrei patito queste polemiche e mi sarei sentito chiamato marginalmente in causa dal fastidio dei colleghi non in gara. Però se si farà col pubblico, sarà giusto allora che la comunità dei musicisti, degli attori e dei tecnici si incazzi e provi a far casino, reclamando il diritto a suonare-recitare dal vivo, ovviamente in ossequio alle regole imposte da buon senso e salute pubblica. Accadrà? Non accadrà? Non lo so. Diciamo che ci credo poco.

E in corollario al sospetto così esposto scrivo ancora questo: i francesi Cannes l’hanno annullato, e gli inglesi per la seconda volta hanno soppresso Glastonbury. Dico così, tanto per dire… (Notate ancora questo per favore: la Brexit sta assestando un colpo letale alle band inglesi. Andare in tour per loro diventerà difficilissimo, perché i costi legati alle procedure di passaggio a Stati che non li riconosceranno come parte integrante dell’Europa li costringeranno a molte rinunce, soprattutto in seno alla pletora di band che non hanno ancora il grosso successo, il tipo di band che siamo abituati ad esempio a andare a vedere in locali come l’Alcatraz a Milano… Questo induce a una riflessione: chissà che il pubblico italiano non sia costretto ad abituarsi a sostenere di più i gruppi autoctoni in assenza di alternative? Sarebbe un risvolto positivo per il rock nazionale? Mi scuso con gli esterofili impenitenti…).

E la considerazione figlia dell’intuizione, di cui vi parlavo sopra? Qual è? Eccola: anche questo esempio di Sanremo corrobora le sensazioni connesse al trionfo del mainstream a scapito delle altre musiche. È semplice no? C’è una pandemia, e tutto si ferma. I musicisti smettono di avere introiti. Le piattaforme non funzionano e la più parte di loro si rintana nel bozzolo della paura e dell’attesa frustrante, ben sapendo che far uscire un disco è come fare un buco nell’acqua: se esce non puoi fare i concerti e non guadagni un cazzo dagli streaming. E intanto là fuori la macchina fantasmagorica della città dei fiori procede, e tutto il mondo cerca di entrarci (non oso davvero immaginare le decine e decine di cantanti e band che ci hanno provato): chi ci entra va e ha modo di alimentare la sua visibilità davanti a una platea di pubblico televisivo che altro non può fare se non guardare e ascoltare. Chi sta a casa languisce e rosica, in attesa della fine dell’incubo. Miserie? Beh sì, ma non nel senso caustico che ha fatto sogghignare qualcuno fra voi.

E pensateci: non è la stessa cosa con X Factor? Quando lo vedevo mi ritrovavo sempre stupito della situazione surreale. Il 99% dei musicisti a casa (un buon 20% di questo 99% senza grossi patemi, come è intuibile) e uno sparuto contingente di giovani che sfrutta decine e decine di ore in passaggi televisivi prodighi di diritti vari e di inviti reiterati a streammare da parte del conduttore ben sobillato dalla case discografiche avide (sentii da Mika che uno di questi ragazzi aveva fatto i suoi bei 5-6 milioni di streaming in una settimana). Non pensate alle mie eventuali rosicate: pensate a questa cosa del mainstream che sempre più sarà l’unica cosa che funzionerà. E intristevi un po’ con attitudine solidale e empatica, come avete già fatto altre volte leggendomi.

Vi lascio con un emoticon, questo 🙂

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